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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Arte & SpettacoloCinema

Blade Runner 2049 – La sobrietà di un sequel

Julian Foster
Julian Foster 9 anni fa
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7 Min Lettura
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Denis Villeneuve con Blade Runner 2049 ha dimostrato al mondo e alla storia del cinema di essere degno di essere ricordato. Dirigere il sequel di un’opera colossale come Blade Runner è una responsabilità enorme ed un lavoro molto complesso, che potrebbe anche decretare la fine di una carriera. Ma non è stato questo il caso: il regista canadese si è dimostrato all’altezza della sfida, creando un film che si incastra alla perfezione con gli svolgimenti del precedente, evitando qualsiasi stravolgimento, ma lasciandolo al contempo con un’identità propria ben definita. Villeneuve nella sua carriera ha già ricevuto molti riconoscimenti, sia in patria che all’estero, ed è stato candidato due volte agli Academy Awards: come miglior film con Arrival (2016) e come miglior film in lingua straniera con La donna che canta (2010).

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Il film è ambientato nella stessa Los Angeles distopica del Blade Runner di Ridley Scott: la città e il mondo sono sovraffollati e l’inquinamento ha nascosto il cielo con nuvole che producono una quasi incessante pioggia. La natura è sterminata e ne rimane ben poco: un albero morto, un fiore e qualche larva coltivata come cibo (“Che cosa coltivi?” “Proteine”). I replicanti del 2019, i Nexus 6, sono stati giudicati troppo emotivi e quindi pericolosi, specialmente dopo la ribellione dei sei androidi sedata da Rick Deckard ed il Black Out. La Tyrell Corporation che si occupava della loro produzione è fallita e dopo un breve periodo dove gli androidi erano banditi è stata sostituta dalla Wallace Corp., con i suoi androidi programmati per obbedire, creati da Neander Wallace (Jared Leto).

Il protagonista è l’agente K (Ryan Gosling) un replicante di ultima generazione, programmato per essere un Blade Runner, poliziotti incaricati di ritirare (uccidere) i replicanti, Nexus e non, in circolazione. In una delle sue missioni trova una cassa sepolta, il quale contenuto ha il potenziale di distruggere la società. Sconvolta dalla scoperta, il Tenente Joshi (Robin Wright), ordina all’agente K di insabbiare tutto. A conoscenza di questo segreto però c’è anche la Wallace Corp., rappresentata da Luv (Sylvia Hoeks), braccio destro di Neander Wallace. Da qui entreranno in gioco vari elementi, tra cui l’ex Blade Runner Rick Deckard (Harrison Ford) e si ingroviglieranno in una trama apparentemente prevedibile, ma molto complessa. Gli avvenimenti si inseriscono in un quadro molto più ampio, che il regista preferisce toccare di striscio, facendo in modo che la narrazione sembra che scivoli in un mondo reale e ben definito, fuori dal controllo della telecamera.

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I temi che vengono affrontati apertamente sono lasciati in eredità dal primo, come l’identità e il suo rapporto con la memoria, l’ineguaglianza sociale, la percezione della realtà e di sé (il film si apre con un primo piano di un occhio e l’occhio stesso è un simbolo che ritorna spesso: il Voight-Kampff, il test per determinare se un individuo sia un replicante o meno, si basa sulla dilatazione dell’iride dovuta a stimoli emotivi) e la definizione stessa di realtà. Uno dei temi principali è la riflessione etica e morale sulla creazione artificiale di forme di vita, con la domanda “cosa è l’anima e chi ne è dotato?” alla quale il film tenta di dare una sua personale risposta. Questo tema è stato già affrontato nella letteratura (Frankenstein come modello) e non tocca solo i campi filosofici, ma anche religiosi: in Blade Runner è presente una chiara allegoria, dove gli androidi possono essere visti come gli angeli caduti dal paradiso (le colonie extraterresti) e catapultati sulla terra (inferno) e il loro Dio è il loro creatore, il dottor Tyrell. Questa allegoria viene apertamente ripresa nel secondo film, tanto che Neander Wallace raramente li chiamerà replicanti. Un altro tema già evidente nel romanzo da cui è preso il primo film (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) e nell’opera di Philip Dick tutta è quello dell’impatto dell’uomo sulla terra: il mondo è infatti devastato dall’abuso della razza umana delle sue risorse, la natura è scomparsa e sostituita artificialmente; i pochi animali viventi vengono pagati a prezzi altissimi e sono simbolo di status sociale; l’aria in molte zone del mondo è irrespirabile per gas tossici e radiazioni.

Image result for blade runner 2049Da un punto di vista stilistico la troupe e il regista operano in maniera spettacolare. Riescono a trarre gli elementi costituenti dell’atmosfera cyberpunk del primo film e a incastrarli nelle tecniche narrative e cinematografiche moderne. Il monocromatismo viene accostato a inquadrature più ampie, spesso dominate colori scuri o opprimenti per aumentare la claustrofobia. Il design e i costumi rimangono in tema, conservando e personalizzando l’estetica retrofuturista, simbolo del primo film, ma che lascia il tempo che trova. La colonna sonora è un elemento fondamentale dello stile di Blade Runner ed è opprimente e oscura, i suoni e i rumori dialogano e il risultato è quasi onnipresente, fungendo da metronomo per il film, dettando sempre lo stesso ritmo volutamente lento e mantenendo la tensione alta. La musica nel primo film scavalca costantemente la quarta parete, come per esempio nella scena dove Rachel suona il pianoforte. In 2049 invece, quando verrà suonata la singola nota di un pianoforte cala il silenzio. Questo perché Villeneuve, seppur dando molta attenzione alla musica, non sembra dimenticare l’importanza della sua assenza, dimostrando così una certa indipendenza dalla colonna sonora per comunicare certe atmosfere. Indipendenza che non tutti i registi hanno. Tra i vari compositori che si occupano della colonna sonora ritroviamo, dopo Dunkirk, la mano esperta Hans Zimmer.

Blade Runner 2049 dimostra quindi di essere un più che degno sequel del precedente. Un sequel che, pur mancando della stessa densità e profondità, riesce comunque a intrattenere. L’intertestualità è fondamentale e per quanto il film possa essere comprensibile a se stante, penso che (ri)vedere il primo film e i cortometraggi di mezzo renda il film più interessante. Inoltre considerata la spettacolarità visiva e sonora, la visione in IMAX può aumentare la godibilità del film.

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Julian Foster Ott 13, 2017
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Pubblicato da Julian Foster
Viaggiatore incallito, musicista appassionato, amante di ogni forma di arte, impegnato nello studio delle lingue e letteratura straniere, sogna un futuro nel mondo accademico.
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