Accadde Oggi – Senza Linea https://www.senzalinea.it/giornale Napoli e dintorni Sun, 16 Feb 2020 05:20:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 Accadde oggi: 113 anni fa, la scomparsa di Giosuè Carducci https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-113-anni-fa-la-scomparsa-di-giosue-carducci/ Sun, 16 Feb 2020 05:20:58 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=74707 Essere italiani, checché ne pensino alcuni, non è questione di sangue e, a ben guardare, neppure di nascita sul suolo nazionale; al di là di ogni considerazione politica e\o giuridica, essere italiani è prima di tutto un qualcosa che attiene alla cultura, a prescindere, appunto, dalle provenienze e dalle origini. Ad esempio, tra la miriade di personalità del nostro passato che si possono proporre, conoscere, almeno sulla base di riminiscenze scolastiche, Carducci fa di una persona, realmente, un italiano. Il poeta, infatti, in qualità di una delle colonne portanti della nostra Letteratura, appartiene, senza dubbio, al patrimonio identitario di noi tutti. Ebbene, se abbiamo citato proprio lui è perché, oggi, ricorre l’anniversario della sua scomparsa e ci sembra, pertanto, quanto meno opportuno ripercorrere insieme, per punti salienti (data l’impossibilità di condensare la sua vastità in un solo articolo) la sua vicenda biografica e letteraria. Un esercizio di memoria che può tornare decisamente utile, specie per quanti sono lontani dai banchi di scuola ormai da tanto tempo.

Dunque, Giosuè Carducci nacque il 27 luglio 1835 a Valdicastello, in provincia di Lucca. Nel 1838, la famiglia, per seguire il padre, divenuto medico della zona, si trasferì a Bolgheri, il paesello toscano reso famoso proprio dal poeta. Successivamente, essi si spostarono a Castagneto, che, oggi, non a caso, si chiama proprio Castagneto Carducci. Il forte legame del poeta con i luoghi della sua fanciullezza e con la Maremma, emerge in numerosi componenti, basti pensare a “Traversando la Maremma toscana”. Nella sua infanzia, poi, centrale fu la celeberrima Nonna Lucia, della quale egli parla nella poesia “Davanti San Guido” e la cui perdita fu motivo di sofferenza.

Trasferitosi a Firenze, Giosuè frequentò l’Istituto degli Scolopi e conobbe la futura moglie Elvira Menicucci. L’11 novembre 1853, il giovane entrò alla Scuola Normale di Pisa, riuscendo a vincere il concorso con un tema dal titolo “Dante e il suo secolo”. In quegli anni, insieme con tre compagni di studi, egli formò il gruppo degli “Amici pedanti”, dedito alla difesa del Classicismo contro i manzoniani. A tal proposito, bisogna sottolineare che la ripresa del Classicismo è, senz’altro, una cifra essenziale dell’espressione carducciana. Una volta conseguita la laurea, con il massimo dei voti, in aggiunta, Carducci cominciò a insegnare retorica al liceo di San Miniato al Tedesco. Qui, nel 1857, il poeta compose le “Rime di San Miniato”. Quello stesso anno, purtroppo, si uccise il fratello Dante, tragedia alla quale seguì, poco tempo dopo, pure la morte del padre.

Dopo il matrimonio con Elvira e la nascita delle figlie Beatrice e Laura, Carducci si trasferì a Bologna, dove insegnò, per tantissimi tempo, eloquenza italiana all’Università, immerso in un clima culturale fervente. Durante questo periodo proficuo, tuttavia, egli fu sconvolto dalla morte prematura del figlioletto Dante, per il quale compose, nel 1871, “Pianto antico”.

Negli anni ’60, il poeta assunse posizioni filo-repubblicane e addirittura giacobine, le quali caratterizzarono molto la sua produzione letteraria. Successivamente, però, mutata la situazione politica, Carducci ebbe una considerazione più favorevole nei confronti della monarchia, da lui ritenuta garante dello spirito laico del Risorgimento e di un progresso sociale non sovversivo. Nel 1890, non a caso, egli fu anche nominato senatore del Regno.

Nel 1906, al poeta venne assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Il premio gli fu attribuito “Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”. Le sue condizioni di salute precarie, però, non gli permisero di andare a Stoccolma per la premiazione.

Il 16 febbraio del 1907 Giosuè Carducci, morì nella sua casa di Bologna, all’età di 72 anni.

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Accadde oggi: la nascita di Little Tony, il “Cuore Matto” https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-nascita-di-little-tony-il-cuore-matto/ Sun, 09 Feb 2020 05:24:53 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=74106 Giovedì, nella serata dedicata alle cover del Festival di Sanremo, Piero Pelù, con un’interpretazione carica e travolgente di “Cuore Matto”, ha reso omaggio a una delle colonne storiche della kermesse musicale più importante d’Italia. Ci riferiamo, chiaramente, a Little Tony che, in queste giornate sanremesi, dedicate alla canzone italiana, e nella data della sua nascita, è per noi un piacere e un dovere ricordare. Era il 9 febbraio del 1941 quando, infatti, a Tivoli venne al mondo, da genitori sammarinesi e circondato da musicisti, l’Elvis Presley italiano, così definito, oltre che per l’anima rock, per la sua immagine e il suo stile simile al divo americano. Non a caso, fu lo stesso cantante sammarinese a rendere tributo all’idolo statunitense, sua guida e maestro – sebbene non l’abbia mai incontrato dal vivo – con l’album “Tony canta Elvis”. 

