E’ muorto ‘o ‘rre, viva ‘o rre: musica e parole per Diego

“Si mo’ nun succede, nun succede cchiù“: il maestro Campassi fu profetico, l’ “Inno a Maradona”, che probabilmente a Napoli ha battuto il record di vendite del mercato parallelo della musica, percepì immediatamente che quello era il momento. Non la solita stucchevole retorica sul riscatto sociale, vincere le partite non risolve di certo i problemi, ma la sensazione che il momento per il vecchio ciuccio di issarsi, finalmente e per la prima volta in 60 anni di storia, sul tetto di Italia era vicino.

Diego arrivò a Napoli in una squadra scadente, reduce da due salvezze “po ‘o fieto do ‘o miccio” come diciamo da queste parti: e capì. Lui, il vero rivoluzionario con il pallone, intuì che quella era la squadra per lui, capì che nessun altro popolo al mondo avrebbe potuto amarlo di più. L’incontro tra Diego e Napoli è qualcosa di incredibilmente perfetto, simbiosi mistica tra il grande campione e un popolo di tifosi appassionati e frustrati da decenni di sonore sconfitte.

Maradona riuscì in una impresa unica nella nostra città: compattare e creare un ambiente unico, porsi un obiettivo e raggiungerlo. Stretti attorno al proprio capitano, calciatori dal passato non indimenticabile e gregari della palla, affiancati da pochi, grandi interpreti, riuscirono finalmente ad avverare il sogno di milioni di tifosi nel mondo: i gol di Ferrario e Volpecina, a Torino, nella gara in cui si capì che il Napoli avrebbe finalmente vinto, non sono un caso. Il balletto a Monaco di Baviera, sulle note di “Life is Life”, che Diego inscenò per zittire il pubblico monegasco e dare coraggio ai compagni spaventati, è l’immagine più profonda della incredibile vittoria nella Coppa Uefa dell’89, una coppa che oggi è, di fatto, la moderna Champions League. Vuol dire essere Leader silenzioso e accettato da tutti.

Diego ha sempre detto quello che pensava, senza remore e andando diritto al punto e ha pagato per questo ben oltre le proprie colpe e debolezze.

E’ impossibile paragonare Diego a qualsiasi altro calciatore della storia del calcio, e non per una questione prettamente tecnica, ma per le sue capacità di essere trascinatore di gruppi e intere popolazioni: l’Argentina Mundial del 1986 era una squadra che ricordava molto il primo Napoli, piena di gregari che si trasformarono in campioni, perchè con loro c’era Lui.

Diego ha ispirato film, trasmissioni Tv, cantanti, amico di Fidel, nemico dei potenti del calcio dai quali fu tradito ai mondiali Usa 94: per pubblicizzare la competizione in un paese che di calcio non viveva, fu chiamato alle armi, perse 20 kg utilizzando sostanze proibite (dimagranti, non dopanti), lo sapevano tutti: quando capirono che quel mondiale Diego, probabilmente, lo avrebbe vinto, ecco il colpo di grazia che tutti conosciamo.

La Zurda immortal” che ha ispirato Rodrigo nella famosa canzone “La mano de Dios”, forse la più bella rappresentazione del ragazzo che sognava di giocare e vincere il mondiale me che ha dovuto fare i conti con la “dama bianca”. Anche Manu Chao ha celebrato Diego: “Se io fossi Maradona, vivrei come Lui, mille missili, mille amici, e quello che succede moltiplicato per cento” canta il cantante di origine francese nella splendida “La vida tombola”. “Chisto è ‘o raggae, ‘o raggae e Maradona, ‘o mago do ‘o pallone, ‘o ‘rre ‘e chesta città” ,musica e parole di Jovine, gruppo raggae tutto partenopeo.

Il Barilete cosmico, il pibe de oro, il pelusa, sono tanti, tantissimi i nomignoli affibbiati a Maradona.

“La ecclesia Maradoniana” è una vera e propria religione che celebra Maradona in modo anche grottescamente fanatico, che ha seguaci in tutto il mondo.

Dall’improbabile rito religioso al “Te Diegum”, movimento di natura filosofica nato a Napoli che celebra El Diez con canoni ben lontani dalla semplice passione calcistica, nonostante il nome ispirato ad un cantico cristiano.

Sarebbe davvero impossibile riassumere in così poco spazio l’immensità del calciatore: “ho visto Maradona”, tre semplici parole che possiamo dire di avere il diritto di gridare ad altra voce, con il petto in fuori e lo sguardo fiero, senza dover sfogliare almanacchi e fotografare scarne bacheche.

Oggi tutto il mondo piange per lui: ex compagni di squadra ed avversari storici, tifosi di ogni generazione, anche chi lo ha denigrato giudicandolo fuori dal campo, oggi ne tesse e lodi, nell’ipocrisia tipica che segue la morte di qualcuno.

Diego se ne è andato in modo molto poco spettacolare, all’improvviso, da uomo devastato da dipendenze di ogni tipo e da personaggio che ormai era lo spettro di se stesso: era fuori dal calcio che conta, nonostante i tentativi di inventarsi allenatore di improbabili squadre in giro per il mondo.

Il mio primo ricordo del Diego calciatore risale al 1985: bimbo di otto anni ho assistito al più incredibile spettacolo calcistico pensabile, un sogno ad occhi aperti: 4-0 alla Lazio, una sintesi di tutto ciò che era Maradona in campo: gol di mano (annullato), pallonetto da metà campo, gol di rapina, gol da corner (sul primo palo!!!)…un giorno che non dimenticherò mai e che ha definitivamente installato in me il virus del tifoso fanatico e appassionato.

Impossibile per me e per tutti i tifosi azzurri non avere gli occhi lucidi. Napoli ha ricordato il proprio Re in modo civile e ordinato, un rito funebre a distanza, rispettoso e silenzioso. Buenos Aires ha cantato per lui. Due modi diversi di vivere il dolore.

Sarebbe stato bellissimo, in vista dell’incontro di Europa League di stasera, vedere uno stadio pieno cantare per Diego.

Nel mio piccolo ti saluto, Diego, e grazie per le gioie che ci hai dato: non ti vedremo più ma le immagini delle tue gesta rimarranno per sempre impresse nei nostri cuori e stampate nei nostri occhi, perchè il tempo passa, il calcio va avanti ma…Maradona è meglio ‘e Pele.

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Biografia Fabrizio Oliviero

Fabrizio Oliviero
Fabrizio Oliviero, commercialista e amante del calcio, malato patologico per i colori azzurri. Una malattia ereditaria trasmessa dal padre e che spera di trasmettere al primogenito; il suo stato d’animo dipende in larga parte dal risultato dell’ultima partita, ama i colori azzurri quasi come i figli e la moglie che, rassegnata, durante i novanta minuti sopporta le sue follie.

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