Autore: Abdellah Taïa ; casa editrice Funambolo; anno prima pubblicazione2021 ; pp 236
Sinossi:In Francia, dopo gli attentati del 2015, Mounir, un intellettuale letterario parigino omosessuale di 40 anni di origine marocchina, vive in una situazione precaria. Si è appena trasferito in un appartamento in rue de Turenne. Madame Marty, anziana donna di 80 anni che vive al piano di sopra, lotta per sopravvivere in un minuscolo monolocale di 14 mq. L’amicizia tra questi due esclusi dalla Repubblica si intensifica fino al giorno in cui si trasforma in un incubo. Gli scontri tra i due si susseguono. Esasperata, Madame Marty chiama la polizia per far arrestare Mounir. Mescolando i suoi ricordi, i suoi pensieri, le sue riflessioni e i suoi slanci, Mounir ci presenta la sua infanzia in un quartiere marocchino, come ha vissuto la sua omosessualità, il suo esilio volontario, la solitudine degli invisibili. Una critica al razzismo e all’omofobia ben narrata, una lettura delirante che culmina in un finale inaspettato. Antoine, il commissario che interroga il giovane, lo sospetta di legami con i jihadisti. Ma Antoine esiste davvero? Dove si interseca il confine tra il reale e l’immaginario? “La vita lenta” è, senza dubbio, un romanzo di rottura.
La vita lenta di Abdellah Taïa è uno di quei romanzi che non cercano di piacere, ma di disturbare -e ci riescono con una lucidità quasi spietata.
Da giornalista, quello che colpisce subito è il contesto: la Francia ferita dopo gli attentati del 2015 non è solo uno sfondo, ma una vera e propria lente deformante attraverso cui ogni gesto e ogni parola vengono interpretati. Mounir, protagonista quarantenne, intellettuale precario, omosessuale e di origine marocchina, incarna tutte le tensioni di una società che proclama inclusione ma produce esclusione. Non è un personaggio “simpatico” nel senso tradizionale: è contraddittorio, a tratti respingente, ma proprio per questo profondamente umano.
Il rapporto con Madame Marty -anziana, fragile, apparentemente lontanissima da lui -è il cuore pulsante del libro. Taïa costruisce questa relazione come una miccia lenta: parte da una solidarietà tra solitudini e scivola progressivamente verso il conflitto, fino a diventare quasi un incubo domestico. Qui il romanzo si fa politico senza mai trasformarsi in manifesto: il conflitto tra i due diventa metafora di una convivenza impossibile tra mondi che si sfiorano ma non si comprendono.
La scrittura è frammentata, a tratti febbrile. Ricordi d’infanzia in Marocco, riflessioni sull’esilio, confessioni intime sull’omosessualità si intrecciano senza una struttura lineare, creando un senso di instabilità che rispecchia perfettamente la mente del protagonista. È una narrazione che richiede attenzione, ma restituisce molto: soprattutto quando affronta il tema della solitudine degli “invisibili”, categoria in cui Mounir sembra sprofondare sempre di più.
Particolarmente riuscita è l’ambiguità che circonda la figura del commissario Antoine: esiste davvero o è una proiezione? In questo punto il romanzo compie un salto quasi onirico, mettendo in discussione la stessa affidabilità del racconto. Il lettore è costretto a interrogarsi continuamente su ciò che è reale e ciò che è costruito, proprio come accade nelle narrazioni mediatiche post-attentati, spesso dominate da sospetto e paranoia.
La vita lenta è, in definitiva, un romanzo di rottura non tanto per la trama, quanto per lo sguardo: duro, disilluso, radicale. Taïa non offre soluzioni né consolazioni. Offre, però, una voce potente che racconta cosa significa vivere ai margini dell’Europa contemporanea -e lo fa senza filtri, con una sincerità che può risultare scomoda, ma necessaria.

