Castel Capuano è, dopo il Castel dell’Ovo, il più antico castello di Napoli, è situato allo sbocco dell’attuale via dei Tribunali.
Il castello fu costruito nel 1160 per volere del re di Sicilia Guglielmo I, figlio del re Ruggero il Normanno. Costruito in prossimità di Porta Capuana, da cui prende il nome, aveva un’importante scopo difensivo trovandosi sulla tratta commerciale dei paesi dell’entroterra campano.
Sotto il regno svevo di Federico II ha avuto il suo massimo splendore. Nel 1279 Carlo I d’Angiò fece costruire Castel Nuovo dove trasferì la sua corte.
Così Castel Capuano perse la sua funzione di residenza reale. Nel XVI secolo l’imperatore spagnolo Carlo V soggiornò nel castello per un breve periodo ma fu il suo viceré don Pedro de Toledo a determinare il destino di questo luogo. Il viceré infatti trasformò il castello nella sede dei Tribunali della Vicaria. Oggi molti lo conoscono semplicemente come il Palazzo della Vicaria. Per la sua nuova funzione furono trasferiti tutti gli uffici giuridici e ampliate le carceri Nonostante siano passati tanti secoli, è rimasto vivo ricordo della sua Colonna degli infami. Si trattava di una vera e propria colonna di epoca greco romana, su cui i debitori insolventi dovevano alzarsi, spogliarsi completamente e dichiarare di rinunciare a tutti i loro beni.
A questa dichiarazione il popolo insultava e ridicoleggiava il debitore. Il terrore di questa pubblica umiliazione diffuse tra i napoletani il detto, tutt’ora in uso, di “mannaggia ‘a culonna ‘nfame”. In realtà la colonna era solo una parte del terribile scenario del Palazzo della Vicaria, fuori dal castello erano esposti in gabbie di ferro le teste dei condannati a morte come monito per la popolazione. A Napoli si ricorda ancora la storia di Giuditta Guastamacchia. sposa fedifraga che nell’aprile del 1800 fu processata e giustiziata dalla Gran Corte della Vicaria per aver assassinato, con l’aiuto del suo amante e del di lei padre, il giovanissimo marito e fatto scempio del suo cadavere.
La storia di Giuditta comincia verso la fine del 700, quando giovanissima, con un figlio piccolo da allevare, si ritrova sola e povera dopo la morte di suo marito. Dopo un breve periodo trascorso nel convento di Sant’Antonio alla Vicaria, Giuditta inizia una relazione con un sacerdote, tale don Stefano D’Aniello, che per salvare le apparenze si spaccerà come uno zio. Ed è proprio lui che per allontanare i sospetti e far cessare alcune voci, che inviterà a Napoli dalla Puglia un suo giovane nipote appena sedicenne, per farlo sposare con la bella vedova. Ma un giorno il ragazzo scopre l’inganno, decide di rendere pubblica la tresca tra sua moglie e il prete (suo zio), facendo scoppiare lo scandalo. A quel punto, per evitare lo scandalo, la mente diabolica di Giuditta elabora un piano criminale.
In lacrime e mal messa corre dal padre asserendo essere stata malmenata e derubata di tutti i suoi averi dal marito, elaborando poi un piano delittuoso, convincendo anche l’amante a parteciparvi. Giuditta con uno stratagemma, attira in casa il giovane, dove con l’aiuto dei due uomini lo uccidono e poi con l’aiuto di altri due uomini, un barbiere e un chirurgo, decide di fare a pezzi il cadavere mettendoli in un sacco, per poi disperderli nel bosco, in campagna e nel mare. La loro idea era quella di far attribuire l’omicidio ai soliti rei di Stato.
Ma Il piano fallisce perchè, il barbiere, viene beccato dalle guardie reali mentre cerca di disfarsi dei poveri resti. E, dopo un lungo interrogatorio, confessa tutto facendo i nomi dei suoi complici. Giuditta Guastamacchia a quel punto tenta la fuga ma viene catturata a Capodichino. Il tribunale della Vicaria condanna tutti a morte per impiccagione, solo lo zio prete, se la cava con l’ergastolo perché fu l’unico a non aver partecipato materialmente all’omicidio del nipote. Dopo l’impiccagione, a Giuditta venne tagliata la testa e le mani che furono messe in mostra in una delle gabbie della Vicaria
Il cranio di Giuditta, è uno dei reperti esposti nel MUSEO ANATOMICO DI NAPOLI
La colonna, e le gabbie, vennero demolite solo nel XVIII secolo dal re Carlo di Borbone che ristrutturò tutto l’edificio lasciandone però la funzione giuridica.
All’esterno del castello si possono ancora leggere alcuni momenti del suo passato. Sul portale d’ingresso c’è lo stemma dell’imperatore Carlo V di Spagna e poco più sopra lo stemma dei Savoia affisso dopo l’Unità d’Italia, mentre all’angolo Nord-est è visibile lo stemma di don Pedro de Toledo. Sempre sopra l’ingresso principale sono poste due date, una è la vittoria di Carlo V a Tunisi e l’altra è l’anno in cui il castello divenne sede del tribunale.
Oggi nel Castel Capuano sono rimasti alcuni uffici del tribunale e un’importante biblioteca ma conserva anche dei bellissimi cicli di affreschi. La Sala dei Busti così chiamata perché espone i busti dei più importanti avvocati napoletani come Giuseppe Poerio e Mario Pagano e quella della Corte d’appello.
Le due sale, recentemente restaurate, sono tornate al loro splendore.
Come tutti i castelli che si rispettino, anche castel Capuano ha il suo fantasma
Si racconta che ogni 19 aprile, nei corridoi del vecchio tribunale di Castel Capuano, si odano lamenti, e urla disumane. Sembra che l’anima dannata che si aggirerebbe nell’antico castello, sia quella di Giuditta Guastamacchia, sposa fedifraga





