DOLITTLE: La magia dell’avventura, la grazia della solitudine

Ogni tanto ci vuole poter recensire un film dai contenuti un po’ più sereni. E se l’interprete è Robert Downey Junior, rassicurante quanto geniale figura nei panni di Iron Man, il tutto diventa ancora più gradevole.

Un secolo circa è la distanza frapposta fra la data dei racconti scritti in originale e quella in cui sono ambientati, vale a dire l’epoca vittoriana, con il suo immaginario steampunk e piratesco, che il film di Stephen Gaghan rispolvera per l’occasione, garantendo a ‘Dolittle’ un’affascinante location generale, fra il romanzato e l’immaginifico.

John Dolittle è persona con capacità fuori dal comune.  Sa parlare con gli animali, non so se mi spiego. E c’era un tempo dove aveva il privilegio di vivere con la moglie Lily, altra metà del suo cielo, in un luogo magico reso a lui disponibile dalla Regina d’Inghilterra. Poi, il patatrac che gli sconvolge la vita. Perde Lily in un nefasto naufragio, e si ritira a vita privata che più privata non si può. Il dolore gli impone di non voler più avere contatti con altri esseri umani, gira a doppia mandata il portone dell’ospedale.

Qualcosa però lo richiama alla sua missione di vita. E’ la stessa testa coronata a chiedergli aiuto. Malata quasi terminale, gli chiede di espletare una missione impossibile. Trovare il fiore dell’albero dell’Eden, l’unica cosa che la può salvare da morte certa.

Dolittle accetta. In fondo, l’avventura è per lui il vero sale della vita. E gli sembra anche un modo per rendere omaggio alla memoria della sua amata, ormai altrove.

Non andrà da solo alla ricerca del fiore incantato. Lo affiancherà il giovanissimo Stubbins, scappato dalle angherie di uno zio cacciatore, capace di farsi assumere come assistente da Dolittle. E questo anche in prospettiva per un eventuale e definitivo passaggio di consegne.

Quest’ultima reinterpretazione del personaggio si accoda a una lunga e più diversificata serie, perché il dottore che comprende il lessico animale ed è capace di riprodurlo è uno dei personaggi più amati di sempre, traghettatore di un universo indecifrabile e zeppo di fatti imprevedibili.

Un luogo dove ti può accadere di utto. Un esempio? Orsi polari freddolosi, gorilla che non hanno un gran concetto di se stessi, struzzi facilmente irritabili e pappagalli super intelligenti (la voce, in quest’ultimo caso, è della Emma Thompson di Tata Matilda).

Robert Downey Jr., interprete e produttore, conferisce a quell’anima in pena del suo Dolittle una scorza dura, oltre a una gestualità quasi ridondante e una genialità briosa e coinvolgente, fino a fartelo quasi sembrare verosimile (sarebbe sufficiente il solo colloquio con l’ottopode che dimora nell’acquario reale). Ci sono, in lui e nel film, fieri riecheggi della saga del celebre pirata di Johnny Depp.

Ma l’esuberanza del protagonista è mitigata dalla nobiltà dei suoi scopi. Dolittle vorrebbe tornare “ai vecchi tempi”, quelli in cui era utile, attivo e appassionato, e il film di Gaghan pare avere lo stesso obiettivo: tornare a raccontare una storia di una volta, dove a un orfano può capitare di imbattersi nella coetanea dama di compagnia della regina, dove ci sono passaggi segreti, l’insetto stecco vive sulla cornice di un quadro di Turner, ci si nasconde in un baule e si cavalca uno struzzo, perché la carrozza è già occupata da un orso.

Il tutto è riportata alle tempistiche odierne, rapide, giocoforza incalzanti e in rapida successione, in un certo qual senso mescolando il racconto principale col diario di bordo di uno scoiattolo paranoico e con quella comicità sopra le righe per cui il personaggio interpretato da Michael Sheen porta il nome di Blair.

Ultima cosa: da notizie apprese, sembrerebbe che la pellicola non superasse i test di gradimento del pubblico campione.

Motivo per il quale questo si ritiene sia stato per questo contratto numerose volte e in non poche sequenze. Tuttavia, a me l’esito è parso di buon livello, uno scrigno di situazioni miscelate e variopinte, quindi nel complesso efficaci. Anzi, conferendo al tutto un tenore di originalità, necessario a dar respiro –e questo va detto – alla strutturazione della trama, che presa in sé rasenta quasi il banale.

Tuttavia, è una visione gradevole, e potrete tranquillamente andare al cinema a guardarlo insieme ai vostri bambini.

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Biografia Christian Capriello

Christian Capriello
Christian Capriello, 42anni. Ingegnere, scrittore, risiede stabilmente nella dimensione del Sogno. Sposato, un bimbo di 2 anni. Scrivere è una sua passione. Minaccia stabilmente di non smettere di coltivarla. Come per la a poesia e il cinema americano.

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