Accadde Oggi – Senza Linea https://www.senzalinea.it/giornale Napoli e dintorni Sun, 15 Sep 2019 07:39:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2.3 Accadde oggi: la scomparsa di Oriana Fallaci, “scrittore” https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-scomparsa-di-oriana-fallaci-scrittore/ Sun, 15 Sep 2019 04:21:49 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=61751 Il 15 settembre del 2006, all’età di 77 anni, moriva nella casa di cura Santa Chiara, a Firenze, la sua amatissima città, Oriana Fallaci. Scrittrice (anche se preferiva definirsi ed essere definita uno scrittore) e giornalista, ella ha rappresentato, sicuramente, una delle personalità intellettuali più importanti del secolo scorso. Fu la prima donna a vestire i panni di inviato speciale su un fronte di guerra. Come possiamo ben ricordare, specie nell’ultima parte della sua vita, attorno a sé attirò accese polemiche, per via delle sue nette prese di posizione in chiave anti-islamica, a seguito dell’attentato alle Torri gemelle. All’indomani dell’11 settembre 2001, infatti, la Fallaci, che viveva a New York, sua seconda patria, ruppe il silenzio nel quale si era confinata in seguito alla malattia (il cancro, che lei chiamava l’Alieno) e scrisse un articolo-fiume, La rabbia e l’orgoglio, in forma di lettera viscerale, che spedì a Ferruccio De Bortoli, il quale all’epoca era il direttore del Corriere della sera. Lo scritto apparso sulle pagine del giornale il 29 settembre dello stesso anno, venne poi pubblicato come libro di 162 pagine. I suoi toni durissimi ebbero un forte impatto giornalistico e destarono una ferma reazione da parte di altri scrittori e intellettuali, come Dacia Mariani e Tiziano Terzani, il quale, legato a lei da un rapporto di stima, le rispose, in ottobre, indirizzandole una lettera aperta sempre sulle pagine del Corriere della Sera; una risposta la sua, diametralmente opposta alla prima, che, senza dubbio, vi consigliamo di leggere.

Ma se sulle idee della scrittrice (dall’islam, all’aborto, al femminismo fino all’eutanasia e alle adozioni gay) si può essere d’accordo o meno, per quanto riguarda il suo genio letterario, esso è indiscutibile: la Fallaci è stata una penna ammirabile e dal valore inestimabile, una delle più grandi nel panorama della Letteratura italiana. Con i suoi dodici libri, tradotti in trenta paesi, non a caso, ella ha venduto all’incirca venti milioni di copie in tutto il mondo. In questo giorno in cui ricorre l’anniversario della sua scomparsa, vogliamo dunque mettere da parte le dispute e le strumentalizzazioni politiche e, piuttosto, vogliamo dedicarle un ricordo. Anche perché la fiorentina ha rappresentato una vastità di aspetti e concentrarsi esclusivamente sulle diatribe attorno alla sua figura è decisamente riduttivo. Senza parlare dei tanti, troppi che la citano a sporposito per supportare posizioni di estrema destra, dimenticando che lei lottò accanto ai partigiani. Con il suo stile nella scrittura, il suo modo di intervistare e il suo essere molto poco politicamente corretta, la Fallaci si fece strada in un mondo che fino a quel momento era stato totalmente precluso alle donne. Da giornalista, arrivò a interrogare gli uomini più potenti del periodo, solo per citarne alcuni: re Husayn di Giordania, Pietro Nenni, Giulio Andreotti, Giorgio Amendola, l’arcivescovo Makarios, Yasser Arafat, Mohammad Reza Pahlavi, Hailé Selassié, Henry Kissinger, Walter Cronkite, Federico Fellini, Indira Gandhi, Golda Meir, Nguyen Van Thieu, Zulfiqar Ali Bhutto, Deng Xiaoping, Willy Brandt, Sean Connery, Mu’ammar Gheddafi e l’ayatollah Khomeini. Molte sue interviste sono raccolte in Intervista con la storia del 1974. Celebre fu l’incontro con Khomeni, durante il colloquio, la Fallaci, infatti, gli rivolse quesiti scomodi, lo apostrofò come “tiranno” e si tolse il chador che era stata costretta a indossare per essere ammessa alla sua presenza, dopo che l’ayatollah, alle incalzanti domande sulla condizione della donna in Iran, disse che la veste islamica era per donne “perbene” e se non le andava bene non doveva metterlo. Ella, del resto, si batté con tenacia per dare voce alle donne. Nel 1960 le fu assegnata un’inchiesta sulla condizione femminile nel mondo e questo le permise di visitare l’Oriente in compagnia dell’amico fotografo Duilio Pallottelli. Dal reportage Viaggio intorno alla donna, pubblicato su L’Europeo, nacque poi il libro-inchiesta Il sesso inutile (1961). Sempre negli anni Sessanta, precisamente nel 1962, pubblicò il suo primo romanzo narrativo, Penelope alla guerra. Nel 1965, invece, uscì Se il Sole muore, incentrato sulle sue esperienze, a contatto con gli astronauti, nelle basi della Nasa negli Stati Uniti, nel pieno dei tesi rapporti geopolitici con l’Unione Sovietica. Nel 1967 si recò sul campo nel conflitto in Vietnam – dove tornò per ben dodici volte – sul quale scrisse Niente e così sia (1969). Da inviata di guerra fu presente pure in India, Pakistan e Sudamerica, qui, a Città del Messico, rischiò di morire in Piazza delle Tre Cultura durante la repressione militare dei moti studenteschi.

