Senza Linea https://www.senzalinea.it/giornale Napoli e dintorni Tue, 31 Mar 2020 04:46:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 CORONAVIRUS: PERCHE’ IN ITALIA SI MUORE DI PIU’? https://www.senzalinea.it/giornale/coronavirus-perche-in-italia-si-muore-di-piu/ Tue, 31 Mar 2020 04:46:07 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77736 I dati della mortalità in Italia riguardanti il Coronavirus sono veramente scoraggianti, dalle ultime rilevazioni si evince una tasso di letalità superiore al 10%, dati che non sono assolutamente in linea con gli altri paesi del mondo che attestano i loro tassi su circa il 4 o 6% ed addirittura in altre realtà europee la letalità risulta particolarmente bassa come il caso della Germania con lo 0,6%. Mi chiedo come sia possibile che il nostro paese presenti una mortalità così elevata rispetto a paesi con un Sistema Sanitario che non hanno nulla da invidiare rispetto al nostro, allora dove nasce il problema? È chiaro che tale domanda se la sono posta diversi epidemiologi che, ovviamente, stanno analizzando nello specifico e in modo tecnico tale questione. Ad oggi però non vi è una risposta precisa, ma diverse ipotesi, come: problemi di ordine amministrativo sanitario, maggiore popolazione anziana fragile, un’iniziale sottostima del problema Coronavirus, ritardi diagnostici, inadeguata gestione per problemi strutturali dei pazienti con gravi complicazioni e via dicendo. Ma considerando che il Sistema Sanitario nazionale italiano non presenta discrepanze così significative con gli altri paesi industrializzati ed essendo i protocolli terapeutici abbastanza standardizzati si dovrebbe cercare la causa di tale differenza anche su altri fronti come ad esempio l’analisi e la rilevazione dei dati.

Per fare un minimo di chiarezza sulla questione, distinguiamo prima quale sia la differenza tra tasso di letalità e mortalità. Per tasso di letalità di COVID-19 intendiamo quante persone muoiono sul totale delle persone contagiate,mentre per tasso di mortalità di COVID-19 valutiamo quante persone muoiono su tutta la popolazione; ad esempio se su una popolazione complessiva di 100 persone, se ne infettano 10 e ne muoiono 5, abbiamo un tasso di letalità del 50% (5 morti su 10 infetti) e un tasso di mortalità del 5% (5 morti su 100 persone). Per ottenere, quindi, un dato preciso, sulla letalità del virus dovremmo effettivamente sapere quanti contagiati esistono in Italia, ovvero quale è il vero denominatore della frazione, ovviamente per ottenere questo dato dovremmo fare tampone per l’analisi del Coronavirus (SARS-CoV-2) a tappeto sulla popolazione. A dimostrazione di questo, all’inizio dell’epidemia il tasso di letalità nel nostro paese non era così elevato come oggi, poiché erano stati effettuati un alto numero di tamponi sulla popolazione; il 25 febbraio il ministero della Sanità, per verosimili problemi gestionali, ha raccomandato di effettuare il tampone solo a persone con sintomi. Da quel momento il tasso di letalità è incominciato a crescere in maniera significativa, poiché se fai meno tamponi, si abbassa il denominatore della frazione numero di morti/numero di contagiati con un conseguente aumento del tasso.

Un’altra questione è su come vengono raccolti i dati di decesso di Covid-19; quando si dichiara che il paziente è morto per Covid-19 o con presenza di virus SARS-CoV-2? Questa è una considerazione personale, ma credo che in Italia, forse per eccesso di zelo, si stia dando estrema rilevanza alla presenza di infezione da Coronavirus sui decessi. Non voglio minimamente sottostimare il problema, anzi concordo pienamente con le autorità nella gestione e la necessità di quarantena per cercare di ridurre il dilagarsi di un’infezione che comunque ad oggi ha dimostrato alta contagiosità e letalità, ma analizzando i dati di mortalità del sito Istat  relativi agli anni precedenti, si evince che in Italia nell’anno 2017 il numero di decessi per tutte le patologie è stato di 649.061 (309.505 maschi e 339.556 femmine), mentre nel 2018 vi sono stati 633.133 decessi (302.495 maschi e 330.638 femmine). Un calcolo banale ci può indicare che negli ultimi anni, nel nostro paese vi siano in media 50.000 decessi/mese per tutte le patologie, al 29 marzo (in circa un mese dall’inizio dell’epidemia) vi sarebbero 10.779 deceduti con infezione SARS-coV-2; si dovrebbe quindi comprendere quanti di questi pazienti siano realmente morti per COVID-19 e quanti per altre ragioni, ma con positività al tampone.

È chiaro che tale questione è tenuta da conto anche dagli organi competenti, infatti anche il Ministero della Salute dichiara che“i deceduti al 29 marzo sono 10.779, questo numero, però, potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso.

Il governo ha già istituito taskforce di esperti per valutare le cartelle cliniche e i dati dei pazienti deceduti per comprendere l’effettiva causa di morte, ma per i risultati ci vorrà tempo e probabilmente saranno resi noti solo al termine della crisi. Nel frattempo credo sia necessario omogeneizzare (anche se impresa ardua) il metodo di rilevazione dei tassi di letalità e mortalità in tutto il mondo per ottenere dati più univoci e comparabili.

]]>
RICORDADANDO ĖDUARD LIMONOV https://www.senzalinea.it/giornale/ricordadando-eduard-limonov/ Tue, 31 Mar 2020 04:45:35 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77338 Non è stato il Coronavirus a portarci via un grandissimo scrittore e politico russo: Ėduard Limonov, pseudonimo di Ėduard Veniaminovič Savenko. E’ accaduto il 17 marzo, aveva 77 anni. Molti stapperanno bottiglie, altri pure – ma per le ragioni opposte. Poeta, scrittore, dissidente, politico (ma soprattutto bastian contrario) è scomparso in una clinica privata dopo una lunga battaglia oncologica. Ma poiché Limonov è Limonov, al momento non si sa di più e le cause della sua dipartita di preciso non si conoscono. Si sa che lo scorso 13 marzo aveva annunciato di aver firmato un contratto per un libro “già scritto”, l’ultimo colpo di teatro di un uomo vissuto senza farsi sconti.

Il suo pseudonimo deriva da limone ed è correlato limonka, espressione gergale per la bomba a mano, che compare sullo stemma del partito L’Altra Russia e gli venne dato dagli amici artisti per il suo stile corrosivo, a tratti esplosivo. La sua vita ha ispirato la biografia romanzata scritta da Emmanuel Carrère intitolata appunto Limonov. Ha fondato il quotidiano nazionalbolscevico Limonka. Avversario politico di Putin e alleato dell’ex campione mondiale di scacchi e attivista Kasparov, Limonov è stato uno dei leader del blocco politico L’Altra Russia e fondatore del partito omonimo.

Ricordiamo i suoi scritti.

 

Il poeta russo preferisce i grandi negri

Un russo, poeta e dissidente, fondamentalmente anarchico e soprattutto affamato di vita e di esperienze diverse, sbarca a New York senza risorse e ben presto anche senza moglie: subito conquistata dagli ingannevoli allettamenti del mondo occidentale, la bella Elena infatti lo abbandona. Grazie al sussidio americano, il welfare, il giovanotto si installa in un albergo di infimo ordine, l’Hotel Vinslow: e l’avventura comincia, un viaggio ora travolgente, ora allucinante nei bassifondi newyorchesi, testimonianza inedita della vita quotidiana dei dissidenti russi trapiantati in Occidente, con la loro nostalgia ossessiva, le gelosie, l’incoscienza, la delusione. Ma anche il resoconto crudo, senza ipocrisie né compiacimenti, di una liberazione personale formidabile: il poeta, nella sua disperata solitudine di sradicato e nel forsennato bisogno di calore umano, trova un barlume di felicità nell’imprevedibile esperienza omosessuale con un giovane nero… Il comico, l’assurdo, l’erotico, il tragico si combinano in una serie ininterrotta di incontri, abbandoni, colpi di scena, per comporre il ritratto dell’altra faccia – forse insospettata – della dissidenza, l’opposto della libertà.

