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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
News dal mondo

Biennale Danza al via con Emanuel Gat e Soa Ratsifandrihana

Redazione
Redazione 2 mesi fa
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(Adnkronos) – Si inaugura venerdì 17 luglio il 20esimo Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia diretto dal coreografo britannico Sir Wayne McGregor e intitolato "Time Does Not Exist". Il Festival propone una “profonda esplorazione del tempo, o meglio di un tempo che non esiste, scandagliando attraverso le compagnie e gli artisti ospiti i temi della memoria, dell’identità e dell’esistenza, incoraggiandoci a riflettere e a percepire il nostro legame con la vita – un invito a cambiare il modo di relazionarsi e di essere”, come dichiara McGregor. Sono artisti che hanno saputo trasformare e dare nuova urgenza al linguaggio della danza attraversandolo con la forza vitale delle rispettive culture originarie, in connessione profonda con ritmi, paesaggi, simboli di tradizioni ancestrali. Il festival si apre con due novità per l’Italia: "Fampitaha, fampita, fampitàna" della coreografa franco-malgascia, in forte ascesa nel panorama internazionale, Soa Ratsifandrihana, in scena al Teatro alle Tese (ore 18.00), e "Five Days in the Sun" di Emanuel Gat, fra i maggiori coreografi, in scena al Teatro Malibran (21.00). Entrambi gli spettacoli saranno in replica domenica 19 luglio.  “I nostri corpi, proprio come le nostre parole, portano storie, e non importa come le comunichiamo, queste storie devono essere raccontate", dichiara Soa Ratsifandrihana, danzatrice e coreografa franco-malgascia cresciuta in Belgio. Che nei suoi spettacoli racconta storie di origini e migrazioni, di identità plurime e frammentate, di vuoti da riempire e ricostruire, e lo fa attraverso diversi media, dalla narrazione radiofonica alla composizione coreografica e musicale. In questo modo Soa Ratsifandrihana crea un proprio vocabolario che riconnette i figli della diaspora, discendenti degli esuli dei territori colonizzati, ai loro luoghi di origine riappropriandosi e insieme riscrivendo le proprie radici. "Così Fampitaha, fampita, fampitàna" – titolo del suo ultimo lavoro – sono tre termini che in malgascio significano confronto, trasmissione, rivalità: richiamano una tradizione dell’800, quella delle cerimonie di danza antesignane delle moderne gare di ballo, e il recupero e la trasmissione di una lingua dei gesti appartenente a una memoria precoloniale, sepolta nel corpo e riattivata. In scena tre danzatori – Audrey Merilus, Stanley Ollivier, Elsy Robert – e il polistrumentista Joel Rabesolo emergono dal loro silenzio, offrendosi alla possibilità del linguaggio: si sfidano, si scelgono a vicenda e si liberano da quegli strati imposti dalla cultura egemone. Secondo capitolo di un dittico iniziato con il documentario radiofonico Rouge Cratère, di cui "Fampitaha, fampita, fampitàna" è l’estensione scenica, Soa Ratsifandrihana prosegue il dialogo con il proprio passato lontano, legato alle tradizioni e alle culture malgasce e caraibiche di Haiti, Martinica, Guadalupa, isole da cui prevengono gli interpreti. Una narrazione che trova forza nella pluralità, in cui la frantumazione di queste esperienze è vibrante quanto la loro riappropriazione. Con studi al Conservatorio superiore di musica e danza di Parigi, Soa Ratsifandrihana, classe 1994, ha collaborato con James Thierrée, Salia Sanou, Anne Teresa de Keersmaeker e Boris Charmatz, prima di iniziare una carriera solista che nel 2021, con l’assolo groove, la lancia nel mondo internazionale della danza. Oggi è in residenza a Charleroidanse e alla testa della giovanissima compagnia Kintana (“stella” in malgascio), fondata nel 2025, con cui porta avanti il suo approccio collettivo nell’interazione tra narrazione, coreografia, musica.   Un atteso ritorno a Venezia e alla Biennale quello di Emanuel Gat, figura di spicco della danza israeliana e fra i coreografi più amati in Europa, dove è attivo in Francia da un ventennio. "Five Days in the Sun", sulla quinta sinfonia di Mahler, è la novità che questo artista dalle linee coreografiche pure, modellate sulla scrittura musicale, riserva a Venezia insieme a un nuovo ensemble di dodici danzatori. "Five Days in the Sun" si struttura in cinque quadri coreografici, uno per ogni movimento sinfonico, che aprono altrettanti varchi verso un profondo viaggio attraverso l’esperienza umana. Un ricco intreccio di emozioni e contrasti, lo spettacolo si muove dall’oscurità alla luce, dalla disperazione alla gioia e dalla tensione al rilassamento, tra solennità ed estasi, introspezione e movimento esteriore, tracciando un ampio arco narrativo che approfondisce i temi dell’amore, della mortalità e della trasformazione. Un banco di prova per la formazione tutta nuova di Emanuel Gat: dodici danzatori provenienti da tutto il mondo. Con una formazione musicale oltre che coreografica, attivo fin dal 1994 e vincitore di numerose onorificenze e premi, come un Bessie nel 2006, Emanuel Gat esprime un pensiero alto dell’arte coreografica: “Con l’avvento dell’era digitale, dell’intelligenza artificiale e del machine learning, la conoscenza sta diventando abbondante, mentre l’esperienza del reale opera ormai in regime di scarsità. La coreografia – trasformando l’energia umana in materia artistica attraverso persone reali, in tempo reale nello spazio reale potrebbe rivelarsi l’ultima manifestazione di una forma di sperimentazione artistica puramente analogica e organica. Può inoltre offrire quello che sta diventando uno spazio sempre più raro: un luogo in cui è possibile ritrovarsi, incontrarsi e condividere un’esperienza di vita”. 
—spettacoliwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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