Antonio Ciacci (questo il suo vero nome) iniziò a esibirsi in balere e teatri d’avanspettacolo, fino a quando, nel 1958, venne notato da Jack Good, impresario inglese, il quale lo convinse a recarsi, insieme ai suoi fratelli, in Inghilterra, dove diedero appunto vita ai “Little Tony and his Brothers”. Oltremanica, inevitabilmente, il musicista si lasciò contagiare dallo spirito del Rock’n’roll, cifra essenziale della sua espressione artistica.
In quegli anni, egli incise moltissimi 45 giri, dei quali possiamo ricordare “Lucille”, “Johnny B.Good” e “Shake Rattle And Roll”, con brani celebri che furono ripresi pure come colonne sonore per noti film.

Rientrato in Italia, nel 1961, insieme ad Adriano Celentano, Little Tony partecipò per la prima volta al Festival di Sanremo, con la canzone “24 mila baci”, la quale si classificò seconda. L’anno successivo, per lui arrivò la vera e propria consacrazione grazie a “Il ragazzo col ciuffo” e, sempre nel 1962, partecipò al Cantagiro con “So che mi ami ancora”, alla quale fece seguire, nel ’63, “Se insieme ad un altro ti vedrò“. Il successo, al Cantagiro, però, arrivò nel 1966, con la canzone “Riderà”, la quale ebbe un riscontro di pubblico enorme insieme a “Cuore Matto”, che, invece, presentò a Sanremo. Come sappiamo, quest’ultimo brano vendette tantissimo, rimanendo primo in classifica per dodici settimane consecutive, e portò il cantante alla ribalta internazionale, tra Europa e America Latina.

Nel 1965, egli partecipò al Festival con “Bada Bambina” mentre nel ’68, per la quarta volta, con “Un uomo piange solo per amore”.  Lo stesso anno, incise “Lacrime” e “La donna di picche”. Successivamente, il musicista fondò la “Little Records”, etichetta con la quale pubblicò “E diceva che amava me/Nostalgia”. Nel 1970, poi, insieme a Party Pravo, sul palco dell’Ariston presentò “La spada nel cuore”, mentre nel 1974 portò “Cavalli bianchi”.

Negli anni ’80, Little Tony formò il gruppo “I Robot”, insieme a Bobby Solo e Rosanna Fratello. A partire dagli anni ’90, il cantante, invece, si dedicò principalmente alla tv, come ospite in molte trasmissioni, in primis Domenica In. Il suo ritorno nella “città dei fiori” fu nel 2003 insieme a Bobby Solo, con il brano “Non si cresce mai”. Del 2008, invece, fu la sua ultima volta all’Ariston, con “Non finisce qui”.

Come purtroppo sappiamo, Little Tony si spense a Roma il 27 maggio 2013; ma la sua voce e i suoi successi non smetteranno mai di battere in sincrono con il suo “Cuore Matto”.

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Sanremo: 62 anni “Nel blu dipinto di blu” https://www.senzalinea.it/giornale/sanremo-62-anni-nel-blu-dipinto-di-blu/ Sun, 02 Feb 2020 05:25:18 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=73583 Ci siamo, dopodomani, Rai 1 darà il via al 70° Festival di Sanremo che, per questa edizione vedrà al timone, in qualità pure di direttore artistico, il noto conduttore Amadeus. Inevitabilmente, come da consuetudine, anche quest’anno, non sono mancate e non mancano le polemiche e le attese attorno alla kermesse, accusata da molti, negli ultimi tempi, di preferire le logiche del mercato televisivo a quelle della qualità musicale. Tuttavia, è innegabile che Sanremo rappresenti, ancora oggi, l’evento nazional-popolare per eccellenza in Italia, così come non si può negare che, nel corso dei decenni, esso abbia fortemente contribuito a sfornare brani che sono divenuti veri e propri successi intramontabili. Ebbene, tra di questi, una menzione speciale va sicuramente attribuita alla canzone italiana di lingua non napoletana più famosa in tutto il mondo. Per chi non l’avesse ancora capito, ci stiamo riferendo a “Nel blu dipinto di blu” (conosciuta anche semplicemente come “Volare”), la quale fu presentata e interpretata, per la prima volta, sul palco dell’Ariston, nel 1958, da Domenico Modugno accompagnato da Johnny Dorelli. Il brano, come tutti sappiamo, vinse quell’edizione del Festival e, a partire dai primi due giorni di febbraio, inanellò una serie di riconoscimenti stratosferici; basti pensare che, nel periodo immediatamente successivo, si classificò terzo all’Eurovision Song Contest e per ben cinque settimane fu primo nella classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti. Nel 1959, in aggiunta, vinse pure come Canzone e Disco dell’anno ai Grammy Awards. Nel complesso, in tutto il pianeta, “Nel blu dipinto di blu”, inciso in 13 lingue diverse, vendette oltre 22 milioni di copie e rappresentò un trionfo assoluto per l’artista nato a Polignano a Mare, il quale, da quel momento, specie negli Usa, fu ribattezzato come Mr.Volare.

La canzone, così originale rispetto agli standard del periodo, fu scritta, a Roma, nel 1957, dallo stesso Modugno, in collaborazione – cosa che forse non tutti conoscono – con il paroliere Franco Migliacci. Attorno alla composizione di questo capolavoro girano molte storie, ma noi preferiamo qui riportare la testimonianza di chi assistette in prima persona a quei momenti creativi, ovvero Franca Gandolfi, la moglie del cantante pugliese, la quale, in un’intervista a rilasciata a Il Fatto Quotidiano dichiarò: «C’era un amico attore, Franco Migliacci. Non aveva mai scritto un testo. Mio marito Mimmo voleva dargli una mano. Un giorno dovevamo andare al mare, però Migliacci si era ubriacato e non si presentò all’appuntamento. Restò a dormire e – raccontò in seguito – sognò un quadro di Chagall, Le Coq Rouge. Scrisse versi sul firmamento: in quel periodo tutti eravamo presi dallo Sputnik. Franco e Mimmo cominciarono a lavorare su quel pezzo, litigando. Modugno sentiva che mancava qualcosa! Finché, un giorno di autunno del ’57, scoppiò un gran temporale su Roma. Mimmo suonava al piano nella nostra casa di Piazza Cardinal Consalvi, a Ponte Milvio, quando all’improvviso la finestra si spalancò e tutti i fogli volteggiarono in aria. Rapito, Mimmo prese a cantare ‘volare, oh oh’. Esultò: ‘Mancava questo!’.”

