mercoledì , 15 agosto 2018

Quando l’arte non si svende; gli insegnamenti di Alan Wurzburger.

Parlare di emozioni è notoriamente difficile, specialmente con l’avanzare di questi tempi che ci catapultano sempre più nell’avanzare della tecnologia. Paradossalmente più ci si evolve, più si perde la concezione di emozione; stiamo così inseriti in certi meccanismi che, forse, non conosciamo nemmeno più il vero sapore di un emozione.
L’artista che presento oggi è uno che di emozioni ne sa parecchio…ma davvero tanto. L’ho incontrato al Discodays in un momento un po’ particolare, in quanto il suo set corrispondeva ad un altro in memoria di Frankie Knuckles quindi vi lascio immaginare il rumore che si era creato, ma nonostante tutto siamo riusciti a scambiare quattro chiacchiere insieme. Avrei dovuto pubblicare prima questo pezzo ma non ero convinto della sua efficacia quindi ho preferito aspettare; finalmente, ora, il momento è giunto.
Vi presento Alan  Wurzburger.

  • Prima domanda, per chi ancora non conoscesse il tuo personaggio; chi è Alan Wurzburger? Se consideri la mia età, di 63 anni, Alan è un sessantottino puro ancora vivo; ben voluto da amici, stimato da colleghi e apprezzato dai medici che si chiedono come ho fatto ad essere ancora vivo (risate). Sono un cantante che non si è mai voluto affermare a tutti i costi; ho preferito cantare le mie canzoni, dare spazio alle mie emozioni e alla musica che da sempre mi accompagna. Ho fatto pubblicazioni di vari album che hanno ottenuto un discreto successo negli anni in varie nazioni; e forse a pensarci bene posso dire di essermi rovinato dopo l’esperienza in Francia. Tornato qui, con la testa a quella dimensione, sono rimasto deluso dallo scenario nazionale ed ho capito che fare in musica qui in Italia, per un cantautore, è una cosa davvero difficile, quasi impossibile. Proporre musica d’autore, quì, crea enormi difficoltà per entrare in un circuito o in un mercato.
  • Vanti numerose collaborazioni in vari paesi. Cosa pensi di aver appreso, e cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere la tua strada? Guarda…consigliare la mia strada è difficile…non è una cosa che si decide razionalmente; bisogna avere passione, per la musica nello specifico, ma soprattutto per l’arte in genere. Credo che ognuno debba coltivare questa passione, perché voglio continuare a chiamarla “passione” e non mestiere; di mestieri se ne possono fare tanti, ed anche questo può diventarlo, ma io credo ci sia una sottile differenza.
  • Credi che, una volta cresciuti, rimanga “etica della passione”, o si trasformi in “etica del lavoro”? No, ad un certo punto diventa un lavoro. Vedi io faccio un lavoro molto difficile. Per vendere un prodotto, di norma, si è costretti ad ammiccarsi il pubblico, bisogna accattivarselo; io questo non lo faccio…io non mi accattivo il pubblico, io lo giudico. Nelle mie canzoni io parlo della gente e delle loro esperienze, delle loro vite; a me non interessa accattivarmi una fetta di mercato. Diventa ovviamente una cosa contradditoria in quanto se vuoi vendere, devi capire come fare a far presa e quindi devi fare una scelta; ed io scelgo di rimanere me stesso. Io penso che fare arte sia un gande privilegio e pur accettando che un investimento, come può esserlo la musica, deve avere un suo ritorno credo serva sempre rispettare la propria etica senza svendersi.
  • Una frase che mi ha colpito particolarmente è “Mi fermo a guardare la luna”. Si in effetti parla proprio di questo; tempi dove tutti corrono…corrono come dannati. A questo punto io mi chiedo: “ma la gente gode ancora a guardare un cielo stellato, o è divenuta una cosa inutile?” . Viviamo un epoca molto contraddittoria; sembriamo essere nella modernità più assoluta dal punto di vista tecnologico, che da una parte è senz’altro vero, ma credo che l’umanità a livello spirituale sia proprio ferma; si sia proprio arenata. E’ come se stessimo vivendo con un cuore di legno; ma ovviamente quando si parla di “arte” serve un cuore nobile, un cuore sensibile. Io credo che contro un cuore di legno serva un qualcosa di più forte.
  • Dieci anni di Discodays, venti edizioni; tu che il vinile lo conosci bene, quale prediligi? Beh si, io lo conosco bene; io vivo per il vinile. Prediligo “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd, in quanto è il chiaro segno di quella che fu la famosissima “rivoluzione culturale”. Pensa che qui in Italia, all’epoca, ci facevano sentire Battisti, Baglioni…la musica popolare ecco; io invece scoprii i King Crimson, i Deep Purple, i Genesis…gli stessi Pink Floyd. E quindi resto molto legato a quel periodo
  • Ultima domanda; progetti futuri e dove potremo venire a sentirti? Per ora abbiamo questa nuova uscita, di cui sinceramente sono molto orgoglioso. E non è un semplice disco, bensì un lavoro creato con Rocco Pasquariello che è un grande manager, un pezzo di storia; Lino Cannavacciuolo che ha arrangiato egregiamente i miei pezzi, proprio come se fossero un vestito su misura. Il mio vestito ideale. Ci saranno nuove date ancora non comunicate in quanto non sarò da solo, ma con una band; quindi rimanete sintonizzati perché il meglio ancora deve venire.

Il disco, dal titolo “Mi fermo a guardare la Luna“,  ha delle sonorità incisive; belle e permeanti. I testi, come anticipato, hanno e danno il valore dell’emozione e dell’esperienza accumulata nel tempo. Credo che, col dovuto rispetto, farebbe davvero bene a molti di noi l’ascolto di questo disco e il seguire questo autore. Ne abbiamo di cose da imparare, ed il tempo non è mai abbastanza per farlo.
Vi lascio dei link a cui poter accedere per tenersi aggiornati con l’artista e con le opere. Quì il link alla Pagina Ufficiale Facebook dell’artista; quì il link alla Pagina Ufficiale dell’etichetta, e quì il link per un primo ascolto sulla piattaforma digitale di Spotify. Mi raccomando, però, non dimenticate mai che i dischi vanno supportati con l’acquisto e non solo con l’ascolto.

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Biografia Giuseppe Improta

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