Conosciutissima è la storia d’amore con il greco Alexandros Panagulis, soprannominato Alekos, il quale fu un personaggio centrale nel periodo della Resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli. Proprio a lui e alla sua vicenda personale e politica dedicò un libro struggente e intenso, Un uomo (1979). Il libro Lettera a un bambino mai nato del 1975, invece, è un’opera in parte autobiografica, dove la scrittrice affrontò il tema dell’aborto che, purtroppo, visse sulla sua pelle per ben due volte.

Nel 1990, la reporter tornò a parlare di guerra e scrisse Insciallah, sul conflitto civile in Libano negli anni Ottanta, che vide l’impegno anche dell’Italia. La Forza della Ragione (2004) e lo scritto autobiografico Oriana Fallaci intervista se stessa – L’Apocalisse (2004), infine, concludono la Trilogia di Oriana Fallaci (il terzo è La rabbia e l’orgoglio del 2001). Non fece in tempo a portare a compimento, invece, Un cappello pieno di ciliegie che uscì postumo e incompleto nel 2008, due anni dopo la sua morte, e nel quale volle trattare –  intrecciando il tutto con la Storia -, della sua famiglia, a partire dai suoi antenati.

La vita di Oriana Fallaci, con evidenza, è stata consacrata alla scrittura, alla sua più grande passione, coltivata fin da fanciulla quando, con la sua bici, faceva la staffetta per i partigiani antifascisti – tra cui vi era anche il suo amato papà – e usava i pochi soldi di cui poteva disporre per comprare i libri; perché lei voleva, più di ogni altra cosa al mondo, diventare una scrittrice, o meglio, per dirla come avrebbe gradito, “uno scrittore”.

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Accadde oggi: dieci anni senza Mike! https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-dieci-anni-senza-mike/ Sun, 08 Sep 2019 04:20:52 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=61314 “Malato di tormenti imprecisi, hai portato l’America in Italia nelle nostre povere case quando non c’era niente. Quelle noiosissime serate passate in casa erano rallegrate allora da questa vivacissima marionetta che parlava l’inglese. Che parlava tutti i linguaggi possibili”. Queste parole scrisse, in un necrologio, la poetessa Alda Merini quando, l’8 settembre del 2009, si diffuse la notizia della scomparsa, all’età di 85 anni, del re della televisione. Una definizione, quest’ultima, realmente calzante per un uomo che ha intrecciato la sua stessa vita con la diffusione e l’evoluzione, nel nostro Paese, di questo potente mezzo di comunicazione, fin dai suoi albori. Non dimentichiamoci, infatti, che Mike Bongiorno, il 3 gennaio del 1954, è stato colui il quale, per primo, ha inaugurato le trasmissioni del servizio pubblico in Italia, con il suo programma Arrivi e partenze. L’anno successivo, per il simpatico e amato presentatore italoamericano ci fu la consacrazione a vera e propria icona nazional-popolare, con il programma Lascia o raddoppia?, il primo grande quiz della storia della TV nostrana, andato in onda dal 1955 al 1959. Di lì in poi, la carriera di Mike fu tutta un crescendo che, dopo una serie di trasmissioni di successo, lo portò alla conduzione del celebrissimo Rischia tutto, in onda dal 1970 al 1974. Durante questo show vennero introdotte delle assolute novità, quali l’ausilio degli effetti speciali e l’accompagnamento della cosiddetta “valletta parlante”, nella persona di Sabina Ciuffini.

Nel 1977, poi, il conduttore conobbe Silvio Berlusconi, il quale, per il consolidamento delle sua azienda di emittenti televisive private, volle chiamare grandissimi professionisti, quali Corrado, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini e, appunto, lo stesso Mike Bongiorno che, proveniente dalla formazione statunitense, aveva pure un particolare fiuto per il marketing. Numerosi, dunque, furono i nuovi programmi che egli si ritrovò a presentare, fino ad un altro game show del 1989 molto apprezzato dal pubblico, La ruota della fortuna, che portò avanti per ben 3200 puntate, stabilendo un record assoluto. Nel 1991, invece, fu alla guida del varietà Bravo Bravissimo, trasmesso prima da Canale 5 e poi da Rete 4.

Presentatore dal talento smisurato, egli, chiaramente, non poteva non essere chiamato a reggere anche il timone di quello che, a tutt’oggi, è l’evento televisivo italiano per eccellenza, ovvero il Festival di Sanremo, che ha condotto per unidici edizioni.

Ma Mike Bongiorno è stato molto di più di un semplice personaggio televisivo; attraverso la sua professione, invero, ha contribuito a scrivere un pezzo della nostra storia. Nel secondo dopoguerra, in una società lacerata ma che guardava con speranza al futuro, il conduttore è stato sinonimo stesso della televisione, di quel mezzo di comunicazione che, secondo intellettuali come Pier Paolo Pasolini e Tullio De Mauro, ha contribuito, in un certo modo, all’unificazione del Paese, pure su un piano linguistico. I quiz show (o game show) di Mike hanno portato, con il suo caratteristico linguaggio semplice e diretto, la cultura anche tra le persone meno abbienti che, spesso, al ritorno del lavoro nei campi o nelle fabbriche, si riunivano a guardare la TV nei bar dei paesi o nelle case di coloro, pochi, che potevano permettersi l’acquisto dell’apparecchio.