“Nel blu dipinto di blu” è, dunque, il racconto di un sogno, della visione onirica di un uomo che lo porta a spiccare un volo di libertà. Migliacci, però, ebbe a dichiarare che, in realtà, il testo era figlio di un incubo ch’egli ebbe nel giorno più triste della sua vita; in tal senso, il “volare” del ritornello è da intendersi come un vero e proprio momento liberatorio rispetto a quelle che sono le pene e le sofferenze.

Certamente, al di là della bellezza in sé della canzone, ciò che pure ha contribuito a renderla immortale è stata la superba interpretazione di Modugno. L’istante in cui, su quel “Volare oh, oh”, egli splanca le braccia, quasi a simboleggiare le ali, si è incastonato nella Storia e nella memoria collettiva. Oggi, nella sua città natale, Polignano a Mare, c’è una statua in bronzo alta 3 metri, dello scultore Hermann Mejer, che lo ritrae proprio in quella storica posa.

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Giornata della Memoria: il male dell’indifferenza https://www.senzalinea.it/giornale/giornata-della-memoria-il-male-dellindifferenza/ Mon, 27 Jan 2020 05:26:03 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=73108 Due triangoli gialli, sovrapposti in modo da formare la stella di David, servivano per identificare gli ebrei. Il triangolo rosso era per i dissidenti politici, quello rosso con la lettera S, invece, per i repubblicani spagnoli. C’erano, poi, il triangolo verde per i criminali comuni, quello viola per i Testimoni di Geova, il blu per gli immigrati e gli apolidi, il marrone per i rom e i sinti, il nero per gli “asociali” e le lesbiche, e infine il rosa per gli omosessuali.

Come risulta da subito evidente, dietro a questi tanti triangoli dai colori più disparati, a queste etichette, orrendamente disumanizzanti, cucite sul petto, c’era la pelle di una varietà umana così vasta da escludere, praticamente, solo i nazisti, gli ariani, ovvero i carnefici e i loro sostenitori. L’elenco sopra riportato ci restituisce la tremenda misura di come le persecuzioni ordite dal nazifascismo abbiano travolto un numero esorbitante di donne, uomini e bambini di quel tempo. A tanti di noi, tra i banchi di scuola, leggendo un libro o vedendo un film su quel periodo, è capitato di chiedersi come sia stato possibile tutto ciò e la risposta, a ben guardare, non può che risiedere, prima di tutto, nell’indifferenza. Questo, del resto, ci testimonia, attraverso i suoi racconti, anche Liliana Segre, senatrice a vita della Repubblica italiana, sopravvissuta da bambina al lager, la quale, recententemente – a riprova di quanto il livello del dibattito politico degli ultimi tempi sia sceso in basso –  è stata vilmente attaccata e minacciata, sui social, al punto da vedersi attribuire addirittura una scorta per salvaguardare la sua incolumità. Dunque, mentre il male del nazismo si abbatteva sulle persone, l’indifferenza, il distacco emotivo verso gli altri esseri umani, l’assenza di pensiero critico della cosiddetta “parte sana” era complice silente. In tal senso, viene subito alla mente una poesia attribuita a Bertolt Brecht, rielaborata a partire dai versi del pastore Niemöller, la quale recita:
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”

Ebbene, questi versi ci insegnano, inoltre, che se restiamo impassibili dinanzi alla violazione dei diritti altrui e ai soprusi perpetrati ai danni dell’altro, prima o poi, essi si ripercuoteranno pure su di noi e, a quel punto, non ci sarà nessuno a proteggerci. La Giornata della memoria, quindi, deve servire innanzitutto a tenere presente nel nostro presente che non possiamo permetterci di essere indifferenti soprattutto se consideriamo che, per citare Primo Levi, autore di Se questo è un uomo e La tregua – il quale visse sulla sua pelle l’esperienza del campo di concentramento -, “la peste è spenta ma l’infezione serpeggia”. E in effetti, purtroppo, oggi basta, innanzitutto, accedere sui social o ascoltare i discorsi di tanta gente nei luoghi del nostro quotidiano, per rendersi conto che quella malattia dell’odio striscia in maniera da lasciare sempre di più il segno e si annida ferocemente nelle “brave persone”, nei cittadini comuni. Allora, se vogliamo dare veramente senso all’esercizio della memoria, non possiamo girarci dall’altra parte dinanzi a quelle centinaia di migliaia di post e commenti che sputano veleno, razzismo e omofobia in ogni parola; quelle parole che, per giunta, sono podromiche alle violenze fisiche, che, come ci dicono le cronache, si registrano spesso in tutta Italia. Non possiamo, poi, far finta di nulla davanti a una certa politica che, per tornaconti elettorali e per amplificare il suo consenso, soffia sul vento dell’intolleranza e, tra fake news, teorie complottiste e sturmentalizzazioni degli episodi di cronaca, alimenta una guerra tra ultimi, indirizzando il malcontento delle classi popolari in difficoltà verso le minoranze. Non possiamo restare inermi mentre si normalizzano linguaggi sprezzanti e astiosi.