 

Libro dell’acqua

Limonov ha attraversato cinquant’anni di storia europea: dalla fuga dall’URSS negli anni Sessanta all’avvicinamento al KGB, dalla fondazione nel 1993 del Partito Nazional Bolscevico alla partecipazione alla guerra dei Balcani a fianco dei “fratelli serbi”. Incarcerato per tre anni per associazione a banda armata, nel 2002 raccoglie, in forma di inquietanti racconti autobiografici, ricordi sparsi tra il Mar Nero e Venezia, tra un bagno turco di Mosca e una spiaggia di Nizza. Ricordi legati dall’acqua che li trascina e li unisce in un unico fiume della memoria.

 

Diario di un fallito oppure un quaderno segreto

Arrivato col flusso della terza ondata migratoria dall’Urss, l’America ammaliatrice l’aveva finalmente accolto in un misero spazio della città simbolo. Sperava, Limonov, in un’accoglienza migliore? Difficile rispondere. Con sicurezza, però, sappiamo che ben presto non accettò le regole del gioco che prevedevano una espulsione non già, come in Urss, dal Paese, ma dai luoghi del consumo e dell’identità – sopravvivenza, altro che libertà di espressione! E ciò che per un americano significa alienazione, per un emigrante diventa totale estraneità. La stessa, peraltro, vissuta da tutti i russi capitati lì prima di lui, ma che in Limonov sublima in coscienza letteraria, in delirio rivoluzionario; in riscoperta della tradizione lirica russa, in concitate scene da film di cappa e kalashnikov. Negli anfratti, divincolandosi di tra i rifiuti, convive con la fauna interstiziale, incontra mogli e amanti, alienati e ribelli, mestieri e servizi: tutto in soggettiva, in campi molto corti, con l’occhio incollato alla cosa.

 

Eddy-baby ti amo

Questo è il racconto autobiografico della sua adolescenza travagliata e ribelle nella provincia sovietica degli anni Sessanta: una sorta di “Arancia meccanica”, il ritratto crudo e visionario di una gioventù in bilico tra delinquenza e poesia, sogni di grandezza e squallida, disperante quotidianità in un paesaggio urbano e sociale degradato.

 

Il trionfo della metafisica. Memorie di uno scrittore in prigione

Limonov racconta i mesi trascorsi all’interno della colonia penale n° 13 nelle steppe della regione di Saratov. Al lager Limonov era arrivato all’inizio del maggio 2003 dopo due anni di prigione. Il libro pullula dei personaggi più disparati: i duri passati per le carceri e i campi di rieducazione per giudizi spesso iniqui e affrettati, i criminali incalliti, ma anche gli innocenti ingiustamente condannati. Tutti riforgiati in qualche modo dall’esperienza dolorosa della prigionia, non necessariamente abbrutiti, ma quasi sempre colti dallo sguardo pungente e imperturbabile dello scrittore nella loro insopprimibile ma castrata umanità. Limonov si inserisce nella grande tradizione letteraria russa: quella che, scontrandosi tragicamente con la realtà del carcere e del gulag,ha trasformato la prigionia in una metafora della società e della condizione umana. Ogni pagina di questo libro è una tensione verso l’ascesi; l’esperienza penitenziaria diventa superamento dei limiti spazio-temporali, esercizio di controllo e padronanza di sé; il recluso è un monaco, la sua libertà è tutta interiore e va conquistata e difesa ogni giorno. La sua scrittura si innalza, scarna ed efficace, al servizio di una testimonianza sfrondata da egocentrismi e autoreferenzialità, una illuminante carrellata di volti, figure, ricordi. Più di ogni instant book, questo libro è un atto d’accusa contro la Russia putiniana, quella che si è scagliata contro Anna Politkovskaja, Michail Chodorkovskij, le Pussy Riot: un insieme di storia e attualità, vicenda personale e destino di un popolo che confluiscono in un’opera al di là di ogni etichetta, essenziale e asciutta come una poesia, un esercizio d’arte estremo.

 

Zona industriale

Un “romanzo moderno”, così lo definisce l’autore, che attraversa gli episodi più rilevanti della propria vita, avvenuti prevalentemente dopo la sua scarcerazione, nel 2003. E poi tutte le donne conosciute, dalla convivenza con la ventenne Nastja – che lo aveva atteso durante la reclusione – al periodo in cui si offre a relazioni occasionali per arrivare al quinto matrimonio, con la famosa attrice, di trent’anni più giovane, Ekaterina Volkova, che sarà la madre dei suoi due figli, fino alla rabbiosa relazione con la spogliarellista Magdalena. Unitamente alla sua storia personale, Limonov racconta la radicale trasformazione della zona industriale: i nipoti degli operai delle fabbriche che affittano i propri appartamenti alla borghesia postsovietica e si trasferiscono in periferia, le vie del quartiere che si trasformano, riempiendosi di auto di grossa cilindrata, negozi e uffici.

 

]]>
Tokimeki Tonight 2 & 3: una piccola perla per i nostalgici! https://www.senzalinea.it/giornale/tokimeki-tonight-2-3-una-piccola-perla-per-i-nostalgici/ Mon, 30 Mar 2020 10:39:26 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77106 Il manga di Tokimeki Tonight è  stato realizzato tra il 1982 e il 1994, anche se successivamente l’autrice Koi Ikeno non ha mai abbandonato il mondo  di Ransie. Nel 2002 è uscito  Tokimeki Midnight, un remake a parti invertite, con Shun proveniente dal Mondo Magico e Ransie  studentessa umana. Il manga è stato già pubblicato dalla Star Comics con il titolo Batticuore a mezzanotte – Ransie la strega, inoltre, a partire dal 2013, sono stati pubblicati  altri volumi dedicati all’universo di Ransie; con Ransie la strega – Le situazioni di Shun Makabe Tokimeki Tonight ~ Makabe Shun Fusai no Honeymoon,  un sequel dedicato  alla luna di miele di Shun e Ranze, sposatisi nella prima parte del primo manga.

Come sappiamo la storia è ambientata nel Giappone degli anni ottanta e novanta dove la protagonista, Ranze Eto, figlia di un vampiro e di una madre licantropo si innamora del suo compagno di banco Shun Makabe. Un giorno morde la rivale in amore e in lei si risveglia la sua vera natura…

Tokimeki Tonight è una commedia figlia dei propri tempi e rispecchia i canoni shojo di allora. Probabilmente questo fattore  farà apprezzare l’ opera ai lettori con qualche anno in più  affezionati alla serie che guardarono da bambini. Una serie anime che ebbe un grande successo in Italia grazie alla trasmissione simultanea su diverse televisioni locali, ma non in Giappone dove si concluse nel settembre dell’83, dopo solo 34 puntate. Ovviamente con un finale totalmente inventato dato che  il manga, come detto, si sarebbe concluso solo molti anni più tardi.

La componente amorosa fa da fulcro all’ intera vicenda, è incentrato dall’ amore cieco e adolescenziale da parte di  Ranze verso il proprio compagno di banco. Le tavole  rispecchiano l’ aspetto comico del manga, con disegni semplici che esaltano le situazioni troppo impegnative.

Nel secondo e nel terzo volume si parla di un altro strambo problema di  Ranze che quando vede un oggetto rotondo, le spuntano le orecchie e la coda! Per cercare una soluzione al problema, si reca nella biblioteca del mondo magico accompagnata dal fratello minore Rinze. Qui incontra il principe Aron, con l’aiuto del quale riesce a trovare il Libro Proibito. Peccato che, anche in questo caso, non tutto andrà come dovrebbe;  il principe Aron si invaghisce di Ranze e si trasferisce nel mondo umano per starle vicino. Accecato dai propri sentimenti, ordina a Mori, il padre  di Ranze di uccidere Shun. Mentre Ranze, all’oscuro di tutto, s’impegna nello studio per poter restare in classe con l’amato Shun, suo padre viene sollecitato ad agire…

Tokimeki Tonight è un manga non troppo originale per i nostri tempi, ma se gradite un prodotto leggero o se siete  affezionati alla serie godrete di una lettura tranquilla, rilassante e capace di farvi fare tante  risate.

Per tutte le info cliccare QUI e QUI.

