Alla Galleria Toledo in scena Eros e Priapo con Massimo Verdastro l’invettiva di Gadda contro il ventennio fascista

Da martedì 3 a sabato 7 marzo – ore 20,30

Domenica 8 marzo – ore 18

 

TEATRO STABILE D’INNOVAZIONE GALLERIA TOLEDO
Via Concezione a Montecalvario, 34 – Napoli

 

EROS E PRIAPO

di Carlo Emilio Gadda

Interpretazione e regia di Massimo Verdastro

 

In scena l’invettiva di Gadda contro il ventennio fascista

Una produzione

Teatro Galleria Toledo Napoli – Materiali Contemporanei

Compagnia Diaghilev e Compagnia Massimo Verdastro

Napoli, 27 febbraio 2020 – Massimo Verdastro porta in scena il suo monologo da “Eros e Priapo”, il feroce e satirico libro di Carlo Emilio Gadda scritto nel 1944 contro il delirio della dittatura fascista e il carisma persuasivo del suo leader Benito Mussolini, secondo una rilettura psicologico-sessuale “…riguardante il sostrato erotico del dramma ventennale…”, come scrisse lo stesso Gadda nella presentazione al testo. In programma al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo, direzione artistica di Laura Angiulli, in Via Concezione a Montecalvario 34, da martedì 3 a sabato 7 marzo alle ore 20,30, e domenica 8 marzo alle ore 18 (Biglietti: intero 15 euro, ridotto 12 euro, under 35 10 euro), lo spettacolo è un’altra grande prova attoriale e registica di Verdastro che da oltre quarant’anni calca i palchi per dar voce al suo anticonvenzionale pensiero scenico, proveniente spesso dalle pagine letterarie. “Eros e Priapo” è prodotto da Teatro Galleria Toledo Napoli – Materiali Contemporanei, Compagnia Diaghilev e Compagnia Massimo Verdastro, con la drammaturgia di Verdastro e Luca Scarlini, il progetto scenico e i costumi  di Pier Paolo Bisleri e il progetto luci di Cesare Accetta.

 

“Eros e Priapo”

Massimo Verdastro interpreta le pagine fiammeggianti di Carlo Emilio Gadda in cui il grande scrittore lombardo dà corpo alle sue rabbie più ingestibili, facendo i conti con l’ingombrante figura del Duce (articolato istericamente come “Ku-ce” dalle folle in delirio), di cui pure egli era stato plauditore. L’ambiente è quindi quello della Roma imperiale, distesa sepolcrale di marmi, di cui egli vuole descrivere la corruzione sempre più mortifera che ne trapela, con cortocircuiti visionari e violentissimi. Come ogni grande invettiva, anche questo testo nasce in primo luogo dalla necessità di mettere drasticamente in crisi la figura dello scrivente rispetto ai dati del reale, svelando un meccanismo di seduzione di cui è stato vittima. Il “bicchierante” che voleva fare figliare le donne per mandare i rampolli alla “guerra, guerra, guerra”, riuscì ad arrivare e a restare al potere grazie a un mix infernale di “patria, birri e femine”. E proprio come un politico Don Giovanni egli viene presentato, tra lampi neri di misoginia quasi isterica, che poi rientrano nei ranghi di una commedia di carattere. L’attualità di queste parole è assoluta: i metodi di vendita del consenso si sono affinati grazie al nuovo parco media, ma sono rimasti largamente identici e, senza forzare niente né alterare tono e misura, le frecce scritte a ridosso della Seconda Guerra Mondiale colpiscono anche i bersagli dell’oggi.

Massimo Verdastro, con la complicità della Compagnia Diaghilev e di Galleria Toledo, propone una nuova versione che si avvale della preziosa collaborazione di Cesare Accetta per il progetto luci. Questa ennesima prova aggiunge quindi un’ulteriore testimonianza all’itinerario singolare di un performer che sceglie racconti abitati da molteplici identità, dando corpo a vari personaggi che sono sovente solo accennati come diversione da un itinerario principale e che pure animano decisamente un pensiero scenico in cui il confronto con le retoriche verbali è elemento centrale.

 

Note di regia

Qualche anno fa, mentre lavoravamo alla drammaturgia dello spettacolo Supereliogabbaret-bestiario romano, Luca Scarlini mi suggerì di leggere Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda. Subito mi colpì la lucida e spietata spirale linguistica e allo stesso tempo la caotica architettura di quel libro. Via via, durante la lettura, si aprivano – improvvise – pagine in cui la teatralissima scrittura produceva immagini così nitide e in successioni tanto dinamiche da sembrare un grande cinema verbale. Le donne, gli uomini le cose, i luoghi, si stagliavano prepotentemente da quella Storia che condusse per ventun’ anni “il tempo migliore di una generazione… a vecchiezza a traverso il silenzio”. L’umanità ingannata, confusa e dolente, di cui Gadda stesso fa parte, viene osservata dallo scrittore con scientifica perizia e, potrei dire, morbosa dedizione, attraverso l’uso di una sorta di lente d’ingrandimento. Una lente che, per effetto dovuto, amplifica, deforma, annulla ed evidenzia le cose. Qui la parola, forse più che in altre opere gaddiane, esprime un sarcasmo, un risentimento, una rabbia, un dolore a momenti quasi insostenibili. Una parola che scaturisce da un vissuto drammatico, da una memoria storica che ci induce a riflettere, a capire, per non ricadere negli stessi errori-orrori del passato: “L’esperienza deve essere condotta a profitto, altrimenti si vagola, si vagola, bambocci sperduti verso il buio inane dell’eternità”. Eros e Priapo è stato definito trattato, libello psicoanalitico, arringa, memoriale; sappiamo soltanto che Gadda ci restituisce una parola viva, crudele, appassionata. Per questo ho voluto praticarla sulla scena, nel tentativo di incarnare non solo quella folgorante parola, ma anche il pensiero di un uomo che con lucida contraddizione partecipa e osserva la fragilità, il dolore, la bellezza e la stupidità di un’umanità, purtroppo, ancora oggi in bilico.

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Biografia Redazione

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