Antonio Gramsci scriveva: “odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”. Oggi, pertanto, tocca a noi essere partigiani e per farlo dobbiamo scegliere di non tacere ogni volta che si profila la prospettiva che qualcuno voglia intaccare i diritti nostri o degli altri e la democrazia; perché è meglio prevenire che curare l’infezione. Tocca a noi fare la Resistenza, ricordando la nostra storia e ricordando, soprattutto, di essere umani e in quanto tali predispoti all’empatia, non all’odio.

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Accadde oggi: la nascita di Roberto Murolo, poeta e musicista https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-nascita-di-roberto-murolo-poeta-e-musicista/ Sun, 19 Jan 2020 05:28:12 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=72610 La Musica è Napoli, Napoli è la Musica; è in questo rapporto di identificazione che possiamo provare a cogliere la vastità e il valore del patrimonio musicale partenopeo nella Storia. Nel corso del tempo, tra il Vesuvio e il Golfo, chiaramente e inevitabilmente, diverse sono le personalità di elevato spessore che, pure in un rapporto di contaminazione, si sono distinte in questa massima espressione umana.
Oggi – nella data della sua nascita-, è doveroso, da parte nostra, ricordare e rendere omaggio a un figlio illustre della città, il quale è stato uno dei maggiori interpreti della musica classica napoletana nel secondo dopoguerra e, con le sue canzoni amatissime, ha contribuito a portare Napoli in tutto il mondo. Era il 19 gennaio del 1912, infatti, quando nel capoluogo campano, nacque Roberto Murolo. Come tutti sappiamo, suo padre era Ernesto, paroliere e poeta, autore di classici intramontabili. A contatto con il padre e con quelle che erano le sue prestigiose frequentazioni – da Salvatore di Giacomo e Raffaele Viviani –, per il giovane fu impossibile non appassionarsi fin da subito alla musica e al sapiente uso della parola in lingua napoletana.

Dopo una parentesi di attività sportiva, nella quale vinse i campionati universitari di nuoto, Roberto Murolo decise di dedicarsi esclusivamente al campo musicale. I suoi esordi furono con il quartetto Mida – insieme a Diacova, Arcanone e Imperatrice – con il quale si rifaceva molto alle influenze e alle sonorità americane, accantonando quindi, momentaneamente, la sua tradizione di origine. Con il gruppo, fino al 1946, egli girò in tutta Europa con esibizioni e concerti.

Al concludersi della guerra, il cantautore cominciò a esibirsi in un celebre locale di Capri. Nel fervente clima dell’isola, Murolo decise di proporsi sul modello dei cosiddetti chansonnier francesi e la scelta fu molto proficua, in quanto, in effetti, gli garantì un certo ritorno in termini di apprezzamento. I suoi primi 78 giri, non a caso, cominciarono ad essere diffusi nelle radio e il musicista fu persino chiamato a partecipare e a recitare in alcune pellicole di quegli anni, come “Catene”, “Tormento” e “Saluti e baci”.

Come possiamo ricordare, però, purtroppo la sua ascesa artistica, nel 1954, fu bruscamente frenata poiché il cantante fu ritenuto responsabile di alcuni abusi ai danni di un minore. L’accusa, successivamente, si rivelò infondata ma, ciononostante, Murolo, ritiratosi nella sua casa al Vomero, finì per essere piuttosto oscurato fino agli anni Ottanta. Tuttavia, durante questo periodo, il musicista continuò a dedicarsi al mondo della canzone e pubblicò la bellezza di dodici 33 giri chiamati: “Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea”. Nel ’69, poi, il cantautore diede alla pubblicazione anche quattro dischi monografici dedicati al padre, a di Giacomo, a Viviani e a Bovio; ovvero quei poeti conterranei, che tanto furono importanti per la sua formazione artistica.

Proseguendo, nel 1990, Roberto Murolo incise “Na voce e na chitarra”, un album dove riprese canzoni di Lucio Dalla, Paolo Conte, Pino Daniele e Renzo Arbore. Nel 1992, arrivò, poi, “Ottantavoglia di cantare”, dove ottanta stava ad indicare proprio la sua età veneranda, la quale non fu per nulla un limite nel duettare con Mia Martini in “Cu’mmè” e Fabrizio De André. Con quest’ultimo, egli si cimentò pure nell’interpretazione di “Don Raffaè”, uno dei brani più famosi del collega genovese. Nonostante gli anni, in aggiunta, nel 1993, collaborò anche con Enzo Graganiello, incidendo l’album “L’Italia è bbella”.

Nel 2002, Murolo portò a compimento il suo ultimo disco, “Ho sognato di cantare”, e lo stesso anno gli fu attribuito un riconoscimento alla carriera sul palco del Festival di Sanremo. Morì nel 2003, nella sua casa al Vomero.

Il cantautore ci ha, evidentemente, lasciato un repertorio vastissimo e, in questo, possiamo citare veri capolavori entrati nel dna culturale collettivo, come, per citarne alcuni, “Munastero e Santa Chiara”, “Luna Caprese”, “Scalinatela”, “Na voce, na chitarra”, “Reginella”, “Dicintecello vuje”.

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Accadde oggi: la scomparsa di Vasco Pratolini https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-scomparsa-di-vasco-pratolini/ Sun, 12 Jan 2020 05:25:38 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=72078 “La vita è una cella un po’ fuori dell’ordinario, più uno è povero più si restringono i metri quadrati a sua disposizione.”

