Il 20 febbraio 2026, il Teatro Corona di Quarto ha ospitato uno spettacolo che ha spinto il pubblico a riflettere sul ruolo del giornalismo e sulla verità in un’Italia sempre più assuefatta alla sua malattia sociale. Diario di un trapezista, scritto e interpretato da Sigfrido Ranucci, è un monologo intenso e avvolgente che non lascia spazio a distrazioni. Ranucci, noto per il suo lavoro da giornalista d’inchiesta e volto di Report su Raitre, si è presentato da solo sul palco, dando vita a una performance teatrale che mescola il racconto della sua carriera giornalistica con le inquietudini legate alla sua quotidianità da uomo sotto scorta.
Un monologo che non concede tregua
Il palco è spoglio, ridotto all’essenziale, con solo una leggio e un microfono. Ranucci, con il suo volto segnato dalla fatica e dalla tensione, si muove con circospezione, proprio come chi cammina su una fune sospesa. Il suo corpo è il punto di riferimento per una narrazione che scivola tra l’inchiesta e la denuncia, ma anche fra il ricordo e la riflessione personale. La sua postura, le pause drammatiche, la scelta di restare immobile per lunghi istanti, rendono ogni parola pronunciata ancora più pesante, carica di significato.
Durante il suo monologo, Ranucci non è solo. Schermi dietro al palco proiettano video che intervallano i suoi discorsi, riportando immagini crude dei suoi reportage: corpi dilaniati, scene di violenza, illegalità e corruzione. Non c’è censura. Ogni immagine è tagliente, violenta, e costringe il pubblico a guardare la realtà negli occhi, senza filtri. Le immagini sono un affondo nella carne viva della nostra società, ma anche uno specchio delle sue storture, quelle che Ranucci ha documentato con determinazione, spesso rischiando la propria vita. “L’Italia è talmente malata da ritenere normale la sua patologia, la normalità,” afferma, e le parole pesano come un macigno. Ogni sequenza di video che scorre è un monito, ma anche una ferita aperta che non guarisce.

La verità, a qualunque costo
Ci sono frasi che risuonano nell’aria, con una forza inaudita. “Certi uomini hanno un prezzo, certi altri hanno un valore,” dice Ranucci, con uno sguardo che attraversa la sala, fermandosi su ogni volto. Non è solo un monologo sulla sua vita, ma una riflessione sulla giustizia, sul valore dell’informazione e sulla coraggiosa lotta contro chi ha il potere di silenziare le verità scomode. Il giornalista parla con l’ardore di chi sa che il diritto di essere informati è un diritto fondamentale, ma anche con la consapevolezza che questo diritto è sempre più minacciato. “Il diritto di essere informati davvero”, ribadisce con fermezza, come se fosse una battaglia da non abbandonare mai.
Il silenzio del pubblico è palpabile, soprattutto quando Ranucci si sofferma sui suoi cari, sulle persone che lo aspettano a casa, preoccupate per lui. Un silenzio profondo, che sospende ogni respiro, quasi come se nessuno osasse disturbare quelle parole cariche di verità e di paura. La mente corre ai tanti colleghi, giornalisti e cronisti, che in passato sono stati uccisi per la loro dedizione alla verità. “Restate in ombra o seguite la luce della verità”, esorta Ranucci, come un ultimo appello a non cedere alla tentazione di restare indifferenti.

Un tour che non conosce sosta
Il monologo si conclude con un messaggio di speranza, ma anche di resistenza. Ranucci non ha paura di mostrare la sua vulnerabilità, ma è anche un uomo determinato a continuare la sua lotta. “La verità ha un prezzo, ma non ha mai un valore abbastanza alto per fermarla,” dice con decisione, prima di annunciare che il tour dello spettacolo proseguirà in tutta Italia, portando in scena una testimonianza diretta del suo impegno, della sua battaglia per la giustizia e della sua intransigente fede nel giornalismo.
E infine, concludendo il suo racconto, Ranucci cita la teoria del trapezista come un messaggio di coraggio e astuzia: “Se salti in avanti, per chi ti vuole colpire sarà più difficile fare centro. Se sei l’obiettivo di qualcuno, sii come un trapezista.”

