giovedì , 21 giugno 2018

Di musica, teatro e satira: Quattro chiacchiere con Uli

Vallo della Lucania, 13 aprile – Le pareti ormai familiari del Draft riverberano della voce di Uli, al secolo Alice Protto. Un anno fa è uscito Black and Green, il suo primo album che continua a viaggiare con lei nel suo lungo tour italiano. Le piace definire la sua musica “Alien Folk”, «non nel senso strettamente marziano del termine, ma nel senso di altro. È la musica tradizionale del mio pianeta», e dopo la bella performance accetta di rispondere a qualche nostra domanda

Innanzi tutto il nome. Come mai questa scelta Uli? Io so che in tedesco è un diminutivo, di Ulrike ad esempio…

Uli in tedesco è un diminutivo, in alcuni paesi scandinavi è utilizzato come maschile, Uli è una divinità hawaiana che corrisponde più o meno alla nostra madonna…e Uli è anche, semplicemente, il mio nome con una capriola davanti. Perché io mi chiamo Alice e Uli è insomma…una capriola.

Ascoltandoti si sente che sei molto aperta a stili diversi, ma cerchi di non farti incasellare troppo in un genere. Tanto che riguardo al tuo stile parli di alien folk.

Durante il live però si percepisce una certa natura rock – forse anche grazie alla line up che riesci a mettere su.

Quanto è consapevole questa scelta di genere?

Allora, io ho sempre suonato in qualche band ma non ho una preparazione tecnico-teorica: scrivo delle canzoni. Per cui diciamo che in genere il livello di premeditazione in quello che scrivo è zero. Sono una specie di parafulmine di tutte le cose che ho ascoltato e che mi gravitano attorno.

Però sono consapevole del fatto che alcune influenze serpeggiano più di altre, come ad esempio il blues, soprattutto quello delle origini; o un certo tipo di psichedelia degli anni ’60. Sono le cose che hanno scalpellato le circonvoluzioni del mio cervello.

Abbiamo sentito anche molte cover durante il live, e uno dei tuoi pezzi è addirittura dedicato a Nina Simone.

Quanto hanno pesato le grandi voci del blues e del soul sulla tua evoluzione canora?

Nina Simone’s back” è un pezzo a cui sono molto affezionata, è uno spiritual. Ed è nato cosi, registrato con il telefono e la voce. Per questo manteniamo l’arrangiamento sempre molto, diciamo, grezzo: è così che deve essere.

Per quanto riguarda le mie influenze, io mi sono formata da sola. In pratica mi chiudevo nell’armadio e cercavo di capire dove potevo arrivare. Forse la mia maestra di canto più importante è stata Bjork, proprio perchè è una persona che sposta sempre l’asticella di quello che può fare, sfida sempre il limite. Così a modo mio, sfidando lei ho scoperto di poter arrivare in posti che neanche immaginavo. Quindi sì, certe voci hanno influito, ma più che sulla mia formazione sul mio modo di intendere la musica, sul mio modo di dare un senso al tempo delle persone che stanno ad ascoltarti. Cerco di rendere qualcosa di degno, che non sia l’ennesimo concerto di una cover band.

Una domanda personale su Hicks Y Z: durante il pezzo parli realmente di un Bill, quindi ho immaginato tu intenda Bill Hicks. Sei una seguace della stand up comedy americana?

Sì! Sono un’appassionata di comicità da sempre, da quella inglese dei Monty Python fino appunto alla grande tradizione della stand up comedy americana. Bill però è un caso a parte. Quando pochi anni fa ho scoperto i suoi monologhi mi sono sentita davvero folgorata: mi sentivo sempre al di fuori delle cose, distante dalle persone, un po aliena. Però lui mi ha fatto sentire meno sola, mi ha fatto capire che c’era qualcuno che era riuscito a dipanare un po’ la matassa che io vedevo confusa, e che mi faceva soffrire. Con la sua leggerezza e il suo acume riusciva a trovare un senso. Il problema è che non sapevo che lui fosse già morto quando io avevo sei anni, e scoprirlo mi ha davvero fatto provare il lutto; è stato come come se mi fosse mancato un amico. In quel momento lui era diventato veramente un compagno di viaggio, una di quelle persone che un po’ ti illumina la strada… Il minimo che potevo fare era scrivere una canzone

Sei anche un’attrice, hai recitato in una piece teatrale dal titolo “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi”. Non so se tu conosci la formazione post-cantautorale di Simone Cristicchi: ha tenuto molte performance teatrali, trattando prima dei manicomi e poi delle foibe a Trieste, cercando di portare la canzone d autore anche sul palco. Potrebbe essere un modo in cui la tua musica potrebbe svilupparsi?

Dici in una forma teatrale? Personalmente penso di sì. Banalmente, anche questo concerto andrebbe portato in un luogo un po’ più protetto. Suonare in un teatro o in luogo con una sala deputata al solo concerto è molto diverso. In quegli spazi esiste una sorta di convenzione, c’è un’attenzione densa… In quelle condizioni è più facile far viaggiare le persone, far percepire il concerto come una sorta di piece, che si sviluppa in diversi momenti. E in fondo se la musica fa viaggiare, anche se di fatto non ci sono degli attori a recitare, puoi vedere le scene attraverso i suoni.

Fuori dall’essere Uli, riesci a tenere insieme l’anima artistica con il lavoro, oppure la prima ti prende tutto il tempo?

Beh, Uli non è un alter ego degno di Ziggy Stardust! Nel senso che non è un personaggio fuori di me. Ziggy Stardust si è mangiato David Bowie, tanto che Bowie stesso lo ha dovuto “uccidere”.

Uli invece sono io, sono fatta così, rispondo sempre a un’urgenza di esprimermi attraverso quello che faccio; che sia fare concerti o recitare in teatro o fare doppiaggi. O, come è capitato in tempi di bisogno, lavorare in un call-center. Uli quindi non è esattamente un personaggio, o meglio lo è nella misura in cui lo sono io, come tutti. Però non smetto dei panni, sono sempre lì: a volte sono un po più brillanti, altre volte un po meno evidenti. Come ti ho detto prima, faccio il parafulmine.

Hai pubblicato Black and Green un anno fa. Hai già in mente un progetto per qualche nuova pubblicazione?

Sì, alcuni pezzi che poi entreranno nel nuovo progetto sono già in lavorazione. Ma avevamo così tante date in questo tour che adesso dobbiamo prenderci una pausa. Anche per pulirci le orecchie dalle sonorità vecchie. Poi ci metteremo a lavoro freschi, magari dopo l’estate, ad affrontare le bozze e capire insieme dove vogliamo far andare il live. Però sì, io spero che nel 2018 arriverà il fratello di Black and Green. O la sorella, chi lo sa.

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Biografia Raffaele De Rosa Carmelo Nigro

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