“L’amore dei poveri è il più fragile: o il mosaico delle anime combacia perfettamente o tutto si frantuma e disperde, e l’amore diventa abbrutimento, diventa disperazione, diventa odio, ed anche tragedia.”
Vasco Pratolini

In un Paese moralmente, intellettualmente e culturalmente in affanno, ricordare i grandi del passato, che si sono distinti nelle arti come nella letteratura, è sicuramente un dovere per tentare almeno di ricucire, attorno a dei valori, il tessuto sociale lacerato negli anni. In tal senso, nell’anniversario della sua scomparsa, oggi vogliamo parlare di uno dei maggiori scrittori italiani del secondo Novecento. Era il 12 gennaio del 1991, quando a Roma, infatti, venne a mancare Vasco Pratolini, autore di racconti e romanzi che rappresentano l’apice della tradizione realista e, in parte, neorealista in Italia. Egli seppe, invero, descrivere perfettamente, con stile semplice e efficace, la realtà della vita, della gente, del suo quartiere e del mercato fiorentino, tra miseria e difficoltà, ma non senza speranza.

Lo scrittore nacque, da una famiglia operaia, a Firenze il 19 ottobre del 1913. Il giovane compì studi irregolari, per lo più da autodidatta, in quanto, fin da subito, dovette cominicare a lavorare, entrando in contatto con quella realtà che, in effetti, permea la sua produzione letteraria. Nel 1935, gli venne diagnosticata la tubercolosi, dalla quale fortunamente guarì, e così nel 1937 cominciò a frequentare il pittore Ottone Rosai che lo indusse a scrivere di politica sulla rivista Il Bargello. Successivamente, fondò egli stesso, insieme al poeta Alfonso Gatto, una rivista dal titolo Campo di Marte e, soprattutto su suggerimento dell’amico Elio Vittorini, cominciò a concentrarsi più sulla letteratura che sulla politica.
Trasferitosi a Roma, nel 1941, Pratolini pubblicò Il tappeto verde, il suo primo romanzo. Negli anni successivi, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza, lo scrittore si spostò a Napoli, dove insegnò all’Istituto d’arte. Qui egli scrisse “Cronache di poveri amanti” (1947), incentrato sulla la vita degli abitanti della via del Corno, a Firenze, dove abitò con i nonni materni. Da questo romanzo, poi, nel 1954, Carlo Lizzani ne trasse un film.

Negli anni in cui visse nel capoluogo campano, Pratolini, in realtà, scrisse altri libri di successo, quali Un eroe del nostro tempo e Le ragazze di San Frediano, dal quale pure fu ispirato un film, diretto da Valerio Zurlini sempre nel 1954. Lo stesso regista decise, nel 1962, di portare sul grande schermo anche un altro capolavoro dello scrittore, ovvero Cronaca familiare, un dialogo immaginario con il fratello defunto.

Ritornato nella capitale, Pratolini, nel 1955, diede alle stampe Metello, il primo romanzo della trilogia Una storia italiana, attraverso la quale offrì una panoramica sulla società del nostro Paese, quindi uscendo dal solo capoluogo toscano, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Al Metello, dove raccontò il modo operaio, fece infatti seguire prima Lo scialo sul mondo borghese e poi Allegoria e derisione su quello intellettuale.

Oltre alla stesura di libri, in aggiunta, lo scrittore si cimentò pure nella sceneggiatura di pellicole cinematografiche, delle quali possiamo citare Paisà di Rossellini, Rocco e i suoi fratelli di Visconti e Le Quattro Giornate di Napoli di Nanni Loy.

L’ultima sua pubblicazione risale al 1981, quando pubblicò Il Mannello di Natascia.

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Accadde oggi: Pippo Fava, giornalista ucciso dalla mafia https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-pippo-fava-giornalista-ucciso-dalla-mafia/ Sun, 05 Jan 2020 05:25:14 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=71631 “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni; frena la violenza e la criminalità; accelera le opere pubbliche indispensabili ; pretende il  funzionamento dei servizi sociali; tiene continuamente allerta le forze dell’ordine; sollecita la costante attenzione della giustizia ; impone ai politici il buon governo.” (Giuseppe Fava)

Per chi si occupa di giornalismo e, soprattutto, per chi aspira a dedicarsi a questa professione, tanto delicata quanto importante per una democrazia che voglia dirsi sana, ci sono dei fari, delle stelle nel firmamento, che il passare del tempo non può per nulla offuscare. Parliamo di personalità di elevatissimo spessore morale, le quali, senza lasciarsi intimidire, hanno lottato per la Verità e la Giustizia, pagando addirittura con il bene più prezioso, la vita. In tal senso, oggi è doveroso, anzi necessario, ricordare lo scrittore e giornalista siciliano Giuseppe Fava, conosciuto da tutti come Pippo, il quale, da sempre attivo nella lotta alla criminalità organizzata, venne ucciso da Cosa Nostra, all’età di 58 anni, proprio il 5 gennaio del 1984. La sera di quel maledetto giorno, Fava aveva concluso il suo lavoro presso la redazione de I Siciliani, il giornale che dirigeva, ed era salito sulla auto per rincasare. Arrivato a Catania, non appena aprì lo sportello della vettura, lo scrittore fu ucciso con cinque colpi di arma da fuoco. Nei giorni immediatamente succusivi all’assassinio, prese piede un idegno clima di depistaggio, in perfetto stile mafioso, e si parlò di un delitto passionale oppure legato a ragioni economiche della vittima. In realtà, come poi ampiamente dimostrato, Pippo, dopo l’omicidio di Peppino Impastato nel 1978, fu il secondo giornalista ammazzato dalla mafia; “giornalista, giornalista”, per usare una nota citazione di un altro grande professionista ucciso in Campania dalla criminalità, ovvero Giancarlo Siani.