Con le sue espressioni celebri (prima fra tutte, la sua famosissima Allegria!), le sue gag estemporanee e le sue gaffe (alcune appositamente studiate altre, come quella della signora Longari e l’uccello, frutto di leggende), il mattatore televisivo è stato un vero fenomeno, tanto che pure Umberto Eco, nel 1961, su di lui concentrò un saggio dal titolo “Fenomenologia di Mike Bongiorno”.

In occasione dei dieci anni dalla sua scomparsa, ieri sera, sia Rai 1 che Canale 5 hanno dedicato a lui la programmazione. Si è partiti con Allegria, a cura di Vincenzo Mollica, in cui Fiorello ha raccontato il suo amico, che spesso ha imitato in maniera ironica e geniale; poi si è passati a Techetecheté che ha ripercorso i momenti salienti della sua carriera, fino ad arrivare ad Allegria Allegria Allegria, condotto da Bruno Vespa, in cui, per la prima volta, sì è registrata una sorta di “staffetta” tra Rai e Mediaset, dato che vi sono stati collegamenti con Gerry Scotti negli studi di Cologno Monzese. Tra gli altri ospiti, sono stati presenti i figli e la moglie di Bongiorno.

Del resto, un grande tributo, da parte delle principali emittenti, per il re della televisione era davvero inevitabile. Oggi, senza di lui, e di personaggi del suo calibro, a nostro modo di vedere, il mondo del piccolo schermo è molto più povero, perché, il più delle volte, si tende a scollegare la leggerezza dal garbo e dalla proposta culturale e la conseguenza, spesso, è un appiattimento sulla volgarità e sulla vacuità.

Allegria! (o forse, no!)

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Accadde oggi: usciva “Il Postino” di Massimo Troisi https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-usciva-il-postino-di-massimo-troisi/ Sun, 01 Sep 2019 04:18:54 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=60820 Il primo settembre del 1994 veniva presentato, per la prima volta in assoluto, alla Mostra del Cinema di Venezia, uno dei principali capolavori del “comico dei sentimenti”. È così, infatti, che la critica internazionale ha definito Massimo Troisi, il quale, appunto, in questa come nelle altre sue pellicole, è andato a fondo nella profondità dell’animo umano, ma garantendo sempre il respiro di quella sagace ironia e di quella fine leggerezza che lo hanno contraddistinto. Sono proprio queste, del resto, le caratteristiche con le quali si è fatto pure interprete del sentire, del modo di essere totalmente sui generis di un popolo, il suo popolo. Attore e regista, il maestro napoletano è stato un vero genio, un Artista con la A maiuscola, la cui raffinatezza e malinconica dolcezza mancano oltremodo in questi tempi dove, troppo spesso, la volgarità si sovrappone alla comicità. Sì può affermare, senza dire eresie, che a lui spetti di diritto un posto al tavolo dei grandi, di Totò e di Eduardo, dai quali tanto si è lasciato permeare.

Il Postino è il suo “film-testamento”, sia perché, come è noto, è stato, purtroppo, proprio poco dopo la fine delle riprese che Troisi è venuto a mancare, per via dei suoi problemi cardiaci, sia perché esso è una perla regalata al mondo della cinematografia e rappresenta la summa della sua espressione. Tratto dal romanzo “Il postino di Neruda” di Antonio Skàrmeta e diretto con la collaborazione di un regista di elevato spessore, quale Micheal Redford, esso ha visto riconoscersi molteplici premi di primo profilo, sia in Italia che all’estero. Ben cinque sono state le candidature all’Oscar, di cui una, quella per la miglior colonna sonora, vinta. Ma il successo è stato decretato principalmente dal pubblico, se consideriamo che la pellicola ha raggiunto record di incassi e, a tutt’oggi, risulta essere tra i 10 film in lingua straniera più apprezzati negli Stati Uniti. Il “The New York Times” l’ha persino inserito nella lista dei mille film più belli di sempre. Girato tra i suggestivi panorami di Procida e Pantelleria, questo gioiellino ha potuto godere, oltre che dell’attore napoletano nel ruolo di Mario Ruoppolo, anche dell’interpretazione attoriale dell’immenso Philippe Noiret, nei panni di Pablo Neruda, nonché di una stupenda Maria Grazia Cuccinotta, lanciata nel mondo del cinema, interpretando Beatrice, non a caso, nome di dantiana memoria, l’amante del protagonista.

Il Postino è un’altra dimensione, è un sogno, una favola moderna o, meglio, una Poesia, proprio quella massima esaltazione dell’espressione umana, sulla quale, attraverso questo capolavoro, il Maestro ha voluto offrire un’indagine, una riflessione. La poesia, le metafore, la bellezza delle parole dovrebbero trovare spazio nelle vite di ognuno di noi, senza distinzioni di sorta, e sono importanti non solo per esaltare l’amore, ma pure per veicolare coscienza critica, sociale e politica.

