BUON COMPLEANNO D10S, GENIO DEL CALCIO ED ICONA DI UNA CITTA’

Chi è nato a Napoli, ci ha vissuto per un po’ o comunque la conosce abbastanza a fondo, sa che una delle sue caratteristiche principali è la capacità di mescolare il culto per il sacro e per il profano, in modo sincero e senza cadere nella blasfemia.

Non c’è da sorprendersi, dunque, se da circa 30 anni a questa parte, il 30 ottobre molti tifosi del Napoli si salutano augurandosi, in modo scherzoso ma non troppo, “Buon Natale!”: in questo giorno infatti festeggia il compleanno colui che ha regalato ai sostenitori azzurri le vittorie e le emozioni più indimenticabili, al punto da essere venerato quasi come una divinità terrena: Diego Armando Maradona.

Ieri il “Pibe de Oro” ha spento 60 candeline, traguardo importante per il quale ha ricevuto gli auguri del Napoli (dall’allenatore Gattuso fino a Dries Mertens, che lo ha superato lo scorso anno tra i marcatori azzurri all-time) oltre che di tanti protagonisti del mondo del calcio.

Per capire fino in fondo perché Diego sia tanto amato a Napoli non può bastare il ricordo dei trofei vinti dagli azzurri grazie a lui, anche se in tal senso i numeri aiutano eccome: nei 7 anni trascorsi all’ombra del Vesuvio, Maradona ha contribuito in modo determinante alla conquista degli unici due scudetti nella storia del sodalizio partenopeo, oltre che di una Coppa Italia, di una Supercoppa Italiana e soprattutto di una Coppa UEFA, allora disputata dalle migliori squadre europee non vincitrici dei rispettivi campionati, e quindi assolutamente paragonabile per difficoltà ad una Champions dei giorni nostri.

Più che il numero delle vittorie conquistate a Napoli, è indubbiamente il “peso” di questi successi a renderli speciali: la squadra partenopea, pur avendo una dignitosissima storia alle spalle, nei 60 anni precedenti alla conquista del primo scudetto si era soltanto avvicinata a queste vette, e soprattutto mai era stata realmente in grado di sottomettere la nobiltà calcistica italiana con tanta continuità come successo in quegli anni, in cui le gerarchie del pallone nostrano sono state letteralmente ribaltate grazie a Diego.

Napoli, però, non ha avuto bisogno di aspettare un trofeo per innamorarsi di Maradona: fu un vero colpo di fulmine, quello che scattò tra il Pibe ed i suoi nuovi supporters il 5 Luglio del 1984, quando Diego entrò al San Paolo per la prima volta presentandosi con un “buonasera Napolitani”, tre palleggi ed un pallone tirato in aria, virtualmente regalato ad ogni tifoso accorso a salutarlo.

I Napoletani erano però già stati colpiti dal fatto che Maradona, nel pieno della sua carriera anche se reduce da due difficili anni a Barcellona, avesse voluto con tutte le sue forze vestire la maglia azzurra, invece di andare in uno dei tanti squadroni europei o del Nord Italia: Diego li aveva scelti, aveva scelto Napoli per vivere i suoi anni calcistici più importanti, e Napoli per questo lo avrebbe amato per sempre.

Proprio ieri Diego ha rivendicato questa scelta, dicendosi orgoglioso di aver giocato nel Napoli, al pari di chi si vanta di aver militato in squadre come Barcellona (in cui lui stesso ha giocato), Real Madrid o Juventus.

Maradona non si limitò ad essere il leader tecnico ed il capitano di quel Napoli, ma in poco tempo entrò in totale simbiosi con la città, facendosi carico di rappresentarla con tutto ciò che ne conseguiva, anche e soprattutto in contesti ostili: indimenticabili, ad esempio, le parole che rivolse alla panchina durante un Verona-Napoli nel 1986, prima di guidare gli azzurri alla rimonta da 0-2 mentre dagli spalti piovevano gli insulti più infamanti: “adesso vado a vendicare i Napoletani”.

E’ per questo che il Pibe resta un giocatore unico nel suo genere: calciatore fenomenale, in grado di dare vita a prodezze, gol ed assist mai visti prima su un prato verde, ma prima ancora guida sicura per i tifosi e soprattutto per i compagni, mai oggetto di gelosie o personalismi, sempre difesi dagli attacchi di stampa, avversari e persino della propria società, quando occorreva; non è un caso che a distanza di decenni dal suo ritiro, non c’è un compagno di squadra di Diego che lo critichi o che non sia pronto a ricordarlo con affetto e riconoscenza.

