Sono un giornalista queer e da anni mi occupo di diritti umani. Ogni volta che mi imbatto nel fenomeno del bacha bazi provo una sensazione difficile da descrivere: una miscela di rabbia, impotenza e responsabilità professionale.
Come persona queer, però, sento anche il bisogno di chiarire una cosa che spesso viene distorta nel dibattito pubblico: il bacha bazi non ha nulla a che vedere con l’identità LGBTQ+. L’orientamento o l’identità di genere riguardano relazioni consensuali tra persone; qui invece parliamo di minori privati di qualsiasi possibilità di scelta. Confondere le due cose non solo è falso, ma finisce per danneggiare sia le vittime sia le comunità queer, alimentando stereotipi pericolosi.
Bacha bazi. Il termine, proveniente dal dari e dal persiano, significa letteralmente “gioco con i ragazzi”. Dietro queste parole apparentemente innocue si nasconde una realtà molto più complessa e controversa.
Il bacha bazi è una pratica storicamente presente in alcune aree dell’Afghanistan e dell’Asia centrale. Ragazzi molto giovani vengono addestrati a cantare e a ballare durante feste private organizzate da uomini adulti. Indossano spesso abiti vistosi e vengono preparati per esibirsi davanti agli ospiti. A prima vista potrebbe sembrare una forma di intrattenimento tradizionale. Tuttavia, molte organizzazioni internazionali sostengono che, in diversi casi, questi ragazzi finiscono intrappolati in relazioni di forte dipendenza e sfruttamento.
Le storie che emergono da indagini giornalistiche e testimonianze raccolte negli anni raccontano spesso un quadro simile: ragazzi provenienti da famiglie molto povere, orfani o privi di altre opportunità, che entrano in questo sistema attraverso intermediari o conoscenze locali. Una volta dentro, uscire diventa difficile. Il potere economico e sociale degli uomini che organizzano queste feste crea un ambiente in cui il silenzio diventa la regola.
Osservare il fenomeno da una prospettiva queer rende ancora più evidente una contraddizione profonda. In molti contesti dove il bacha bazi è stato documentato, l’omosessualità viene pubblicamente condannata e le persone LGBTQ+ sono spesso oggetto di discriminazione o persecuzione. La retorica ufficiale parla di moralità, tradizione e ordine sociale.
Eppure, nello stesso contesto, esiste una pratica che coinvolge ragazzi minorenni e uomini adulti e che per anni è stata tollerata o ignorata. Non è tanto una contraddizione quanto un esempio di come il potere possa stabilire quali comportamenti vengono condannati pubblicamente e quali invece restano nell’ombra.
Negli ultimi anni il fenomeno è stato formalmente vietato dalle leggi afghane e denunciato da numerose organizzazioni internazionali. Tuttavia, l’applicazione delle norme è spesso difficile, soprattutto in contesti segnati da instabilità politica e forti gerarchie locali.
In fondo, il vero nodo non è solo ciò che accade, ma il silenzio che lo rende possibile.