]]> Koch Media estende la sua collaborazione con il publisher Kalypso Media https://www.senzalinea.it/giornale/koch-media-estende-la-sua-collaborazione-con-il-publisher-kalypso-media/ Mon, 30 Mar 2020 09:54:44 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77729 Koch Media e Kalypso Media estendono la loro collaborazione e si uniscono per un accordo di pubblicazione globale delle edizioni fisiche. Costruita una relazione duratura nel settore business del fisico in Germania, Austria, Svizzera, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, entrambe le società raggiungono nuovi traguardi nella loro partnership aggiungendo nuovi mercati e canali all’accordo. Koch Media Group si assumerà la responsabilità di tutte le attività di vendita e di marketing in tutta l’area EMEA, nel sud-est asiatico, in Australia e Nuova Zelanda, nonché nelle Americhe.

L’accordo copre l’intera lineup di prodotti di Kalypso Media, inclusi titoli come Port Royale 4, Spacebase Startopia, Dungeons 3, nonché le edizioni Nintendo Switch di Tropico 6, Railway Empire e Commandos 2 – HD Remaster e molti altri.

Siamo lieti di estendere la nostra partnership con Kalypso. La loro gamma di prodotti ricca e profonda e la qualità generale dei loro titoli sono una gradita aggiunta alla nostra offerta in tutti i nostri mercati e territori. Questa partnership commerciale di ampia portata e di lunga durata sfrutta la forza e la posizione leader di Koch Media nel publishing globale. Tutti i nostri team sono entusiasti e non vedono l’ora di supportare i giochi di Kalypso con tutta la loro esperienza ”, ha dichiarato il Dr. Klemens Kundratitz, CEO di Koch Media GmbH.

Simon Hellwig, founder e CEO di Kalypso Media Group GmbH, ha aggiunto: “Lavorare con Koch Media è vantaggioso per entrambe le aziende da oltre 10 anni e la collaborazione amichevole tra le società sarà ulteriormente rafforzata con una cooperazione ancora più avanzata. Il maggior numero di territori, di prodotti e di piattaforme è un buon indicatore di quanto Kalypso Media sia cresciuta negli ultimi anni. Questo nuovo accordo di distribuzione ci consentirà di concentrarci ancora di più sullo sviluppo e la pubblicazione di grandi giochi di strategia e simulazione grazie all’esperienza di Koch Media in tutti i canali retail di vendita. “

]]>
Domani è il World Backup Day – Come si fa un backup sicuro e completo? 5 consigli da Toshiba https://www.senzalinea.it/giornale/domani-e-il-world-backup-day-come-si-fa-un-backup-sicuro-e-completo-5-consigli-da-toshiba/ Mon, 30 Mar 2020 09:40:07 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77726 Perdere dati o file importanti del proprio PC o del notebook aziendale è molto fastidioso e i rischi che questo accada sono in aumento soprattutto a causa del crescente numero di attacchi ransomware. Tutto ciò rende ancora più importante fare backup regolari. In occasione del World Backup Day, giornata che si celebra ogni 31 marzo, Toshiba Electronics Europe ha stilato 5 pratici suggerimenti per imparare a fare backup sicuri e nella maniera più corretta:

Pulizie di primavera – Prima di ogni backup è importante fare una pulizia accurata, il che significa liberare il computer da dati inutili o obsoleti rimuovendo le applicazioni inutilizzate, i file inattivi o frammentati e quelli temporanei. Anche la cronologia dei download e i cookie deve essere cancellata. Questa semplice operazione consente di aumentare lo spazio di memoria disponibile, ma anche di semplificare e velocizzare il processo di backup.
Strategia di backup – È importante definire una strategia di backup. In primis bisogna scegliere quali saranno i file da backuppare e con quale frequenza si vuole eseguire il backup. Ulteriori decisioni riguardano la scelta delle directory di archiviazione e dei supporti di memorizzazione, come ad esempio l’uso di hard disk esterni o di un backup nel cloud. A tal proposito può essere utile anche l’impostazione di backup automatico con tempi e intervalli definiti dall’utente.
Backup completo vs backup incrementale – Chi utilizza il PC dovrebbe fare periodicamente un backup completo. In seguito si dovrebbe procedere a backup incrementali regolari in cui, in pratica, vengono memorizzati solo i dati che sono cambiati o che sono stati aggiornati rispetto all’ultimo backup completo.
Applicazione del principio 3-2-1 – In generale, il backup dei dati deve essere effettuato secondo il principio 3-2-1. Gli utenti dovrebbero fare tre copie utilizzando due diversi supporti di memorizzazione, come un hard disk esterno e un’unità a nastro, e memorizzare la terza versione di backup esternamente, “off-site”, ad esempio nel cloud.
Recupero dei dati – Infine, il tema del disaster recovery dovrebbe essere affrontato anche chiarendo come i dati memorizzati in un backup possano essere ripristinati in caso di perdita di dati sul computer. La soluzione di ripristino dovrebbe offrire ampia flessibilità e supportare il recupero di singoli file, intere cartelle o di un intero sistema. Dovrebbe rendere possibile anche il ripristino dei dati su un altro dispositivo di memorizzazione.
In commercio sono disponibili diverse soluzioni di backup e di recovery progettate per una grande varietà di esigenze. Quando si sceglie una soluzione, è importante assicurarsi che il prodotto offra una qualità comprovata e sia in grado di soddisfare le necessità individuali. Ad esempio, è necessario verificare la compatibilità con il proprio computer e la disponibilità delle caratteristiche del software desiderato.

Toshiba offre diverse serie di hard disk esterni che includono software di backup e protezione con password per prevenire l’accesso non autorizzato ai dati importanti. La gamma di prodotti comprende gli hard disk portatili Canvio Advance, Canvio Alu, Canvio Premium, Canvio Slim e Canvio for Desktop.

Per avere una panoramica completa delle soluzioni HDD Toshiba è possibile visitare il sito: https://www.toshiba-storage.com.

]]>
Comunicazione del terzo millennio, la realtà dei fatti non ha più importanza https://www.senzalinea.it/giornale/comunicazione-del-terzo-millennio/ Mon, 30 Mar 2020 04:55:36 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77717 Siamo stati travolti da un’epidemia a cui non eravamo assolutamente pronti, il Covid-19 sta spaventando e ogni giorno miete vittime, come un tir impazzito che si scaglia in un concerto degli U2. In un momento così delicato, l’informazione, che già da anni oscilla come un pendolo fra il romanzo e la bufala, sta toccando un fondo così basso, che sarà complicato ritornare ad una sorta di normalità. Si sprecano le notizie false, numeri di contagiati, come estrazioni del lotto settimanale, morti senza nome che diventano percentuale di una macabra statistica. Siamo in guerra, invisibile e insidiosa, dove chi fa informazione, ha il dovere di essere quanto più chiaro possibile, per evitare ulteriore paura e disordini. E invece anche questa volta, i giornali sprecano milioni di caratteri per una gara a chi la spara più grossa, fra cure inesistenti e ipotesi di complotto, dalla caccia all’untore alle critiche territoriali. Per cercare un po’ di chiarezza di questo ennesima brutta pagina per il giornalismo italiano, abbiamo colto l’occasione per intervistare Enrico Parolisi, docente di Giornalismo e Nuovi Media alla Scuola di Giornalismo di Napoli “Suor Orsola Benincasa” e responsabile di strategie di comunicazione integrate della start-up Nexting, un ragazzo che prima di ogni cosa è alla ricerca, ancora, della realtà dei fatti.

Allora iniziamo dal principio, cosa sta succedendo da qualche anno al giornalismo italiano?  

