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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Libri

A Napoli: Il labirinto di specchi di Alfredo Rubino

Redazione
Redazione 8 mesi fa
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6 Min Lettura
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Questo libro non è un dizionario nel senso freddo e accademico del termine: è piuttosto una mappa sentimentale di Napoli, costruita voce dopo voce da uno sguardo partecipe, curioso e dichiaratamente non specialistico. Rubino fa una scelta coraggiosa e onesta: non finge di essere storico, linguista o critico d’arte, ma testimone. E proprio qui sta la forza del volume.

Le voci – 211 nella versione cartacea, molte di più in quella digitale – sono schede dense ma leggibili, capaci di tenere insieme dati storici, memoria personale, antropologia urbana e contraddizioni irrisolte. Napoli emerge per quello che è davvero: una città impossibile da chiudere in una definizione, fatta di stratificazioni, bellezza e degrado, sacro e profano, genialità e ferite aperte.

Il doppio formato (libro + versione digitale) non è un vezzo tecnologico ma una scelta intelligente: il volume si presta alla consultazione lenta, da scrivania o comodino, mentre il digitale accompagna il lettore-esploratore per strada. La scrittura è asciutta ma mai arida, spesso ironica, a tratti indignata, sempre animata da un amore non cieco per la città.

Il colpo di grazia, quasi una dichiarazione poetica, è la voce finale “Dragoni”, luogo sognato e inesistente: un modo elegante per ricordare che anche quando raccontiamo Napoli con rigore, stiamo sempre raccontando anche noi stessi.

Alfredo Rubino, psicologo di professione e studioso per passione, compie un atto di coraggio intellettuale: affronta Napoli non con la sagacia dell’accademico, ma con la curiosità ossessiva dell’autodidatta. Il risultato è un dizionario che è in realtà uno zibaldone di vita vissuta. Non ci sono solo date o architetture; ci sono i dodici anni di “appostamenti strategici” per entrare in chiese chiuse , le corse dietro aperture straordinarie e la “faccia tosta” necessaria per intrufolarsi in proprietà private pur di raccontare ciò che gli occhi hanno visto.

Un libro utile, colto, personale. E soprattutto onesto.

Lei afferma che essere uno psicologo l’ha aiutata ad analizzare l’anima della città. Qual è la “nevrosi” principale di Napoli oggi, sospesa tra il record di città più popolosa dell’Unità d’Italia e le ultime posizioni nelle classifiche attuali sulla vivibilità?

Napoli ha un evidente problema di “identità”. Gli psicologi dicono che l’identità non è un qualcosa di stabile e di definito una volta per tutte ed è il risultato di tre dimensioni: quello che noi sentiamo di essere, come noi vorremmo essere, come gli altri ci vedono. A queste ultime due dimensioni noi napoletani siamo molto sensibili e spesso “facciamo” i napoletani, una specie di recita collettiva in cui ci si sente “speciali”, “unici”, dove siamo generosi, ironici, disincantati, arguti, lo facciamo perché così noi vorremmo essere e pensiamo che questo gli altri -i non napoletani- si aspettano da noi.

Ha raccontato di essersi intrufolato in matrimoni e funerali per visitare luoghi inaccessibili. Qual è il tesoro nascosto di Napoli che le ha richiesto più fatica o che l’ha colpita maggiormente per il suo stato di degrado nonostante il valore storico?

Andate al Chiatamone, lo spazio che separa l’Hotel Vesuvio dall’Hotel Royal Continental è chiuso da un cancello, a sinistra c’è una botola. Ho conosciuto uno che aveva le chiavi, si scende una ripida scaletta e lì sotto c’è la sorgente della mitica acqua zuffregna, ora è un sotterraneo con le tubature degli impianti dell’albergo ma si vede una pozza d’acqua e accanto la rampa del pontile dove, prima della colmata di fine ottocento, attraccavano le barche per riempire le mummare da portare agli acquafrescai. Sulla parete si intravede l’immagine sbiadita di un dipinto che raffigurava la Madonna.

Nel libro non nasconde degrado, rabbia e indignazione. Secondo lei, oggi si fa ancora troppa retorica su Napoli o siamo entrati in una fase nuova del racconto della città?

La retorica ci sarà sempre perché è una consolatoria fuga dalla realtà che serve a non  cambiare niente.

A chi consiglierebbe di leggere il suo libro e cosa pensa che il lettore possa recepire dalle sue parole?

Un dizionario è una delle forme di lettura più universali, ognuno cerca quello che gli serve, ognuno trova quello che gli piace.

La voce inventata di “Dragoni” è una provocazione potente: pensa che Napoli abbia bisogno anche di luoghi immaginari per essere raccontata fino in fondo?

Non è inventata, è sognata, i sogni non li facciamo volontariamente e non ne siamo responsabili. Napoli ha una sua dimensione onirica, immaginaria, Napoli è l’unico caso conosciuto di una città che non è stata fondata da un eroe, un re, un santo, ma da un essere fantastico, una sirena che è metà essere umano, metà animale; non sembra l’inizio di una storia, sembra l’inizio di una favola.

Giovedì 19 Febbraio alle ore 18.30 presso l’Università E-Campus a via Ponte di Tappia 47 a Napoli, sarò possibile assistere alla presentazione del libro e viverlo attraverso le parole dell’autore e dei suoi ospiti.

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