Ci sono luoghi che sembrano dimenticati dal tempo. Piccole città dove le strade finiscono tra gli alberi, dove la notte è davvero buia e dove tutti conoscono tutti. In uno di questi posti, all’inizio degli anni Novanta, accadde qualcosa che ancora oggi pesa come una ferita aperta. Successe a Bowraville, una cittadina di poche migliaia di abitanti nel nord del Nuovo Galles del Sud, circondata da boschi e fattorie. Un posto tranquillo, almeno in apparenza. Ma tra il settembre del 1990 e il febbraio del 1991 tre ragazzi scomparvero nel nulla. Tre vite spezzate nell’arco di pochi mesi. Tre storie che sembravano isolate, ma che la comunità locale capì subito essere legate da qualcosa di più oscuro. E forse, da una sola mano.
Tutto iniziò con una festa nella comunità aborigena della città, una zona conosciuta semplicemente come “The Mission”. È un quartiere alla periferia di Bowraville, a circa due chilometri dal centro, lungo una strada che una volta si chiamava Cemetery Road. Un nome che suona quasi come una premonizione. Le feste lì non erano rare: musica, birra, gente che arriva e che va via, ragazzi che parlano fino a tardi, adulti che chiacchierano nei cortili. Il 13 settembre 1990, tra quelle persone c’era anche una ragazza di sedici anni. Si chiamava Colleen Walker. Era venuta a trovare dei parenti dalla vicina città di Sawtell. Era allegra, dicevano, e il giorno dopo avrebbe dovuto tornare a casa. Aveva già preparato le sue cose.
Quella notte qualcuno la vide allontanarsi dalla festa. Poi basta. Colleen svanì nel buio.
La sua famiglia denunciò subito la scomparsa. Ma la polizia locale non sembrò particolarmente preoccupata. Disse che probabilmente era scappata di casa. Che gli adolescenti fanno così, a volte. Che sarebbe tornata entro un paio di settimane. Nessuna squadra di ricerca organizzata, nessuna indagine urgente. Solo il tempo che passava e una famiglia che continuava a dire che no, Colleen non era il tipo da sparire così. E avevano ragione. Perché Colleen non tornò mai più. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Solo mesi dopo, nell’aprile del 1991, alcuni suoi vestiti furono trovati nel fiume Nambucca, appesantiti da pietre. Un dettaglio inquietante, come se qualcuno avesse voluto assicurarsi che restassero nascosti per sempre.
Poche settimane dopo la scomparsa di Colleen accadde qualcosa di ancora più terribile. Il 4 ottobre 1990, una bambina di quattro anni sparì nel nulla. Si chiamava Evelyn Greenup ed era la cugina di Colleen. Anche lei si trovava a una festa, questa volta a casa della nonna. La madre l’aveva messa a letto quella sera. Quando si svegliò la mattina dopo, il letto era vuoto. Evelyn era sparita. Nessuna finestra rotta, nessuna porta scassinata. Solo un silenzio inquietante. La nonna ricordò più tardi di aver sentito la bambina piangere per qualche secondo durante la notte. Un pianto breve, quasi soffocato. Poi nulla.
Anche in quel caso, la famiglia corse alla polizia. Ma la risposta fu gelida. Gli agenti non vollero neppure registrare immediatamente la denuncia di scomparsa. Continuavano a chiedere se qualcuno l’avesse portata nel Queensland. Arrivarono perfino a insinuare che la madre e la nonna potessero aver venduto la bambina. Parole che feriscono quasi quanto la perdita stessa. Parole che ancora oggi la comunità di Bowraville ricorda con rabbia.
Per mesi Evelyn non fu trovata. Poi, il 27 aprile 1991, qualcuno fece una scoperta nel bosco vicino a Congarinni Road. Tra gli alberi c’erano resti scheletrici. Piccoli. Troppo piccoli. Gli esami stabilirono che appartenevano a Evelyn. L’autopsia non riuscì a stabilire con certezza la causa della morte, ma sul cranio c’era una lesione compatibile con un colpo violento, forse inferto con un oggetto appuntito.