Bisogna fare un’importante distinzione tra quello che accade da anni e quello che accade nelle ultime settimane. Da anni il giornalismo accusa una crisi che trova molteplici radici fondanti: si va dal nefasto arrivo del web che gli editori italiani non hanno saputo fronteggiare al precariato giornalistico che ha spaccato la categoria, dall’insostenibile politicizzazione dei riferimenti informativi a una più diffusa crisi sociale e culturale dell’intera popolazione. Di contro, spesso in questi anni l’impressione è che i giornalisti si siano arroccati in torri d’avorio per legittimare la loro autorevolezza, dando la sensazione al lettore di appartenere a una sorta di casta privilegiata che, essendo addentro a determinate dinamiche, chiaramente non riguarda il 90 percento dei colleghi. Insomma, possiamo giocare ore a cercare cosa ha più o meno rovinato il comparto, ma la conseguenza resta una: la credibilità è minata alla base, il rapporto tra il cittadino e chi lo informa è basato sulla sfiducia e non sulla fiducia. Non lo dico io, lo dice la Reuters nell’ultimo report disponibile sul consumo informativo a livello globale (2019): in Italia la fiducia dei cittadini nei confronti dei media si attesta intorno al 40 percento, due punti percentuale al di sotto del dato medio mondiale, con lo smartphone che prende il posto dei giornali (scesi dal 60 percento al 25 percento in 6 anni come metodo di fruizione dell’informazione). Questo scenario, secondo me, spinge molti a cercare l’autorevolezza ben oltre la testata”.

Con la Pandemia sembrano quasi tutti vogliosi di raccontare favole e racconti distopici, perché?

Ecco, quello che accade in questi giorni è proprio frutto di questo cambio di passo. L’informazione prima veniva cercata, ora ti arriva direttamente sullo smartphone e in maniera massiva, con ogni contatto che può a sua volta diventare fonte di informazione. Escludiamo per un momento le nuove generazioni, che hanno freschezza e mezzi per comprendere cosa attraverso il nuovo strumento sia vero o meno. Per quelli cresciuti con i giornali di carta e la TV a casa, due mezzi che sono “monodirezionali” e a cui solo pochi avevano accesso dal lato della produzione del contenuto, non è tanto scontato intercettare in questo marasma di informazioni le falsità diffuse per i più svariati motivi. La conseguenza è la partecipazione a questo rito collettivo in maniera irresponsabile. Per spiegare cosa sta accadendo è tornato di voga un neologismo, “infodemia”, che, cito testualmente la Treccani, è la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.

Perché il lettore è così attratto dalle fake news?

“Questo è un aspetto comune a giornalismo e comunicazione, un meccanismo mentale che prende il nome di confirmation bias, bias di conferma. Il lettore è mentalmente spinto a cercare contenuti che confermino convinzioni pregresse, mentre è meno avvezzo ad accettare contenuti che le mettano in discussione. Va da sé che se – ad esempio – sono convinto che i cinesi mangino topi e il regime trami guerre batteriologiche contro gli Stati Uniti, l’idea che il coronavirus sia fuggito da un laboratorio confermi i miei preconcetti, magari basati su un’osservazione superficiale della comunità cinese rappresentata dai negozianti del mio quartiere. Al punto tale che anche davanti alle smentite dell’intera comunità scientifica, io ritenga comunque valido quello che avrei compreso da un TgR di 5 anni fa”.

Esiste un Ordine dei Giornalisti che dovrebbe assicurare la giusta informazione, come mai permette l’onda anomala delle fake news?

“L’Ordine qualcosa in tal senso sta provando a farla. In Campania ad esempio hanno attivato già dai primi giorni della pandemia un Osservatorio. Il problema è che, secondo me, pochi risultati arriveranno fin quando non si acquisiscono una serie di consapevolezze sul termine stesso di fake news. Al momento invece è una battaglia coi mulini a vento. È una cosa che spiego spesso ai seminari o a lezione all’università: in questo inglesismo che ora va tanto di moda, fake news, sono confluite in realtà tipologie di panzanate che differiscono per almeno nove motivi per cui nascono (che vanno dalla propaganda politica al profitto passando per la parodia, il fazionismo e l’interesse particolare, senza sottovalutare il semplice cattivo giornalismo che prende cantonate), che differiscono per metodo di diffusione (dai quotidiani registrati al Tribunale agli audio Whatsapp) e che portano risultati diretti o meno a chi le diffonde. Senza adoperare delle nette categorizzazioni delle fake news è impossibile agire secondo le competenze dirette che ognuno ha. Gli audio su Whatsapp e le pagine Facebook che seminano bufale (come quella del complottista Rosario Marcianò recentemente sequestrata con insoliti “sigilli” al posto delle foto profilo e cover) lasciamoli alla Polizia Postale. L’Ordine dei Giornalisti faccia quello che è nelle sue competenze: provvedimenti disciplinari, sanzioni e radiazioni per quanto riguarda l’attività giornalistica, con controlli sui giornalisti o chi sedicente ne assume le competenze. Che già per fare solo questo, l’ordinario, c’è bisogno di uno sforzo notevole: invece noi vediamo ancora un Feltri che continua a beffarsi della deontologia ogni giorno e un presidente dell’Ordine che si limita a una tiratina d’orecchie di tanto in tanto”.

Quale sarebbe, secondo te, la giusta soluzione per una reale informazione?

“Come sopra: l’informazione è un campo troppo ampio. Ogni player coinvolto dovrebbe mettere in campo quanto in suo possesso per arginare il fenomeno della cattiva informazione. Sul digitale, restano i tentativi mai esplosi di Facebook e Google ad esempio. Quello che vedo funzionare a 360 gradi è il fact-checking. Esempi come Butac e Bufale.net hanno fatto scuola, ora realtà come AGI e Open si sono dotati di sezioni ad hoc per la verifica delle informazioni. Forse, e dico forse, formalizzare da un punto di vista lavorativo e istituzionale questa figura potrebbe essere un importante passo per la lotta alle fake”.

Un lettore, come potrebbe proteggersi dalle fake news, considerando che alcune notizie possono essere facilmente scambiate per verità?

“Ci sono degli antidoti, tutti riconducibili all’interazione non passiva con l’informazione. In pratica, un consumo consapevole delle notizie, fatto di riflessione sul perché o per chi quell’informazione può assumere valore o vantaggio. Non è facile, soprattutto in infodemia. Ma è l’unica precauzione che l’utente può prendere per sé stesso”.

Tutti giornalisti e tutti laureati all’università della strada o dei social, se tornassi indietro spenderesti ancora tempo e denaro per tutti i tuoi titoli sudati con studio e dedizione?

“In realtà dall’università in poi sono stato un pessimo studente, molto l’ho appreso provando e provando e provando ancora, specialmente lavorando. Non so se avete presente quell’adagio che recita “Chi veramente rovina il mondo ha la giacca e la cravatta”: ora ha la giacca, la cravatta ed è coadiuvato da esperti che hanno comprato una competenza in comunicazione che gli hanno venduto come scientifica ma in realtà è empirica. Ad ogni modo tornando indietro no, cambierei percorso: mi dedicherei ad attività manuali, sono meglio retribuite. Lascerei inoltre Napoli in cerca di un mercato del lavoro più equo”.

Ti è mai capitato di dare una notizia falsa, in buona fede?

“Solo chi non fa non sbaglia. Mi è capitato di dare in passato valenza e autorevolezza a fonti che in realtà nascondevano interessi particolari che non ho immediatamente intercettato. Anche per questo posso garantire che uno dei problemi è il giornalismo sottopagato: in passato, quando ero videomaker, mi è capitato di dover realizzare interi telegiornali da solo per le emittenti private e chiaramente non è possibile, lavorando su 5 o 6 servizi alla volta, essere lucidi e attenti a tutto”.

Quale è il futuro del giornalismo se le cose dovessero continuare così?

“Pier Luca Santoro, di DataMediaHub, qualche tempo fa forniva un dato lampante: 8 giornalisti autonomi (collaboratori o a partita Iva) su 10 dichiarano un reddito inferiore a 10mila euro all’anno. Se questo è ciò che il giornalismo garantisce, mi auguro solo che l’adattabilità dell’essere umano abbia ancora la meglio e che quindi la comunicazione intesa così come oggi cambi proprio pelle. In tempi non sospetti, durante un dibattito promosso dall’Ordine dei Giornalisti della Campania a via Alabardieri, spiegai che era irreale continuare a dialogare nelle stanze istituzionali di articolo 1 e rassegne stampa rubate quando la stragrande maggioranza degli iscritti all’albo professionale doveva ‘arrabbattare’ la qualunque per garantirsi un’entrata mensile degna di essere definita stipendio. Che bisognava rivedere la situazione dei giornalisti – comunicatori, dei giornalisti – addetti stampa, dei giornalisti – social media manager, dei pubblicisti, iniziare a introdurre e istituzionalizzare concetti come il brand journalism e uscire da logiche che sono rimaste solo sulla carta ma che nella realtà dei fatti sono sorpassate. Beh, non mi hanno invitato ad altri dibattiti”.