Dopo essersi laureato in Giurisprudenza all’Università di Catania, Fava cominciò a dedicarsi alla sua passione, il giornalismo, da subito, collaborando per alcune testate sia a livello locale che a livello nazionale. La svolta arrivò nel 1956, quando il siciliano venne assunto, in qualità di caporedattore, dall’Espresso Sera. Il suo lavoro in ascesa lo portò, dunque, a stabilirsi a Roma, dove, oltre alla conduzione del programma radio Radiorai Voi e io, scrisse per Il Corriere della Sera e Il Tempo.

Negli anni Ottanta, il giornalista tornò in Sicilia, dove, circondatosi di giovani cronisti, diventò direttore del Giornale del Sud, con il quale, con estremo coraggio, iniziò a denunciare le nefandezze di Cosa Nostra. Il quotidiano, però, ben presto venne acquistato da un nuovo gruppo di imprenditori e Fava, probabilmente perché molto scomodo, venne licenziato. Tuttavia, egli non si diede per vinto e fece partire una nuova rivista, I Siciliani, sulla quale continuò con fermezza a smascherare le attività illecite della criminalità, tra politici e imprenditori corrotti.

Il 28 dicembre del 1983, una settimana prima del suo assassinio, Fava rilasciò la sua ultima intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Film Story, su Rai Uno.
Come si diceva, a seguito dell’uccisione, ci furono tutta una serie di depistaggi che rallentarono l’iter giudiziario. Dopo una pausa nel 1985, il processo riprese nel 1994 e nel 2003, a circa vent’anni di distanza dal crimine, arrivarono le condanne all’ergastolo per Aldo Ercolano e Nitto Santapaola e a quella a sette anni, per patteggiamento, per Maurizio Avola.
Costoro, dunque, riuscirono a uccidere l’uomo, ma non le sue idee, le quali hanno continuato e continueranno a camminare sulle gambe di tutti coloro i quali credono nel valore supremo della legalità. Oggi, tocca a noi far sì che l’esempio di Pippo possa continuare ancora a lungo a illuminare il nostro percorso.

È decisamente opportuno ricordare, infine, che Giuseppe Fava, oltre che al giornalismo, prestò la sua fine ed eccelsa penna anche all’ambito della saggistica e della narrativa. Egli, in aggiunta, si distense pure per la grande passione per il teatro, scrivendo diverse opere, di cui le più note sono, sicuramente, la prima Cronaca di un uomo (premiata e messa in scena nei teatri di tutta Italia) e La violenza.

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Accadde oggi: il napoletano Leone nominato Presidente della Repubblica https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-il-napoletano-leone-nominato-presidente-della-repubblica/ Sun, 29 Dec 2019 05:29:04 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=71352 Nel lunghissimo elenco dei figli illustri di Napoli, dobbiamo annoverare anche coloro i quali hanno assunto alte cariche istituzionali nella guida politica del Paese. In tal senso, sicuramente da menzionare è Giovanni Leone, che, nato nel capoluogo partenopeo il 3 novembre del 1908, fu il secondo Presidente della Repubblica di origini napoletane dopo Enrico De Nicola, il quale, peraltro, fu il primo in assoluto a sedere al Colle.

Dopo essere stato eletto dalle Camere la vigilia di Natale del 1971, Leone giurò da Presidente della Repubblica proprio il 29 dicembre. In questa data, pertanto, ci sembra doveroso, sulla nostra testata, ricordare questa importante figura storica, ripercorrendo le tappe della sua carriera istituzionale.

Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza nel 1929 e quella in Scienze politiche sociali nel 1930, entrambe all‘Università “Federico II”, Leone divenne professore di “Diritto e procedura penale” e insegnò in diversi Atenei, quali quelli di Camerino, Messina, Bari, Roma e la stessa Napoli. Giurista di elevatissimo spessore, egli si distinse pure nella professione di avvocato penalista, nonché nella stesura di tantissime pubblicazioni giuridiche; scrisse, tra le altre cose, un manuale di Diritto penale molto apprezzato e, nel 1955, contribuì a riscrivere il vecchio codice di procedura penale, il cosiddetto codice Rocco.

La sua attività politica iniziò, nel 1944, con la Democrazia Cristiana, per la quale, nel 1945, divenne Segreterio politico del Comitato napoletano. Con la Dc, venne poi eletto, nel 1946, all’Assemblea Costituente, in seno alla quale contribuì alla stesura di quella che è la nostra Costituzione, soprattutto, in qualità di relatore, per quanto attiene il titolo concernente la Magistratura.

Dal 1955 al 1963, Leone fu il Presidente della Camera. Successivamente, egli ebbe pure la Presidenza del Consiglio per ben due volte, ovvero dal 21 giugno al 3 dicembre del 1963 e, poi, dal 24 giugno all’11 dicembre del 1968. Nell’agosto del 1967, il giurista venne nominato Senatore a vita da Giuseppe Saragat, “per aver illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.

A dicembre del 1971, come precedentemente anticipato, il napoletano fu nominato Presidente della Repubblica (il sesto, in ordine di tempo), dopo la più lunga serie di votazioni della Storia; basti pensare che fu eletto al ventitreesimo scrutinio. In realtà, Amintore Fanfani era il candidato ufficiale della Dc, ma questi aveva numerosi nemici all’interno del partito che impedirono la sua elezione. La linea democristiana, pertanto, scelse in un secondo momento Leone. Tuttavia, anche per quest’ultimo, la nomina non fu facile, tanto è vero che furono necessari i voti dell’Msi; un appoggio di estrema destra, dunque, che fu uno dei motivi per i quali venne criticato.