A quel punto, la paura cominciò a diffondersi nella comunità. Due bambini scomparsi. Due tragedie che sembravano non avere spiegazione. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
Il 31 gennaio 1991, durante un’altra festa a The Mission, scomparve un ragazzo di sedici anni. Si chiamava Clinton Speedy-Duroux. Gli amici dissero che quella sera sembrava ubriaco, cosa insolita per lui. Fu visto per l’ultima volta la mattina presto del 1° febbraio. Aveva passato la notte con la sua ragazza dentro una roulotte gialla. Quando lei si svegliò, Clinton non c’era più. Alcuni dei suoi vestiti erano stati tolti. Il proprietario della roulotte disse di averlo visto andare via verso le cinque del mattino. Ma nessun altro lo vide.
Due settimane dopo, il 18 febbraio 1991, i resti di Clinton furono trovati in una zona boscosa vicino a Congarinni Road, a circa sette chilometri da Bowraville. Non lontano da dove era stata trovata Evelyn. Sotto i suoi vestiti gli investigatori trovarono una federa proveniente proprio dalla roulotte in cui aveva dormito.
A quel punto le coincidenze erano troppe per essere ignorate. Tre giovani vittime. Tutti appartenenti alla comunità aborigena. Tutti scomparsi dopo feste nella stessa zona. Tutti spariti nella notte.
La polizia iniziò finalmente a considerare che potesse trattarsi di omicidi collegati. Gli investigatori concentrarono l’attenzione su un uomo di venticinque anni, un operaio del posto che frequentava spesso le feste alla Mission. Era conosciuto da molti nella comunità. Alcuni lo avevano visto nei pressi delle feste nelle notti delle sparizioni.
Fu arrestato nell’aprile del 1991 con l’accusa di aver ucciso Clinton. Più tardi fu accusato anche dell’omicidio di Evelyn. Sembrava che il caso stesse finalmente prendendo una direzione. Ma la giustizia, a Bowraville, avrebbe preso una strada molto più complicata.
I processi non furono mai uniti. La legge dell’epoca impediva di utilizzare le prove di un caso per rafforzare l’altro. Così la giuria fu costretta a valutare ogni omicidio separatamente, come se fosse una storia diversa. Nel 1994 l’uomo fu assolto per l’omicidio di Clinton. Dopo quella decisione, l’accusa rinunciò a procedere per l’omicidio di Evelyn. Anni dopo fu processato di nuovo per quel caso, ma nel 2006 arrivò un’altra assoluzione.
E così, tre morti e nessuna condanna.
Nel frattempo la comunità aborigena di Bowraville non ha mai smesso di chiedere giustizia. Per anni le famiglie delle vittime hanno organizzato marce, campagne, petizioni. Hanno parlato ai giornalisti, ai politici, ai giudici. Hanno detto che la polizia non aveva preso sul serio le prime scomparse. Che se le vittime non fossero state aborigene forse le indagini sarebbero state diverse.
Il caso ha cambiato perfino alcune leggi australiane sul doppio processo. Ma non è bastato. Nel 2018 la Corte d’Appello penale stabilì che l’uomo sospettato non poteva essere processato di nuovo per gli omicidi. L’anno dopo l’alta corte australiana confermò quella decisione.
E così la storia di Bowraville è rimasta sospesa nel tempo. Tre ragazzi scomparsi nella notte. Un sospettato che molti credono colpevole ma che la legge considera innocente. Una comunità che continua a ricordare.
Perché in certi luoghi la memoria non svanisce mai davvero. Rimane tra le case, nelle strade polverose, nei boschi che circondano la città. Rimane nelle domande senza risposta.
E ogni tanto qualcuno si chiede ancora cosa sia successo davvero, in quelle notti tra il 1990 e il 1991, a Bowraville.