La storia accosta due animi nobili ma di diversa estrazione; Mario è un semplice isolano, figlio di pescatori ma che, tra gli abitanti del luogo, è l’unico a saper leggere e scrivere e, pur di non adattarsi al mestiere paterno, accetta di lavorare come postino per il solo destinatario di lettere, il poeta Pablo Neruda, il quale è giunto ad abitare su un’isola del Sud Italia, a seguito dell’esilio dal Cile per motivi politici. Quest’ultimo, al contrario del protagonista, è un uomo acculturato e affermato, “amato dalle donne”, come dice Mario, e “amato dal popolo” per il suo impegno comunista, come dice il capo telegrafista Giorgio Serafini. Tra i due nasce un’amicizia e un’affinità di sensi, tanto che Neruda aiuterà Mario nel corteggiamento di Beatrice e gli insegnerà il valore della poesia, facendogli capire, ad esempio, cosa sia una metafora. Dopo il matrimonio del postino con la sua amata, il poeta riparte per il Cile e quando farà ritorno sull’isola, scoprirà che il suo amico è morto e che gli ha lasciato un riconoscimento enorme.

L’indimenticabile immagine conclusiva di Pablito, il figlio dei due protagonisti – nome, scelto per omaggiare Neruda – rivela non solo tutto ciò che il poeta cileno, con il suo enorme bagaglio culturale, ha rappresentato per il giovane postino di una sperduta isola italiana, ma anche il senso di un insegnamento che nella sua portata è capace di tramandarsi.

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Accadde oggi: la scomparsa di Umberto Saba, poeta https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-scomparsa-di-umberto-saba-poeta/ Sun, 25 Aug 2019 04:41:28 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=60486 In questo colpo di coda di agosto, con l’estate che volge al termine e settembre che incomincia a disegnarsi all’orizzonte, con tutti i suoi richiami al dovere, specie per gli studenti, noi di Senza Linea vogliamo dedicare uno spazio a un poeta, tra i più grandi del Novecento, uno di quelli che proprio gli scolari che si accingono ad intraprendere l’ultimo anno di superiori si ritroveranno ad affrontare nei programmi di Letteratura italiana. Ci riferiamo a Umberto Saba, il quale venne a mancare oggi, ovvero il 25 agosto del 1957, a Gorizia, dopo un periodo di profondi patimenti psicologici e crisi depressive, le quali, invero, lo accompagnarono per tutta la vita. Egli nacque a Triste il 9 marzo del 1883 e il nome con il quale si è consegnato alla storia, in realtà, è uno pseudonimo di Umberto Poli. Pare che Saba fosse il nomignolo della sua balia, alla quale, date l’assenza del padre e una figura materna dura, fu molto legato nella sua infanzia, oppure, secondo un’altra versione, siccome in ebraico questo termine significa “nonno”, probabilmente il poeta volle omaggiare l’amato avo che, per l’appunto, era di origini ebraiche.

Nel 1910, dunque, il triestino pubblicò la sua prima raccolta di componimenti, dal titolo “Poesie”, alla quale, nel 1912, seguì “Trieste e una donna”. Successivamente, allo scoppio della guerra – egli, a tal proposito, sostenne sempre le tesi interventiste -, venne chiamato alle armi per il Regio esercito e, al rientro nella sua città natale, acquistò una libreria che gestì fino al 1938, quando vennero promulgate le leggi razziali e si vide costretto a trasferirsi in Francia. Nel secondo dopoguerra, tornato in Italia, l’autore conobbe una vera e propria affermazione: nel 1946 collaborò con il Corriere della sera, pubblicando “Scorciatoie e raccontini”, una raccolta di prose che vinse il Premio Viareggio, e nel 1948 uscì la terza edizione di quella che è la sua opera principale, “Il Canzoniere”, alla quale seguirono altre due riedizioni, una pubblicata nel 1951 e l’altra nel 1961.
Il numero delle edizioni lascia, con buona evidenza, emergere il costante lavoro di riscrittura e levigatura che il poeta operò sulle sue poesie. Per lui, non a caso, scrivere fu una necessità esistenziale, un metodo di indagine della propria interiorità dilaniata, come si diceva, da forti turbamenti. “Il Canzoniere ” è un vero e proprio viaggio introspettivo e autobiografico, nel quale bene si distingue pure un’autoanalisi pscionalitica. Tra i componimenti più celebri possiamo ricordare “Trieste”, “Città Vecchia”, “La capra”, “A mia moglie”, “La mia bambina”; tuttavia, noi vogliamo riportare qui, integralmente, due sue brevi poesie che vedono sullo sfondo proprio questa stagione, l’estate. Immergersi nelle parole di Saba, nella sua esperienza espressiva, è, sicuramente, a nostra volta, un’opportunità per riflettere, confrontarci e dialogare con noi stessi; in una parola: leggersi. Di questi tempi, poi, dove in ciò che circonda dilagano asprezze, volgarità e ostilità, c’è un disperato bisogno di Poesia, dell’esaltazione più alta del sentire umano, che nel poeta triestino ha trovato piena rappresentazione.

Meriggio d’estate

Silenzio! Hanno chiuso le verdi
persiane delle case.
Non vogliono essere invase.
Troppe le fiamme
della tua gloria, o sole!

Bisbigliano appena
gli uccelli, poi tacciono, vinti
dal sonno. Sembrano estinti
gli uomini, tanto è ora pace
e silenzio… Quand’ecco da tutti
gli alberi un suono s’accorda,
un sibilo lungo che assorda,
che solo è così: le cicale

 

Notte d’estate

Dalla stanza vicina ascolto care voci

nel letto dove il sonno accolgo.

Per l’aperta finestra un lume brilla,

lontano, in cima al colle, chi sa dove.