Esempio definitivo della sua grandezza, in tal senso, è la vittoria nel Mundial di Messico 1986, in cui Maradona trascinò praticamente da solo (altro che Messi…)  alla vittoria un’Argentina modesta, battendo in finale la fortissima Germania di Rummenigge e Matthaeus, e realizzando ai quarti di finale contro l’Inghilterra quello che è stato giustamente definito il “gol del secolo”: una inarrestabile serpentina tra gli impotenti difensori inglesi, iniziata dentro la propria metà campo e conclusa in rete dopo aver dribblato anche il portiere.

Poco importa che qualche minuto prima Diego avesse realizzato il famoso gol con la “mano de Dios”, perché per lui la perfida Albione, con la quale l’Argentina era stata in guerra per il controllo delle isole Falkland, andava punita in ogni modo: questo era il calcio per Maradona, il solo strumento che lui aveva per porre rimedio alle ingiustizie del mondo.

Non a caso Maradona è stato fonte di ispirazione anche per artisti impegnati nel raccontare le vicende degli “ultimi” e le disuguaglianze sociali, come il cantante Manu Chao, che a Diego ha dedicato la canzone “la vida es una tombola”, o Emir Kusturica, autore di un docufilm sulla sua vita.

E’ questa capacità di combattere e ribellarsi ai potenti del calcio, e nei limiti del possibile ai potenti della politica, che ha reso il Pibe amatissimo dal popolo, argentino, napoletano e non solo: la gente gli ha voluto bene al punto da perdonargli tutte le vicende personali in cui Maradona è stato protagonista in negativo, in primis la dipendenza dalla cocaina.

Agli occhi di chi lo guarda senza pregiudizi e falsi moralismi, è fin troppo evidente che commettendo quegli errori, Diego ha finito per punire solo ed esclusivamente sé stesso, rovinando parzialmente la sua carriera, mettendo a rischio la sua salute e compromettendo alcuni dei rapporti con gli affetti più cari.

Se Napoli lo ha amato, l’Italia lo ha prima sopportato e poi detestato, infierendo sugli aspetti extracalcistici per mascherare l’invidia di non averlo potuto raccontare come esponente delle solite “strisciate”, e soprattutto la rabbia di aver perso un Mondiale in casa per mano sua.

E’ per nascondere il proprio fallimento che il CT Vicini e molti giocatori raccontarono e raccontano, mentendo, di una Napoli schierata contro l’Italia nella semifinale del 1990, rimproverando a Diego di aver detto…la verità, ovvero che era curioso che improvvisamente l’Italia si “accorgesse” di Napoli per chiederne il sostegno, dopo averla sempre ignorata.

La furba provocazione di Maradona cadde sostanzialmente nel vuoto, e Napoli tifò per gli azzurri, che furono sconfitti senza ridicole attenuanti: tanto bastò però ai tifosi italiani per fischiare addirittura l’Inno Nazionale Argentino prima della finale, meritandosi l’appellativo che Diego rivolse loro: “Hijos de…”.

Con il passare degli anni, Maradona per i Napoletani si è trasformato da Campione a Mito, le cui gesta sul campo e fuori sono tramandate dai racconti dei genitori ai figli, dai murales che lo raffigurano per le strade della città, e dai filmati in cui i suoi capolavori si possono riguardare all’infinito, senza stancarsi: su tutte, il balletto con il pallone incollato ai piedi, all’Olympiastadion di Monaco, mentre “Life is Life” degli Opus veniva sparata a tutto volume allo stadio, prima di condurre il Napoli alla prima e tuttora unica finale europea della propria storia.

“Life is Life”…e allora buona vita D10S, ancora tanti auguri, e da un Napoletano che da bambino ha avuto il privilegio di guardarti mentre portavi la sua squadra alla conquista dei traguardi più belli, semplicemente…grazie.

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Biografia Jacques Pardi

Jacques Pardi
La laurea in ingegneria gli ha fatto perdere i capelli ma non le tante (troppe?) passioni, dallo sport (soprattutto il Napoli, calcio e basket, ma più che di passione qui parliamo di...malattia), al cinema, dalla musica alle serie tv, fino (inevitabilmente) ai fumetti. La moglie e le due figlie queste passioni spesso le supportano, altrettanto spesso le...sopportano. Un autentico e fiero "nerd partenopeo" insomma, incurante dell'età che avanza, con un sogno nel cassetto: scrivere di quello che ama

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