Quasi a ridosso dell’area del Duomo di Napoli e precisamente nel quartiere di Forcella, troviamo il complesso archeologico di Carminiello ai Mannesi. fu messo in luce dai bombardamenti del 1943 che ne distrussero la Chiesa soprastante e gran parte degli edifici a essa addossati. Si tratta di una imponente costruzione che un tempo occupava un’intera insula e conobbe diverse destinazioni di uso e ampliamenti nel corso dei secoli: da domus di età repubblicana (II sec. a. C.) a edificio termale in epoca imperiale (I –II sec. d.C.), fino a ospitare un Mitreo, luogo in cui si celebravano riti misterici dedicati al dio Mitra il cui culto fu introdotto dai soldati dell’Impero Romano di ritorno dall’Oriente. Durante il V sec. d.C. alcuni ambienti termali furono destinati a calcara e il complesso quasi completamente spogliato dai marmi e dagli elementi decorativi che furono riutilizzati, così come era consuetudine del tempo, nella costruzione e arricchimento delle nuove fabbriche.
A partire dal VI sec. d.C., l’area venne per lo più abbandonata e utilizzata come immondezzaio fino all’Ottavo secolo, quando alcuni ambienti dell’antico complesso furono recuperati e destinati ad attività artigianali, mentre altri furono utilizzati sia per ospitare una piccola chiesa dedicata a Santa Maria del Carmine e sia per ospitare la staurita di Santo Stefano, distrutta a fine Ottocento durante i lavori del Risanamento.
La chiesa altomedioevale, che nel frattempo aveva assunto l’appellativo ai “mannesi” (amanuense) per la presenza di numerose botteghe di carradori, fu poi completamente inclusa, insieme alle strutture dell’antico complesso archeologico, nei lavori di ampliamento voluti alla fine del Cinquecento dal Padre teatino Francesco Olimpo. Con i terribili bombardamenti del 1943 che devastarono la città di Napoli, la Chiesa fu completamente distrutta e dal suo crollo riemersero le antiche vestigia di epoca romana. Nel 1983 il complesso archeologico conobbe per la prima volta uno scavo sistematico a opera del Prof. Paul Arthur, che restituì le preziosissime informazioni di cui disponiamo oggi, ma sfortunatamente, conclusesi le attività di scavo, la criminalità organizzata si appropriò dell’intera piazza, innalzandovi un alto muro di recinzione e all’interno dello spazio nacque un parco macchine che negli anni danneggiarono ulteriormente strutture e affreschi.
Finalmente nel 1993 l’area fu sottoposta a sequestro giudiziario e affidata alla Soprintendenza Archeologica di Napoli per la sua tutela, ma a tutt’oggi, questo patrimonio inestimabile continua a essere sottratto alla collettività e ai turisti che, quotidianamente, sono costretti a sbirciare da un cancello perennemente chiuso.