Qui ti stringo al mio cuore, amore mio,

morto a me da infiniti anni oramai

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Accadde oggi: la scomparsa di Fernanda Pivano, pilastro della letteratura https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-scomparsa-di-fernanda-pivano-pilastro-della-letteratura/ Sun, 18 Aug 2019 04:14:50 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=60077 Il 18 agosto del 2009, moriva a Milano, presso la clinica privata Don Leone Porta, all’età di 92 anni, Fernanda Pivano, detta Nanda. Traduttrice, critico musicale, giornalista, saggista, ella ha rappresentato una delle figure più importanti nello scenario culturale italiano, contribuendo enormemente alla divulgazione della letteratura americana nel nostro Paese. Nata a Genova nel 1917, si trasferì poi, con la famiglia, a Torino dove frequentò il Liceo Classico Massimo D’Azeglio. Studentessa brillante, si laureò prima in Lettere, con una tesi su Moby Dick di Melville, premiata dal Centro Studi Americani di Roma, e poi in Filosofia, divenendo assistente, per diversi anni, del grande e conosciutissimo professore Nicola Abbagnano.

Ma fu proprio durante gli anni del liceo al Massimo D’Azeglio che la giovane conobbe quella personalità destinata ad influenzare in maniera importante la sua produzione ed espressione intellettuale. Ci riferiamo ad un gigante della letteratura italiana, Cesare Pavese, il quale, a 26 anni, fu appunto il professore della Pivano. Fu ella stessa, nei Diari del 1917-1973, a raccontare il primo incontro con quel giovane docente, tra i banchi di scuola, sottolineando di aver avuto il privilegio di ascoltarlo nelle letture di Dante e Guido Guinizelli. Diversi anni dopo la fine dell’esperienza liceale, quando Pavese ritornò dal confino fascista in Calabria, nel 1938, questi due pilastri del Novecento si incontrarono nuovamente. Questa volta, però, oltre alla stima reciproca, si aggiunse anche l’amore che lo scrittore iniziò a nutrire per quella che era stata una sua allieva. Tra di loro cominciò un fitto scambio di romanzi e poesie di vari autori, oltre che di intense lettere private, che portò la Pivano ad entrare in contatto con le opere di Ernest Hemingway, Walt Whitman, Sherwood Anderson ed Edgar Lee Masters. Pavese le dedicò anche tre celebri componimenti poetici, quali Mattino, Notturno ed Estate. Tuttavia, la donna non ricambiò pienamente l’amore, tanto da rifiutare le due proposte di matrimonio fattele, una il 26 luglio 1940 e l’altra il 10 luglio 1945, proprio le due date stampate sul frontespizio del romanzo di Pavese, Ferie d’agosto, con una croce accanto per evidenziare il responso negativo.

Passando ad analizzare, per grandi linee, la sua attività letteraria, essa cominciò, nel 1943, con la traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. La sua carriera di traduttrice, poi, si avviò con celebri romanzieri americani, come Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Anderson, Gertrude Stein. Ad ogni traduzione la scrittrice era solita aggiungere pure saggi critici sull’opera e l’autore. In particolare, ella si impegnò nella divulgazione e nella traduzione delle opere della cosiddetta “beat generation”‘(A. Ginsberg, W. Burroughs, L. Ferlinghetti, J. Kerouac, G. Corso, quali David Foster Wallace, Jay McInerney, Chuck Palahnjuk, Jonathan Safran Foer, Bret Easton Ellis.) e fu promotrice del minimalismo degli anni Ottanta (D. Leavitt, J. McInerney, B. E. Ellis). La Pivano, oltre alla fervida critica letteraria e alla saggistica – numerosissimi sono i titoli -, si distinse, però, pure nella narrativa con opere, ricche di riferimenti autobiografici, come Hemingway, 1985; Cos’è più la virtù, 1986; La mia kasbah, 1988; Dov’è più la virtù, 1997; I miei quadrifogli, 2000.

Da menzionare, di certo, sono anche il suo speciale rapporto di amicizia e stima professionale prorpio con Ernest Hemingway (la Mondadori pubblicò la sua traduzione di Addio alle armi) e poi, in qualità di critico musicale, con Fabrizio De André, che definì “il Bob Dylan italiano”.

Diversi sono i premi che le sono stati riconosciuti nel corso degli anni, come il prestigioso Grinzane Cavour, e il suo enorme patrimonio documentario e librario è confluito nella Biblioteca Riccardo e Fernanda Pivano inaugurata a Milano nel 1998.

Fernanda Pivano, insomma, è stata una intelletuale di elevatissimo spessore e il nostro compito è quello di omaggiarla e ricordarla, a maggior ragione in questo nostro contesto generale dove, finanche nel settore letterario e dell’editoria, si tende ancora e colpevolmente a trascurare l’enorme contributo offerto da figure femminili.

