lunedì , 18 giugno 2018

Paradisi (in)naturali: Lavender, di Giacomo Bevilacqua

Un altro anno è passato, e nella calura estiva lo speciale a colori de Le Storie Bonelli torna in edicola. Quest’anno la  storia è piuttosto in tema, dato che si tratta di un thriller avventuroso dalle atmosfere decisamente estive.

Il quarto annual si intitola Lavender, e porta la firma di un Giacomo Bevilacqua (A panda piace, Metamorphosis, Il suono del mondo a memoria) che, lo diciamo subito, si presenta in splendida forma. Autore completo, per l’occasione si è cimentato con la colorazione, con risultati a dir poco felici. Consapevole delle potenzialità narrative della colorazione, l’autore utilizza la tavolozza come autentico strumento narrativo.

Difficile sintetizzarne la trama senza spoiler. Eppure proprio in opere come Lavender diventa fondamentale mantenere un certo riserbo perché il meccanismo narrativo funzioni. Esso poggia infatti in gran parte su un gioco di citazioni nascoste (a cominciare dal titolo…) che rivelano nascondendo la soluzione dell’enigma; la quale si rivelerà solo nel finale, come un fulmine a ciel sereno… Tenterò dunque di non smontare l’affascinante (e tesissimo) gioco narrativo. Protagonisti sono due ragazzi in vacanza su un isola deserta affittata per una settimana, e ‘Lavender’ non è altro che il nome dell’impresa turistica che promuove il tour. Fin qui nessun segreto che si spinga oltre l’incipit.  Ovvio è anche che l’isola si rivelerà più (o forse meno) di quanto promesso…

Da qualche parte tra il racconto (dis)avventuroso e l’horror minimalista, alla Blair Witch Project o Paranormal Activity, la storia di Bevilacqua riesce un difficile paradosso narrativo: tenere il lettore incollato alle pagine, senza far accadere granché per gran parte del volume. Se però è il finale a riservare una drammatica accelerazione, la vera intensità è sciolta nell’intero racconto, guidando il lettore passo dopo passo lungo il percorso verso la fine. Un gioco sapiente di tensioni e rassicurazioni, di chiari e di scuri. Cruciale quindi il ritmo, scandito da su una serie di alternanze: suono/silenzio, sicurezza/pericolo, tensione/calma, giorno/notte… Ed è proprio l’uso consapevole della matita e della tavola in funzione dello storytelling a permettere questo stile narrativo. Grazie ai colori, l’autore riesce ad esempio restituire con immediatezza lo scorrere del tempo sull’isola, senza bisogno di testo esplicativo. Il colore non è qui un orpello, un effetto speciale da grandi occasioni, ma si rivela completamente funzionalizzato alla comunicazione emotiva della vicenda – come del resto sempre dovrebbe essere. La sequenza di tavola 23 è un perfetto esempio: le tre inquadrature successive seguono uno spostamento contemporaneamente spaziale e cronologico, dall’entroterra alla costa/dal pomeriggio alla sera, seguendo idealmente il percorso dei protagonisti senza inquadrarli. Il risultato è un forte alleggerimento del testo, usato esclusivamente in chiave dialogica fra i personaggi. Ciò favorisce l’immersione nella vicenda, complice anche le sensazioni quasi tattili evocate dal segno, realistico e sintetico. Ma soprattutto permette all’ambientazione, vero cardine del racconto, di recitare il suo ruolo chiave. 

Restituendo in modo così diretto, cutaneo, un mondo letteralmente isolato, escluso e lontano da quelle reti tecnologiche che ci imprigionano e insieme ci rassicurano, Lavender gioca in qualche modo con il lato oscuro del mito del ritorno alla natura. Sull’isola non ci sono infrastrutture né ripari: i due protagonisti vivono in una tenda in riva al mare; non è possibile usare smartphone o altri apparecchi di comunicazione, eccetto un cellulare satellitare, per chiamare l’agenzia. L’isola è in altri termini il classico paradiso lontano dalla civiltà, vagheggiato come via di fuga dal caos e dalle responsabilità della vita quotidiana. Una pausa al di là del tempo e dello spazio delle vite dei due protagonisti, che il racconto lascia appena intravedere attraverso le loro stesse parole. Oltre quel braccio di mare il caos della contemporaneità attende, con le sue imperscrutabili progettualità, ma sull’isola persiste eterna quella pace fuori dal tempo che solo il paradiso perduto di una natura incontaminata può promettere.

Questo è il perno del capovolgimento, il punto in cui la visione mitica si ribalta nel suo rispettivo reale. E colmo dell’ironia, proprio attraverso la reinterpretazione di un modernissimo mito letterario, in un complicato gioco di specchi che, come accennato, comincia fin dal titolo… La natura, fuga dalla rete di rapporti e interconnessioni sociali, è allo stesso tempo allontanamento dalla sua prevedibilità, dalle sue sicurezze. L’approdo sull’isola è  così l’arrivo in un mondo autenticamente Altro, non esplorato, sconosciuto. Selvaggio quindi nella maniera più vera: imprevedibile. L’isola diventa così un paradiso fuori dal tempo e dallo spazio conosciuti, riconsegnato a dinamiche e pulsioni almeno in parte sepolte, dimenticate, al massimo sublimate attraverso la meraviglia dell’immaginazione: un Eden pronto a trasformarsi in Inferno, nel silenzio dell’irrealtà.

 

Lavender (Sergio Bonelli Editore)
Autore (Soggetto; Sceneggiatura; Disegni; Colori): Giacomo Keison Bevilacqua
Copertina: Aldo Di Gennaro
Uscita12/07/2017

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Biografia Carmelo Nigro

Carmelo Nigro
Nato sul finire della lontana e oscura epoca umana conosciuta come “anni '80”, è riemerso, più o meno trionfante, dal labirinto universitario durante la seconda decade del terzo millennio, riportando una laurea in giurisprudenza come macabro trofeo. Nerd incallito e irredento, fagocita libri e fumetti di ogni tipo, delirando di improbabili super-poteri da ben prima che Downey Junior rendesse popolare la faccenda sfrecciando ubriaco nei cieli di Hollywood... Il suo primo atto ufficiale come membro del team di Senza Linea è stato inventare la parola “Nerdangolo”, rubrica di cui tutt'ora si occupa per la gioia di sé stesso. mail: c.nigrox@gmail.com

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