]]>
Le donne al tempo del Coronavirus https://www.senzalinea.it/giornale/le-donne-al-tempo-del-coronavirus/ Mon, 30 Mar 2020 04:51:10 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77446 Ore 18:00 = come ogni giorno arriva il bollettino della Protezione Civile che aggiorna i dati dei malati di Coronavirus, di coloro che lottano e di coloro che ci lasciano, di coloro che si ammalano e di coloro che, sommersi inconsapevolmente, rappresentano una fetta enorme di malati asintomatici e che preoccupano, soprattutto in Lombardia, perché i contagi continuano ogni giorno, nonostante le misure  sempre più restrittive adottate nelle ultime settimane.

Eppure, nelle rilevazioni di queste settimane dei dati epidemiologici, emerge un trend costante. Nella percentuale degli ammalati di Covid-19, le donne rappresentano una minoranza, sembra abbiano minor rischio di contagio e minor tasso di mortalità rispetto agli uomini. Il rapporto, denunciato dalla virologa Ilaria Capua, direttrice dell’Università della Florida, One Health Center of Excellence, “sembra essere uno a otto“. Le donne, di fatto, sono più resistenti al Virus, quasi come fossero vaccinate. Ciò non significa che non si registrano perdite di donne, perché questo non corrisponderebbe al vero, se solo si pensa che in Lombardia una parte delle vittime del personale sanitario colpito è femminile.

Gli scienziati, acquisito il dato, sono allo studio del fenomeno per comprendere quali sono le motivazioni che portano ad una reazione tanto diversa da parte degli uomini e delle donne, potrebbe essere per una maggiore attenzione alle norme di igiene ovvero per  una mera predisposizione biologica; probabilmente, a fare la differenza potrebbe essere proprio la componente ormonale delle donne.

Una delle ipotesi sarebbe la sussistenza di una proteina chiamata ACE2, presente sulle cellule dell’epitelio polmonare, a cui il virus si aggrappa per provocare la forma di polmonite, così devastante, che, invece, proteggerebbe la salute delle donne. Ecco, dunque,  le donne, per aspetti genetici e ormonali, producendo maggiormente questa proteina, muoiono e si ammalano di meno. Statisticamente, una donna ogni tre uomini. «La presenza di questa proteina protegge i polmoni; il virus legandosi ad essa la trasporta all’interno della cellula e ne diminuisce l’espressione», le parole di Elena Ortona, Primo Ricercatore del Centro di riferimento di Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità.

Altra ipotesi al vaglio degli scienziati sarebbe la risposta immunologica. Le donne avrebbero, costituzionalmente, un sistema immunitario più forte degli uomini.  Infine, e non sono di poco conto, incidono anche gli stili di vita. Il fumo, più diffuso negli uomini, non aiuta e poi ci sono piccoli accorgimenti a cui le donne prestano più attenzione, come l’igiene delle mani e l’attenzione alla pulizia in generale.

Nell’attesa degli sviluppi scientifici di ricerca, non di certo immediati, i virologi si pongono dei quesiti anche sul post-quarantena, visto che i tempi per un vaccino saranno indubbiamente lunghi ovvero se, per proteggere le persone più fragili, quali anziani e gli uomini perchè più colpiti numericamente, possa essere organizzata una ripresa delle attività,  avviando a lavoro, prima le donne, divise, peraltro, ipoteticamente per fascia di età (infra 25enni; tra i 25 e 45 anni; le infra 50enni; e, infine, le ultra 50enni) in modo da creare quello che è stato definito dalla virologa “una rivoluzione gentile” con le donne  quasi come fossero “semafori rossi” volte a rilevare l’eventuale persistenza o permanenza del virus.

Indubbiamente, seppur meno colpite dal Virus, le donne restano quelle maggiormente in trincea in questa figurata guerra contro il Covid-19. Da una indagine svolta dal New York Times sulle donne lavoratrici, emerge che le misure emergenziali gravano in misura decisamente maggiore sulle donne che in tutto il mondo restano le principali responsabili della cura dei propri figli e della casa.

Non si lavora più ad ore, ma h 24, senza soluzione di continuità tra lavoro in senso stretto e lavoro “familiare”. Di queste istanze, il Governo, con il Decreto Cura Italia, ha preso consapevolezza, prevedendo un bonus baby sitter ovvero la possibilità di usufruire di un congedo parentale per la durata di 15 giorni, retribuito al 50% o ancora l’estensione dei giorni ex legge 104/92 per assistere familiari in difficoltà, portatori di handicap o invalidità, bisognosi di forme specifiche di assistenza.

Sono settimane che in un Paese totalmente blindato, è partita, per necessità, una nuova organizzazione del lavoro: si tratta dello Smart Working, che in Italia non è mai veramente decollato, soprattutto nel settore pubblico,  relegato ad essere semplicemente una modalità sperimentale di svolgere il lavoro da casa. Il Governo nei suoi innumerevoli decreti ha definito il lavoro agile come “modalità ordinaria di lavoro”, in grado come misura di fronteggiare il rischio di contagio dato dalle situazioni di assembramento ingiustificato.

Di fatto, visto sempre con enorme diffidenza, lo Smart Working veniva identificato come un sistema per starsene a casa e non andare a lavorare, mentre, nella sua vera natura, il lavoro agile è un lavoro che va quantificato e monitorato, che rende possibile il raggiungimento di risultati importanti in termini di efficacia ed efficienza e qualità.

La caratteristica dello Smart Working è, infatti, una forte autonomia professionale, abbinata all’elemento “flessibilità” che permette di raggiungere gli obiettivi aziendali prefissati attraverso metodologie e tempistiche lasciata alla libertà di autodeterminazione del lavoratore.

Sta di fatto che lo smart working, forzato, da una ricerca #iolavorodacasa condotta da un’associazione di imprese, Valore D, ha rilevato che ben il 93% degli occupati lavora da casa. Il precipitato immediato di tale considerazione è la notevole disparità esistente tra uomini e donne per la gestione dello spazio di lavoro in casa. Una donna su tre lamenta la difficoltà concreta di ritrovare spazi tranquilli nell’ambiente domestico e di poter usufruire di una postazione di lavoro autonoma da ingerenze  e invasioni di qualsivoglia natura. Di fatto, pur nell’era ultramoderna in cui viviamo, il Coronavirus ha ribadito una realtà costante da secoli e che nemmeno l’ambita parità tra i sessi ha debellato ovvero che la responsabilità delle dinamiche di vita familiare, dalla cura della casa all’assistenza dei figli, dalla preparazione del pranzo alla programmazione della quotidianità, grava ancora fondamentalmente sulle donne, sulle mamme, sulle mogli, con la difficoltà concreta di conciliare “vita professionale con quella personale“.

La traduzione più vicina italiana a “smart working”, utilizzando anche nelle misure restrittive emergenziali per combattere il Coronavirus, è “lavoro agile“; ma di “agile” il lavoro delle donne ha davvero molto poco. Seppure la gran parte delle donne intervistate ha espresso emozioni positive (60%), la restante parte delle intervistate – circa il 40% –  ha, invece, manifestato stress, confusione, ansia e rabbia, proprio perché ritagliarsi uno spazio autonomo e autogestito per dedicarsi al lavoro è opera titanica. Solo pochi uomini, pari ad un campione su 5, hanno manifestato gli stessi sentimenti di disagio e di rabbia: segno che la corresponsabilità genitoriale che le leggi ultime sulla famiglia mirano a realizzare è molto lontana dal concretizzarsi nella realtà.