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Accadde oggi: nascita di Giuseppe Di Vittorio. Storia di un grande sindacalista meridionale https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-nascita-di-giuseppe-di-vittorio-storia-di-un-grande-sindacalista-meridionale/ Sun, 11 Aug 2019 04:12:04 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=59555 L’11 agosto del 1892 (sebbene all’anagrafe sia segnato erroneamente il 13) nacque a Cerignola, in provincia di Foggia, Giuseppe  Di Vittorio, uno dei più autorevoli sindacalisti della storia d’Italia, nonché strenuo antifascista. Figlio di umili braccianti, egli iniziò precocissimo, già a partire dai 10 anni di vita, a difendere i diritti e le istanze dei lavoratori sfruttati nei campi. A seguito della morte del padre, infatti, Di Vittorio si vide costretto a lasciare la scuola, conseguendo solamente la seconda elementare, e a lavorare per aiutare la madre e la famiglia. Nel maggio del 1904, prese parte a una grande protesta dei lavoratori agricoli, durante la quale la polizia uccise un suo giovanissimo amico, Antonio Morra. Nel 1910, venne nominato segretario del Circolo giovanile socialista di Cerignola, attraverso il quale perseguì un’azione di sindacalismo rivoluzionario. Nel 1915, poi, il giovane dovette prendere parte alla prima guerra mondiale, dove rimase ferito. Venne, in seguito, eletto deputato, nel 1921, quando ancora era in stato di detenzione a Lucera. Infatti, in quello stesso periodo, purtroppo, cominciò a prendere  sopravvento il fascismo che, come tutti sappiamo – o meglio, dovremmo sapere – si contraddistinse per una forte repressione delle organizzazioni sindacali; e fu proprio durante uno sciopero antifascista in Puglia che Di Vittorio, membro di spicco dell’Unione sindacale italiana, fu arrestato.

Nonostante l’incarcerazione, però, grazie alle leghe e alla Camera del Lavoro, egli vinse ugualmente le elezioni e cercò in tutti modi di denunciare la condizione di sfruttamento dei braccianti nelle sue terre di origine. Nel frattempo, continuò incessantemente l’azione di contrasto dei fascisti, ma questi, con l’aiuto dell’esercito, ebbero la meglio sugli scioperanti pugliesi. Così, a partire dal 1922, gli fu impedito di vivere nella sua Regione e si trasferì a Roma, dove, nel 1924, incontrò Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, decidendo di aderire al Partito Comunista. L’intenzione di Di Vittorio, insieme a Ruggiero Grieco, era quella di favorire la nascita di un’organizzazione autonoma dei contadini nel Sud Italia, la quale, però, avrebbe dovuto fare i conti con la repressione del nascente regime.

Nel 1930, a Parigi, il pugliese presenziò al gruppo dirigente del Pci e divenne responsabile della CIGL clandestina. Partecipò, poi, in Spagna, alla guerra civile accanto ai combattenti repubblicani. Nel 1939, fu alla direzione del giornale antifascista “La voce degli italiani”, fino al 1941 quando venne nuovamente arrestato e trasportato al carcere di Ventotene. Qui, nel 1943, venne sprigionato e così si impegnò nella lotta di Liberazione.

 Di Vittorio firmò il il Patto di unità sindacale di Roma del 1944, con Achille Grandi  e Emilio Canevari, assumendo il ruolo di segretario generale della Cgil. Celebre, durante questo suo operato protatto con passione fino alla morte, fu il suo Piano per il lavoro del 1949.

Nel ’46, invece, fu Deputato alla Costituente  contribuendo quindi a redigere quella che è la nostra Carta costituzionale, fondamento della democrazia. Morì il 3 novembre del 1957, dopo una vita interamente spesa per difendere i diritti dei lavoratori, degli ultimi, degli sfruttati; dopo una vita dedicata alla Libertà.

Oggi, considerando pure gli attuali scenari politci e le difficoltà in cui vessano le classi lavoratrici, specie nel Mezzogiorno, è più che mai necessario ricordare l’enorme esempio di Giuseppe Di Vittorio, storico sindacalista del Sud.

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Accadde oggi: la strage dell’Italicus https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-strage-dellitalicus/ Sun, 04 Aug 2019 05:21:35 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=59255 Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta, il nostro Paese ha conosciuto un’estremizzazione del contesto politico – piegata alle logiche di quella che viene definita “strategia della tensione” -, tale da produrre violenza, lotta armata e terrorismo. Sono i cosiddetti “anni di piombo”, che, tra massoneria, servizi segreti deviati e complotti, si caratterizzano, appunto, soprattutto per gli omicidi mirati, gli attentati e le diverse stragi  con le bombe, sulle quali, dopo tanto tempo, ancora si cerca di fare  chiarezza e di stabilire la verità.

Dunque, tra le numerose stragi, oggi, è sicuramente doveroso ricordare quella che fu eseguita proprio il 4 agosto del 1974, ovvero l’esplosione sul treno Italicus. Un ordigno dotato di timer legato a una sveglia, fu disposto, all’interno di una valigia, sulla quinta   vettura del treno espresso 1486 (“Italicus”), proveniente da Roma e diretto a Monaco di Baviera, via Brennero. Come camera di scoppio fu scelta la Grande Galleria dell’Appennino, che con i suoi diciotto chilometri e mezzo avrebbe amplificato gli effetti devestanti. Invece, per fortuna, il treno era in ritardo, e alle 1.23, quando avvenne lo scoppio, la quinta carrozza si trovava a soli cinquanta metri dall’uscita della galleria. Se il mezzo, infatti, non avesse accumulato qualche minuto di ritardo, quasi sicuramente, le morti sarebbero state molte di più. Così, grazie alla forza d’inerzia il convoglio riuscì a raggiungere la stazione di San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, con una sola vettura in fiamme. Dodici persone rimasero carbonizzate mentre quarantotto  risultarono ferite, di queste alcune persero la vista, altre furono irrimediabilmente sfigurate. Il capostazione di San Benedetto diede l’allarme e accorsero altri ferrovieri svegliati dal boato. Vennero così organizzati i primi soccorsi e i feriti più gravi furono inviati a Bologna . A bordo, tra l’altro – secondo quanto rivelò la figlia – avrebbe dovuto esserci anche Aldo Moro, ma un impegno, all’ultimo minuto, gli fece perdere la corsa con la quale avrebbe dovuto raggiungere la famiglia in vacanza.