Al Colle, egli si trovò a dover gestire fasi molto delicate del Paese, come la strage di Brescia e quella del treno Italicus e, poi, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Su questo caso spinosissimo, come possiamo ricordare, il presidente fu sempre favorevole alla trattiva con le Brigate Rosse, pur di salvare la vita al leader democristiano.

La sua presidenza, come si accennava, fu molto contestata, oltre che dagli oppositori politici, soprattutto sui giornali, dove veniva spesso ritratto come un gaffeur e dove, molto di frequente, veniva persino fatto del gossip inopportuno sulla sua giovane moglie e sui suoi figli. Tra i settimanali, in prima fila vi fu L’Espresso a portare avanti una campagna molto dura nei suoi confronti, in quanto il presidente, nel clima di quegli anni, era ritenuto di destra e con tendenze autoritaristiche.

La vicenda più complessa che lo coinvolse fu quella legata al cosiddetto scandalo Lockheed, per il quale, per via delle accese critiche e delle insinuazioni, Giovanni Leone, su pressione del PCI, decise, con una lettera al popolo, di dimettersi dall’incarico di Presidente della Repubblica. Tuttavia, anni dopo, fu dimostrato dagli organi competenti che egli era totalmente estraneo a ogni episodio poco chiaro e, in tal senso, giunsero pure le scuse del Partito Radicale, il quale, evidentemente sbagliando, fu il più agguerrito contro di lui.

Dopo le dimissioni dal Quirinale, ormai in rotta di collisione con il suo partito, la Dc, che non l’aveva per nulla appoggiato e sostenuto, Leone, da senatore a vita, si iscrisse al gruppo misto. Al Colle, gli succedette prima Amintore Fanfani, ad interim, e poi, dopo nuove elezioni, Sandro Pertini.

Ritirarosi a vita privata nella sua villa a Formello, il napoletano morì, nella capitale, il 9 novembre del 2001.

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Accadde oggi: buon compleanno a Piero Angelo; la cultura in Tv https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-buon-compleanno-a-piero-angelo-la-cultura-in-tv/ Sun, 22 Dec 2019 05:26:28 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=71053 Negli ultimi anni – ma, forse, è meglio dire addirittura negli ultimi decenni -, il mondo della televisione si è incamminato lungo una discesa che porta diretta, e spesso in diretta (sigh!), negli abissi del trash, tra reality shows e talk shows di dubbia utilità. La cultura, sul piccolo schermo, sembra quasi diventata una dimensione così desueta da apparire fuori luogo e sono pochi coloro i quali sono pronti a scommettere su contenuti di qualità e di alto profilo. In questa situazione generale, però, fortunatamente, emergono delle eccezioni importanti e, in tal senso, una delle primissime figure che ancora possiamo citare è quella del magnifico Piero Angela, amato e apprezzato da intere generazioni. Oggi, 22 dicembre, nel giorno del suo compleanno (91 anni portati divinamente), vogliamo, pertanto, cogliere l’occasione per omaggiarlo, ripercorrendo insieme alcune tappe della sua eccellente carriera.

Figlio del medico e antifascista Carlo Angela, Piero, negli anni Cinquanta, iniziò a lavorare alla Rai come cronista del Giornale Radio. Successivamente, diventò corrispondente del Telegiornale, per poi approdare alla presentazione della prima edizione del TeleGiornale delle 13.30. Nel ’76, egli fu pure il primo conduttore del TG2.

Alla professione di giornalista, però, Angela, già sul finire degli anni Sessanta, accostò quella del divulgatore scientifico e culturale. A partire dal ’68, non a caso, lo studioso aveva cominciato a girare una serie di documentari sul progetto “Apollo” e, dunque, sull’imminente arrivo dell’uomo sulla Luna , dal titolo “Il futuro nello spazio”. Partì da qui, quindi, la sua attività di realizzazione di programmi dal contenuto culturale ed educativo, giungendo a creare, fino a oggi, circa un centinaio di trasmissioni sempre molto curate e attente. Nel 1981, il giornalista fece nacsere “Quark”, la prima rubrica scientifica televisiva destinata al grande pubblico. Il programma, con la sua capacità di trattare argomenti complessi in maniera chiara e immediata, ebbe un successo enorme, tanto che videro la luce altre trasmissioni affini in specifici settori quali, “Quark speciale”, “Il mondo di Quark”, “Quark Economia”, “Quark Europa”. E poi ancora “Pillole di Quark”, ovvero 200 brevi servizi da 30 secondi, mandati in onda durante le varie programmazioni di RaiUno, e “Quark italiani”, cioè una cinquantina di documentari affidati a vari autori italiani, tra i quali alcuni su animali e natura messi a punto dallo stesso Piero insieme al giovane figlio Alberto, che all’epoca era impegnato in studi di  paleoantropologia in Africa.

Dopo altri programmi, nel 1984, il divulgatore, nel Foro Italico, girò sei trasmissioni in diretta, con gli spettatori, riunendo autorevoli scienziati e vari personaggi del mondo del cinema e della musica.

Tra il 1986 e 1987, invece, dal Palazzetto dello Sport di Torino, con una platea di migliaia di persone, Piero Angela mandò in onda, in prima serata, varie puntate sui temi, sempre più attuali, del clima e dell’atmosfera.

Dopodiché, di nuovo in collaborazione con il figlio, lo scrittore realizzò tre serie televisive, le quali vennero persino riprese in oltre 40 paesi in tutto il mondo. Parliamo de “La Macchina meravigliosa “, incentrata sulla scoperta del corpo umano; “Il pianeta dei dinosauri”, ambientata nella preistoria; “Viaggio nel cosmo”, interamente nello spazio.