Con i figli che non vanno a scuola, lo smart working diventa per le mamme, non una modalità di lavoro ma uno sport estremo, qualcuno lo ha definito “extreme working“, alla ricerca disperata di dedicarsi con seria professionalità ed adeguato impegno alla propria vita professionale, epurata, almeno in quelle ore, dalle incombenze di “casalinga disperata”. Una donna su tre dichiara, difatti, di lavorare molto più di prima e cerca con grande fatica di mantenere in equilibrio mondo professionale e mondo domestico.

Nelle varie fasce di età esaminate, la determinazione maggiore appartiene alla fascia delle donne sopra i 40 anni, dotati della necessaria resilienza per affrontare e superare questo momento di difficoltà, mentre le più avvilite sono le donne sotto i 30 anni.

La gran parte delle donne, pur praticando già il lavoro da casa, manifesta l’attuale disagio organizzativo, in quanto la situazione che vive si presenta anomala e confusa, con i figli a casa e il fardello della didattica  a distanza, una vita intera da riorganizzare senza più gli aiuti e le vicinanze di baby sitter, nonni e aiutanti domestiche; è tutto da ripianificare e ricostruire, anche il delicato equilibrio tra tutti i componenti della famiglia e la necessarietà di ritagliarsi autonomi spazi di tranquillità e autonomia.

Fa riflettere la circostanza rilevata da studi effettuati a Wuhan, prima città cinese che ha conosciuto il coronavirus, che i divorzi sono aumentati, dopo la convivenza obbligata, in maniera esponenziale!

A differenza che nel settore pubblico dove il lavoro agile è pura chimera, ma sta cercando di trovare una sua precisa identità e dignità, nelle grandi aziende private come nel settore bancario, è una realtà consolidata da tempo, tanto che alcune grandi aziende, per alleviare la tristezza del momento e dare un segno di speranza,  in segno di continuità con un’apparente e auspicata normalità, hanno organizzato dei momenti di formazione condivisa a distanza, dei momenti di ritrovo comune per pause caffè e pranzi virtuali, video call di gruppo” e aumentato e favorito momenti di condivisione come chat di gruppo o anche social media.

Sicuramente, qualunque sia il destino che ci aspetta dopo questa surreale parentesi di vita chiusi in casa, ci troviamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione del mondo del lavoro ovvero ad un lavoro completamente rivoluzionato con cui bisognerà fare i conti alla fine dell’emergenza.

Le misure anti Covid-19 hanno comportato, come primo effetto brutale, l’isolamento nelle mura domestiche che non sempre è rassicurante nei contesti familiari dove gli abusi e i soprusi, nonché i maltrattamenti sono metodologia quotidiana di vita.

Emerge, drammaticamente, in questi giorni il doloroso grido di silenzio delle donne vittime di violenza. Di pochi giorni fa, l’allarme lanciato dal presidente del Gruppo degli esperti sull’azione contro la violenza sulle donne (GREVIO) del Consiglio d’ Europa, Marceline Naudi,  che ha richiamato l’attenzione sul fatto che “la casa può diventare un luogo di paura per donne e bambini, non un luogo di sicurezza”.

Le restrizioni imposte e l’obbligo di restare a casa comportano per chi esercita violenza, sempre più forme di “potere e controllo aggiuntivi” nei confronti delle vittime, indifese e sole. Peraltro, denunciare diventa quasi impossibile non potendo lasciare la propria casa, se non per motivazioni necessitate, il che depotenzia notevolmente le iniziative e il coraggio di denunciare,  e soprattutto non avendo spazi di libertà e autonomia così forti, per poter chiedere aiuto e assistenza se si è costretti a vivere costantemente con la  presenza ingombrante in casa del proprio aguzzino, senza considerare le privazioni economiche che colpiranno le donne più in difficoltà per la perdita del lavoro o dell’autonomia economica.

L’isolamento, provocato dalle misure anti Covid-19, rappresenta  una condizione ottimale  per le relazioni abusanti; per tante donne andare a lavoro o accompagnare i bambini a scuola significa poter sfuggire anche solo per poco alle dinamiche di violenza domestica e di potere nelle quali vivono tutti i giorni, e al momento anche questa fuga illusoria non è più possibile.

Molte strutture di accoglienza per donne vittime di violenza, a causa delle misure governative, sono state chiuse o fortemente limitate nella loro attività, e questo significa anche una maggiore difficoltà ad accedere ai vari supporti specialistici e ai luoghi di rifugio: questo ha comportato inevitabilmente un aggravamento della sensazione di isolamento, scoraggiando le donne dal fare segnalazioni. Da quando è iniziata l’emergenza Coronavirus si è rilevata una netta diminuzione nelle denunce per maltrattamenti: «Ci basiamo solamente sull’esperienza perché è ancora presto per avere dei dati certi, ma possiamo dire che le convivenze forzate con i compagni, mariti e con i figli, in questo periodo, scoraggiano le donne dal telefonare o recarsi personalmente dalle forze dell’ordine», dichiara un Magistrato del Tribunale di Milano che si occupa di violenza sulle donne.

Alla luce di queste preoccupanti considerazioni,  l’appello accorato del Consiglio d’Europa “a fare tutto il possibile” perché le donne vittime di violenza continuino ad avere l’assistenza necessaria, nonchè il supporto psicologico, acquista un significato concreto e, non solo simbolico, di ineluttabile consapevolezza, rafforzata dall’identità dell’Autorità da cui proviene.

Ad oggi i centri antiviolenza, secondo l’ultima rilevazione del 2017, sono 366 in tutto il Paese ma le telefonate risultano fortemente diminuite proprio perchè le misure restrittive hanno chiuso gran parte dei  Centri Antiviolenza,  pur se gli operatori continuano costantemente a prestare assistenza telefonica, fornendo consulenza legale, civile e penale, e, soprattutto,  sostegno psicologico.

Nonostante le misure restrittive che ci costringono a stare a casa, le donne, vittime di abusi e violenze,  se in pericolo, devono uscire di casa e chiedere l’aiuto delle forze dell’ordine, dichiarando lo stato di necessità per avviare le necessarie misure protettive, in modo da allontanare il violento dal nucleo familiare.

Proprio tale presa di coscienza ha spinto il Ministero della Salute a rispondere alla seguente domandaCon le misure restrittive nazionali vengono sospese le attività dei centri anti-violenza per le donne?” e la risposta, presente sul sito, è la seguente: “No. Le donne vittima di violenza e stalking non devono sentirsi sole e possono chiamare per aiuto e assistenza il numero gratuito 1522, attivo 24 h su 24. Inoltre gli episodi di violenza determinano una situazione di “necessità” che autorizza lo spostamento delle donne per raggiungere il centro antiviolenza, come previsto dal decreto dell’11 marzo”.

Siamo tutti in guerra…è vero…ma c’è qualcuno che combatte più di una battaglia quotidiana per sopravvivere alla logica delle violenze, delle sopraffazioni e dei maltrattamenti per sè e per i figli.

Nel corso del 2019, più dell’80% dei femminicidi, avvenuti in Italia, si sono svolti tra le mura domestiche. Numerosi movimenti femministi, come l’associazione Non una di meno, stanno avviando una campagna di sensibilizzazione con lo slogan “Non sei sola” per rilanciare il numero antiviolenza e stalking 1522, che è attivo anche in questi giorni 24 ore su 24 e che è gratuito, con una possibilità in più offerta ovvero quella di chattare direttamente con un’operatrice, vista la concreta e oggettiva difficoltà per le donne di telefonare, quando si è chiuse in casa o, meglio imprigionate, in casa col proprio molestatore.

Per di più, proprio per combattere e osteggiare il silenzio surreale delle donne di queste settimane, la Polizia di Stato ha messo a disposizione una app specifica YOUPOL  – prima utilizzata per il bullismo e lo spaccio di stupefacenti – estendendola agli episodi di violenza domestica da parte del proprio partner con una segnalazione in tempo reale dei reati di cui si è vittime, anche attraverso l’invio di immagini e video.