Quello dell’Italicus è ritenuto uno dei più gravi attentati  assieme alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, alla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 e alla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Anche in questo caso, come per gli altri, furono incriminati come esecutori diverse personalità legate all’eversismo neofascista, ma l’iter processuale si è concluso con l’assoluzione degli imputati. Si tratta, dunque, dell’ennesima strage “senza colpevoli”. Ricordare, pertanto, è quanto mai necessario affinché, almeno la Storia, possa restituire giustizia e si possa iniziare a far luce su un periodo molto buio e vergognoso.

Una menzione speciale merita, infine, il ferroviere di Forlì, Silver Sirotti,  insignito di Medaglia d’oro al valor civile alla memoria, il quale, munito di estintore, si lanciò tra le fiamme per soccorrere i viaggiatori intrappolati  e per questo suo gesto di eroismo perse la vita.

 

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Accadde oggi: buon compleanno al Maestro Riccardo Muti https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-buon-compleanno-al-maestro-riccardo-muti/ Sun, 28 Jul 2019 04:21:39 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=58853 “Se girate il mondo e vi chiedono: ‘Dove siete nato?’ e voi dite ‘A Napoli’, il mondo vi rispetta”

Il 28 luglio del 1941, nasceva, appunto a Napoli, il direttore d’orchestra tra i più noti a livello planetario, Riccardo Muti; e c’è da dire, riferendoci alle sue parole sopra riportate, che il mondo, in realtà, ha iniziato a rispettarlo, conoscerlo e ammirarlo soprattutto per il suo enorme talento. Come si diceva, egli, per volere della madre, ha avuto i natali nel capoluogo campano, per il quale, in ogni occasione, ha sempre espresso parole di elogio e ne ha sempre sottolineato l’eccezionale portata storica, culturale, artistica e musicale, che su di lui ha avuto tanta influenza. Senza dubbio, Muti è un grande figlio di Napoli, di cui tutti dobbiamo essere orgogliosi perché ha contribuito a portare il suo nome in giro per il globo.

Il Maestro ha vissuto a Molfetta, città del padre, nell’infanzia, poi a 16 anni si è trasferito nel capoluogo partenopeo, dove si è diplomato con lode in pianoforte al Conservatorio “San Pietro a Majella”. Ha poi proseguito gli studi al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, diplomandosi in Composizione e Direzione d’orchestra. La sua è stata una carriera proficua e internazionale che l’ha portato a ricevere prestigiosi riconoscimenti praticamente in ogni parte del mondo; senza contare le ben 20 lauree honoris causa che gli sono state conferite. Nel fargli i nostri più sentiti auguri, vogliamo ripercorrerla nei suoi punti più salienti, ben consci del fatto che, data la sua ampiezza e varietà, non possa bastare un articolo per riassumerla adeguatamente. Dopo la vittoria del concorso “Cantelli” di Milano, nel 1968, Muti è stato nominato direttore musicale del Maggio Musicale Fiorentino, incarico che ha mantenuto fino al 1980. Negli Settanta è stato alla guida della Philharmonia Orchestra di Londra e della Philadelphia Orchestra. Dal 1986 al 2005, invece, è stato direttore musicale del Teatro alla Scala, dove ha dato vita ad importanti progetti internazionali e ha contribuito molto al repertorio verdiano. La sua direzione musicale è stata la più lunga al Teatro alla Scala ed è culminata nel 2004, alla riapertura del Teatro milanese dopo la restaurazione, dirigendo l’Europa, opera attribuita a Antonio Salieri.

Riccardo Muti, lungo gli anni, poi, ha sicuramente diretto le più prestigiose orchestre del mondo: dai Berliner Philharmoniker alla Bayerischen Rundfunk, dalla New York Philharmonic all’Orchestre National de France, alla Philharmonia di Londra e i Wiener Philharmoniker, con i quali ha avuto un rapporto molto significativo ai Festival di Salisburgo. Nel 2004 ha fondato l’Orchestra Giovanile “Luigi Cherubini” composta da giovani musicisti accuratamente selezionati, mentre dal 2010 è direttore musicale della prestigiosa Chicago Symphony Orchestra. Nel 2015 il Maestro ha dato alla luce un suo grande sogno, ovvero la Riccardo Muti Italian Opera Academy, un’accademia internazionale, con sede a Ravenna, dove allievi di direzione d’orchestra, maestri accompagnatori e cantanti d’opera possono perfezionarsi insieme a lui.

Buon compleanno, Maestro, e grazie!