Dal 1995, Angela è autore e conduttore di “Superquark”, dal quale, come nel caso di Quark, vennero fuori speciali – per l’appunto, gli “Speciali di Superquark”-, e puntate su argomenti specifici di grande interesse. Altro suo programma di successo, poi, è “Ulisse” che, dal 2001, è condotto da Alberto Angela, che ne è coautore insieme al padre.

Tuttavia, al di là della televisione, lo scrittore, a tutt’oggi, svolge la sua attività di divulgazione, oltre che attraverso i libri (più di 30 sono i suoi volumi, tradotti in tante lingue) pure su quotidiani e riviste, come il mensile “Quark” e la rubrica “Scienze e società” su “Tv Sorrisi e Canzoni.

Egli ha fondato anche il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), un’organizzazione che si pone come obiettivo quello di verificare la veridicità degli eventi apparentemente ispiegabili.

Come tutti sappiamo, il grande testimone di Piero è stato raccolto, in maniera molto egregia da suo figlio, il quale ha saputo cogliere sapientemente gli insegnamenti del papà. Basti pensare che Albeto Angela è, indiscutibilmente, uno dei personaggi più amati dagli italiani; i suoi programmi possono vantare, ogni volta, diversi milioni di telespettatori e questo è sicuramente un dato positivo e incoraggiante di cui essere felici.

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Accadde oggi: la scomparsa di Walt Disney, il papà di Topolino https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-scomparsa-di-walt-disney-il-papa-di-topolino/ Sun, 15 Dec 2019 05:15:10 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=70251 Il 15 dicembre del 1966, veniva a mancare una delle personalità in assoluto più importanti del secolo scorso. Parliamo dell’uomo che, attraverso la sua fantasia, ha generato un universo meraviglioso, abitato da creature fantastiche, nel quale, ancora oggi, i più piccoli – e non solo -, si immergono, lasciandosi trasportare in una dimensione fiabesca, quella che i bimbi di ogni latitudine meriterebbero di vivere sempre. Per chi non l’avesse ancora capito, ci stiamo riferendo al leggendario Walt Disney, il papà di Mickey Mouse (Topolino), di Donald Duck (Paperino), e di tantissimi altri celebri personaggi che hanno accompagnato la nostra fanciullezza e che ancora portano la felicità a milioni di bambini e ragazzini in giro per il pianeta. Proprio in questi giorni che precedono il Natale, non a caso, le televisioni trasmetteranno molti capolavori firmati Disney, appunto per controbuire a creare un’atmosfera magica nelle nostre case.

Dunque, in questa data, è più che doveroso ricordare e omaggiare questo genio che ha lasciato un’impronta indelebile nel cuore di noi tutti. Il suo stile semplice e inconfondibile, nonché la sua capacità di trasfigurare l’umano in animale, hanno fatto sì che le sue creazioni potessero arrivare alle grandi masse, generando un vero e proprio impero: fumetti, indumenti, giocattoli, videogiochi, negozi, parchi divertimenti (come Disneyland, fondata nel 1955 in California e imitata in molti altri paesi, tra cui la Francia).

Walker Elias Disney Junior (questo il suo nome) nacque il 5 dicembre del 1901 a Chicago. La sua vita fu contrassegnata da un’infanzia dura, prima nel Missouri, dove crebbe lavorando nei campi, e poi a Kansas City, dove, invece, consegnava i giornali insieme al fratello e al padre. Nonostante il duro lavoro, però, Walt riuscì regolarmente a diplomarsi nel 1917.

Il suo amore per il disegno, ben presto, si trasformò in professione; egli, infatti, cominciò a lavorare in un’agenzia pubblicitaria di Kansas City, dove incontrò pure il disegnatore Ubbe Ert Iwerks, il suo più stretto collaboratore negli anni successivi. Lavorando come ritagliatore di carta, Disney ebbe l’intuizione che avrebbe rivoluzionato l’arte del disegno, ovvero quella di far muovere gli inermi pezzi di carta e renderli, quindi, animati.

Insieme al fratello e a Iwerks, dunque, si trasferì a Hollywood e qui fondò la “Walt Disney Production”. Nel 1928, con un cartone animato a lui dedicato, nacque Mickey Mouse, il suo personaggio più famoso e rappresentantivo, considerato suo alter ego. Dopodiché, l’animatore produsse il primo lungometraggio a colori: Biancaneve e i sette nani (1937), cui fece seguire Pinocchio e Fantasia (1940). E poi ancora, possiamo citare capolavori quali Dumbo (1941) e Bambi (1942). Negli anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, poi, nei cartoni animati di Disney iniziarono ad entrare anche personaggi umani. In tal senso, possiamo ricordare Cenerentola (1950), Alice nel paese delle meraviglie (1951), La bella addormentata nel bosco (1958), La carica dei 101 (1961) e il geniale e originale Mary Poppins (1964) nel quale, per la prima volta nel cinema, ai personaggi animati furono accostati attori reali.

Insomma, come si può facilmente evincere, la carriera di Walt Disney fu particolarmente intensa e lunga, tanto che riassumerla in un solo articolo è pressoché impossibile. Nell’arco dei suoi 34 anni di attività, egli registrò pure un record assoluto in termini di Oscar vinti, con 26 premi ricevuti, di cui 4 onorari.

Oggi, la sua è un’eredità vivissima. Sulla sua scia, seguendo i suoi insegnamenti e all’ombra del suo prestigioso nome, vengono ancora prodotti film di successo – ora, grazie alle nuove tecnologie, molto evoluti in termini di resa grafica -. Basti pensare, a dimostrazione di ciò, che la The Walt Disney Company continua ad essere la più grande e importante industria del cinema e dell’intrattenimento sulla Terra.

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