Insomma, il virus, nemico invisibile e sconosciuto, non  attacca o  attacca di meno le donne, ma in casa il nemico, visibile, conosciuto e spesso amato, nonostante tutto, diviene, nel silenzio di una solitudine assordante, la vera realtà da cui fuggire. E’, dunque, opportuno che le donne sappiano che, al di là dell’emergenza forte legata a questa pandemia ancora incontrollabile, la loro vita ha un valore sempre e comunque e che i loro diritti non si sono spenti nemmeno nell’era del coronavirus…strade piccole e invisibili, un pò più tortuose, per uscire dall’incubo delle violenze e dei soprusi, sono sempre possibili grazie all’attività di sensibilizzazione e alla presenza costante dei centri antiviolenza su tutto il territorio nazionale che non si arrestano nemmeno con la peggiore quarantena degli ultimi secoli.

Che sia tramite una telefonata o una chat o un’app, il grido di aiuto non resterà inascoltato!

 

]]>
LA MOSTRA DI NAMSAL SIEDLECKI, VINCITORE DELL’ “ITALIAN COUNCIL 2019” https://www.senzalinea.it/giornale/la-mostra-di-namsal-siedlecki-vincitore-dell-italian-council-2019/ Mon, 30 Mar 2020 04:43:19 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=72813 E’ allestita nelle sale del Museo di Patan, a Kathmandu, in Nepal, la mostra dal titolo  “Mvah Cha”,  di Namsal Siedlecki, a cura di Marcello Smarrelli, promossa dalla Fondazione Pastificio Cerere di Roma, in collaborazione con la Siddhartha Arts Foundation, fino all’8 agosto 2020. Il nucleo centrale dell’esposizione è costituito da una serie di sculture in bronzo realizzate dall’artista durante diversi periodi di residenza a Kathmandu in collaborazione con le fonderie locali. Le opere nascono dalle matrici utilizzate dagli artigiani per la fusione a cera persa delle statue votive legate ai culti religiosi nepalesi. L’exihibit è parte del progetto Crisalidi, vincitore della sesta edizione del bando Italian Council 2019, per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo, oltre che incrementare le collezioni pubbliche con nuove produzioni.

La scelta di invitare Namsal Siedlecki – dichiara Marcello Smarrelli – nasce dal grande apprezzamento e dalla lunga familiarità con la sua ricerca artistica, caratterizzata da un interesse scientifico e antropologico per i fenomeni, e dall’approccio quasi alchemico alla materia e ai suoi “passaggi di stato”: molti dei suoi lavori, infatti, riflettono sulla trasformazione dei materiali, decostruendo le opere fino a portarle al loro stadio embrionale”.

Con “Mvah Cha” l’artista sperimenta e approfondisce la tecnica della fusione a cera persa che si è sviluppata in maniera differente nelle diverse epoche e culture a causa di vari fattori, primo fra tutti le materie prime a disposizione degli artigiani. A differenza del procedimento diffusosi in Occidente, in cui nelle fasi di preparazione si impiega mattone triturato e gesso, in Nepal si utilizza il Mvah Chauna malta ottenuta impastando argilla, sterco di vacca e pula, e l’involucro dei chicchi di riso. Siedlecki è rimasto particolarmente affascinato dal passaggio che precede la fusione, il momento in cui il modello in cera viene ricoperto da strati e strati di Mva Cha, formando un involucro così spesso da nascondere la forma originale.

Lavorando a stretto contatto con gli artigiani nepalesi, l’artista ha tramutato in opere questi manufatti che, seppur necessari alla realizzazione delle sculture, non lo sarebbero mai diventati in quanto questi devono essere distrutti per portare a termine il processo di fusione. Ne risultano oggetti dalle masse indefinite, dei non finiti, forme dall’espressività forte e primitiva, libere da canoni proporzionali, da precisi riferimenti anatomici, che tuttavia conservano una sottile relazione con l’iconografia religiosa induista e buddista, e ricordano allo stesso tempo l’estetica arcaicista della scultura del primo Novecento. La ripresa di antiche tecniche tradizionali e l’uso di forme primordiali danno vita a questa serie di sculture che mettono in dialogo passato e presente, oriente e occidente, sottolineando come la fascinazione per l’ignoto e per lo spirituale accompagni da sempre l’uomo, indipendentemente dalle epoche e dalle latitudini.

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato sarà il destinatario finale delle opere realizzate nell’ambito del progetto. “Sono molto felice che le opere di Namsal Siedlecki entrino nella nostra collezione grazie all’Italian Council”, dichiara la direttrice Cristiana Perrella, che prosegue: “Crisalidi manifesta non solo una sensibilità rara nella riflessione su materia, tecniche, e processi della scultura, ma anche un interesse al confronto con tradizioni e pratiche artistiche di altre culture che rende questi lavori molto rappresentativi della nostra idea di museo: aperto all’interazione tra linguaggi diversi della creatività, in grado di accogliere voci, culture e punti di vista differenti e di metterli in dialogo“.

Namsal Siedlecki (Greenfiend U.S.A. 1986), vive e lavora a Seggiano, in Toscana. Nel 2015 ha vinto la quarta edizione del Premio Moroso e il “Cy Twombly Italian Affiliated Fellow” in Visual Arts presso l’American Academy in Rome. Negli ultimi anni ha esposto il proprio lavoro presso numerose istituzioni tra cui: “Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci”, Prato; “Galeria Boavista”, Lisbona; “Villa Romana”, Firenze; “Fondazione Sandretto Re Rebaudengo”, Torino; “American Academy” in Rome; “Museo Apparente”, Napoli; Fondazione “Pastificio Cerere”, Roma; Fondazione “Bevilacqua La Masa”, Venezia; “Antinori Art Project”, Bargino; “Galeria Madragoa”, Lisbona; “Frankfurt am Main”, Berlino; “Cripta747″, Torino. Dal 2008 al 2013 ha gestito lo spazio indipendente “GUM” studio, prima a Carrara e poi a Torino.

]]>
Yuriko Tiger: tutte le ultime novità! https://www.senzalinea.it/giornale/yuriko-tiger-tutte-le-ultime-novita/ Sun, 29 Mar 2020 12:18:53 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77614

– ENGLISH VERSION HERE! – 

– 日本語版はこちら!- 

Dopo qualche tempo  Senzalinea intervista nuovamente la cosplayer e talent Yuriko Tiger: questa volta sarà impossibile non parlare di quello che stiamo vivendo tutti; un  momento difficile che supereremo sicuramente, perchè alla fine, #andràtuttobene!

 Ciao Yuriko, come è andato questo ultimo periodo?

Sfortunatamente gennaio e febbraio sono  mesi nel mondo dell’intrattenimento si lavora molto poco, ;  fino a metà gennaio sono stata a casa in vacanza, subito dopo sono partita con Japan in Motion per andare a Hiroshima e dopo ho realizzato una pubblicità a Nagasaki! Poi ho partecipato a  qualche fan meeting, collaborazioni su YouTube con Aoki Misako, Natalicha-chan e Itako e qualche lavoro da PR come ad esempio per il nuovo film di Harley Quinn.
Prevedevo una primavera ricca di lavori ed eventi, grazie ad eventi legati alle Olimpiadi e molte fiere confermate in Europa, poi, a causa del Covid-19 è saltato tutto e rimandato a data da destinarsi. Per questo motivo mi sto concentrando più sul web.

Sono a conoscenza del fatto che nella tua vita  c’è  un nuovo “Amore”…

Si, ed è una storia lunga, cercherò di essere breve! Non amo i pet shop in Giappone perché conosco le dinamiche; i cuccioli provengono da allevamenti intensivi, venduti a prezzi astronomici e fatti nascere per essere carini e non sani, per poi essere soppressi se non vengono venduti. Ho girato cinque centri di adozione ma essendo straniera e non avendo un visto permanente hanno rifiutato più volte l’adozione. Inizialmente ho trovato con un’amica con due gattini abbandonati per strada a Oarai , ma la settimana dopo ha deciso di darli in adozione a un’altra persona, onestamente  ci sono rimasta un pò male. Cercando su internet ho trovato un allevatore, ho provato a scrivergli visto che aveva un gattino in vendita a basso costo perché non aveva la codina; la situazione mi aveva intenerita e volevo saperne di più. Il gattino sfortunatamente non era in ottima salute, l’allevatore stava vendendo il gattino senza codina per conto di un amico, ma essendo alla mia prima esperienza non me la sono sentita. L’allevatore però, ascoltando la mia storia, si è commosso perchè pur di vederlo ho fatto due ore di treno. Ha così deciso di darmi uno dei suoi cuccioli, uno Scottish Fold, chiedendomi solo il rimborso delle spese mediche.  Onestamente non m’interessava  un gatto di razza,  visto che anche gli Scottish Fold possono avere problemi di salute; ma a prima vista mi ha ricordato Doraemon, mi sono affezionata subito e alla fine ho deciso di prenderlo.