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Accadde oggi: la nascita di Robin Williams https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-nascita-di-robin-williams/ Sun, 21 Jul 2019 04:22:04 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=58356 Ci sono persone che vengono al mondo e poi, per il genio e il talento che esprimono, sopravvivono a loro stesse, dopo la morte terrena, consegnandosi alla memoria e all’ammirazione futura. A tal proposito, il 21 luglio del 1951, nasceva, a Chicago, Robin Williams, stella nel firmamento del Cinema, che brilla ancora e lo farà per sempre. Come tutti sappiamo, purtroppo, l’attore, nell’agosto del 2014, si tolse la vita, dopo la diagnosi di una grave malattia neurodegenerativa che aveva già iniziato a procurargli dei problemi. Ma è sulla sua esistenza, però, che noi vogliamo concentrarci, perché essa ha rappresentato davvero un patrimonio cinematografico enorme a livello mondiale. Dopo aver frequentato l’istituto di recitazione drammatica Juilliard, a New York, e dopo aver intrapreso la carriera teatrale, Robin Williams approdò alla televisione, distinguendosi, tra le altre cose, soprattutto nel ruolo del protagonista alieno della serie tv Mork & Mindy fino al 1982. Il debutto al cinema arrivò, nel 1980, con Popeye – Braccio di Ferro, il quale non ebbe particolare successo, ma iniziò a farlo conoscere al grande pubblico.  La consacrazione, invece, giunse nel 1987 con Good Morning, Vietnam, che gli valse la candidatura all’Oscar, per la sua interpretazione di un militare americano che, in qualità di deejay della radio dell’esercito, ogni giorno veniva ascoltato dai suoi colleghi impegnati in Vietnam. In effetti, in seguito,  altri film di straordinario successo gli fecero riconoscere la nomination all’Oscar, pensiamo a L’attimo fuggente del 1989 (molto celebre il personaggio del professor John Keating)  e a La leggenda del re pescatore, nel 1991. Nel 1998, vinse la statuetta per il miglior attore non protagonista nel ruolo dello psicologo Sean McGuire in Will Hunting – Genio Ribelle.

Come non poter ricordare, in aggiunta, il talentuoso attore pure in alcuni film per ragazzi e famiglie: Hook – Capitan Uncino, nei panni di un adulto Peter Pan (1991); Mrs. DoubtfireMammo per sempre, dove ha interpretato un papà travestito da tata (1993); e poi ancora Jumanji (1995), Patch Adams, (1998),  Flubber – Un professore tra le nuvole(1997), Al di là dei sogni e Jakob il bugiardo e L’uomo bicentenario (1999)

Negli anni 2000, poi, egli si dedicò ad un genere più cupo, con pellicole quali, ad esempio, One Hour Photo e Insomnia.

L’ultima sua comparsa sul grande schermo è stata nel ruolo della statua di cera del presidente Theodore Roosevelt, nella trilogia di Una notte al museo, il cui ultimo capitolo uscì proprio nel 2014, l’anno in cui si suicidò.

Ma, come dicevamo all’inizio, Robin, in realtà, continua a vivere ancora, e lo fa ogni volta che, ognuno di noi, ha il piacere di apprezzarlo in uno degli innumerevoli capolavori che lo vedono protagonista con le sue superbe capacità attoriali.

Buon compleanno, Robin Williams.

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Accadde oggi: la Presa della Bastiglia, festa nazionale in Francia https://www.senzalinea.it/giornale/accadde-oggi-la-presa-della-bastiglia-festa-nazionale-in-francia/ Sun, 14 Jul 2019 04:20:58 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=57774 Il 14 luglio, in Francia, è festa nazionale. I francesi, infatti, celebrano e ricordano la Presa della Bastiglia, evento simbolo di uno dei periodi più importanti della storia europea, la Rivoluzione francese, la quale portò al sovvertimento della Monarchia Assoluta e di tutto quell’impianto istituzionale e di potere che conosciamo come Ancien Régime.

Nella seconda metà del XVIII secolo, sul trono vi erano Luigi XVI e sua moglie Maria Antonietta, ma la monarchia stava perdendo sempre di più prestigio e il popolo, stremato dalla fame, richiedeva maggiore potere e considerazione. Nell’estate del 1789, la situazione a Parigi precipitò. Il Terzo Stato (ovvero la Borghesia)  pretendeva un sistema di votazione più equo e più inclusione nella vita politica del regno, ma la convocazione degli Stati Generali da parte del Re non produsse cambiamenti.

Prevalsero, allora, coloro che volevano far cessare la prepotenza dei monarchi con la forza. I rivoluzionari iniziarono ad armarsi e a combattere contro l’esercito regio. Il 14 luglio del 1789, essi puntarono ed assediarono la Bastiglia, fortezza e prigione divenuta emblema dell’Ancien Regime, nella quale venivano rinchiusi i prigionieri politici. In realtà, gli insorti volevano anche impossessarsi della cospicua polvere da sparo custodita nella struttura. L’evento, di per sé, fu poco importante dal punto di vista pratico ma assunse un enorme valore simbolico nel complesso della Rivoluzione francese.

A seguito delle rivolte, infine, la monarchia fu travolta e il re e la regina, così come molti oppositori, in seguito, nel periodo definito de “Il Terrore”, furono decapitati, dopo una breve parentesi di monarchia costituzionale.

Nel 1792, dopo l’emanazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (documento di fondamentale importanza per gli sviluppi legislativi in Occidente) e della Costituzione, fu proclamata la Repubblica. A tutto ciò, seguirà, poi, l’ascesa di Napoleone Bonaparte.

Senza dubbio, come si diceva, quella della Rivoluzione francese è stata una vicenda che ha segnato la storia d’Europa, essa ha siglato la nascita di quei valori e di quei principi che costituiscono la nostra essenza politica. In un momento storico come il nostro, dove la tenuta democratica in tutta l’Unione europea sta conoscendo delle forti difficoltà, ricordare ciò che scorre nel nostro patrimonio culturale è più che mai necessario.

 

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