So che hai aperto un canale Twitch dedicato ai videogiochi, ti va di parlarne?

Certo! In questo periodo che siamo tutti a casa senza sapere come passare il tempo, possiamo farci compagnia a vicenda sul mio canale Twitch.Il mio obbiettivo non è diventare una streamer o una pro-gamer, mi accontento del mio piccolo pubblico cercando di creare una community unica!

Gli orari che sono questi:
(23:00 – 01🇯🇵 15:00 – 17:00🇮🇹)

Questa è, invece, la schedule:

Lunedì: Life is Strange
Martedì: Sonic Racing
Mercoledì: Tekken/Doa6
Giovedì: Sims/crash/chat.. insomma non c’è un tema!
Venerdì: Dead By Daylight

Il tuo canali Youtube italiano e giapponese hanno ancora contenuti diversi?

Si,  i due canali sono totalmente diversi! Il pubblico giapponese differisce molto da quello italiano/internazionale.  In Giappone ho una immagine ben predefinita, “la ragazza italiana che fa cosplay e va in televisione”, mentre  in Italia e nel resto del mondo il mio ruolo non è così limitato. Comunque sul canale giapponese tendo ad affrontare argomenti piccanti, mostro i posti che visito facendo vlog e ho una rubrica dove assaggio i cibi “italiani” già pronti che si trovano in giro.  Sul canale italiano dato che sono più seguita dalle ragazze,  parlo della vita in Giappone ma anche di me stessa. In questo brutto periodo  ho sicuramente più difficoltà a girare vlog, quindi mi concentrerò a fare video da casa trattando magari argomenti specifici. Un giorno, quando finirà tutto questo, mi piacerebbe realizzare collaborazioni con Anima, Seoul Mafia, Giovanni Fois, Erikottero e ShantiLives.

Ci sono delle novità sul tuo sito?

Beh, diciamo che la novità più grande è il sito stesso, dato che il mio team gli sta rifacendo il look, ma non solo, infatti il sito è  disponibile anche in giapponese!

Quali sono, invece, le novità su Patreon?

Questo mese su Patreon c’è Mature da The King Of Fighters!! Era sicuramente uno dei miei dream cosplay e ho potuto realizzarlo solo grazie alle persone che mi supportano! Come sempre ricordo che ci sono contenuti esclusivi ogni giorno e cerco di essere attiva il più possibile; lì è anche più semplice comunicare perchè è  una community molto più ristretta. Per i prossimi mesi ho pronto un photoset in cosplay, un original e uno punk! Cerco anche di variare il più possibile nei contenuti, era da un bel po’ che non portavo un photoset non in cosplay e non vedo l’ora di poter iniziare a pubblicare qualche anteprima. Spesso i set in borghese sono tra quelli che hanno più successo! Purtroppo finché questa situazione non si risolverà sarò in ritardo con le spedizioni delle stampe, però prima o poi arriveranno a destinazione!

 

I tuoi progetti futuri?

Ho finalmente trovato i membri della rock band, purtroppo la cosa fa molta fatica ad andare avanti. Abbiamo realizzato due canzoni, spero che almeno una debutti su YouTube! Per il resto è  è tutto fermo almeno fino a maggio.
Come sappiamo tutti è un brutto periodo e non è un periodo facile nemmeno per me che lavoro soprattutto in grossi eventi, ma forse è stato un “bene” perché questa situazione mi ha fatto capire che stavo perdendo tempo, ora mi sto proiettando di più sul futuro senza dovermi per forza appoggiare alla mia agenzia.

Cosa persi del momento storico che stiamo vivendo?

E’ davvero tutto così surreale! Sono preoccupata: la mia famiglia è in Italia e non siamo benestanti,  lo so di trovarmi dall’altra parte del mondo, ma sento il peso di non poterli aiutare come vorrei. Mi mancano, non so quando ci vedremo… è un momento difficile per tutti ma bisogna pensare positivo senza perdere la testa.
Al momento l’Italia è il primo Paese che ha attuato provvedimenti  drastici. Temo che  il resto del mondo, compreso il Giappone,  stia nascondendo i contagi per far “girare l’economia” mettendo a rischio la salute di molti, soprattutto quella degli anziani. Fatevi forza e siate fieri di essere italiani in un momento così difficile!

Vi sono vicina con il cuore ♡

Infine ecco tutti gli spazi social di Yuriko:

Our Friends:

]]>
My Hero One’s Justice 2 [ PC – RECENSIONE] https://www.senzalinea.it/giornale/my-hero-ones-justice-2-pc-recensione/ Sun, 29 Mar 2020 10:02:27 +0000 https://www.senzalinea.it/giornale/?p=77237 Di cosa si tratta?

Il gioco, così come il suo predecessore uscito un paio di anni fa è tratto da My Hero Academia  manga shōnen scritto e disegnato da Kōhei Horikoshi. L’ opera è serializzata su Weekly Shōnen Jump di Shūeisha  dal 2014. Dal manga, che  ha riscosso un’enorme successo di in patria che all’estero, è stata tratto un anime  prodotto dallo studio Bones diviso in quattro stagioni. Sono stati pubblicati  inoltre due manga spinoff, tre OAV,  due lungometraggi anime e due videogiochi. My Hero Academia è ambientato in un mondo dove i supereroi sono la normalità, il fumetto narra le vicende di Izuku Midoriya, un ragazzino nato senza super poteri che sogna di poter diventare a sua volta un eroe.

Iniziamo!

My Hero One’s Justice 2 fa parte della  folta schiera degli anime brawlers, un vero e proprio sottogenere dei picchiaduro 3D a tema anime e manga. Così come Naruto e DragonBall, anche l’universo di My Hero Academia si sposa perfettamente con la filosofia di gioco del genere: tanti personaggi selezionabili con abilità incredibili e colpi potenti e coreografici. Il punto debole di questo genere dei giochi rimane però l’eccessiva semplificazione della giocabilità; siamo lontani anni luce dai tecnicismi dei “picchiaduro” bidimensionali o dalle complesse combo di un Tekken o di un Soul Calibur. C’è da dire che My Hero One’s Justice 2 migliora la giocabilità del suo predecessore, ma trascina con sé diversi difetti. Il gioco riprende la storia  dove l’avevamo lasciata nel gioco precedente; quando nei panni del protagonista Midorya avremo recuperato Bakugo All Might ha sconfitto All For One. Purtroppo, dato che è passato poco tempo dall’uscita del prequel,  non c’è moltissimo da raccontare. La modalità storia, narrativamente parlando, E’ abbastanza scarna. Fortunatamente lo  sviluppatore Byking   ha cercato di ovviare al problema proponendo due campagne differenti: nella prima ci verrà fatta vivere la storia nei panni dei degli eroi e l’altra dalla parte degli antagonisti. Nonostante questo accorgimento  la modalità campagna rimane poco  soddisfacente, piena di fanservice e  poco profonda. Per narrare la vicenda, così come il primo gioco, verranno mostrate alcune cutscene* anche se  la gran parte della storia verrà narrata tramite tavole provenienti dall’ anime e dal manga.

*è una sequenza non  interattiva di un videogioco 

Le modalità di gioco

Come detto rispetto a My Hero One’s Justice, nella modalità Campagna, è stata inserita la possibilità di giocare la stessa missione dal due punti di vista differenti. Nonostante questo è possibile terminare la campagna di gioco in una manciata di ore. I vari livelli di difficoltà, anche se non perfettamente calibrati, permettono di adattare l’esperienza di gioco alle nostre capacità. È presente anche una modalità Arcade in cui potremmo selezionare qualsiasi personaggio del ricco roster ed iniziare tre percorsi  differenti. Una volta completati verremo premiati con oggetti cosmetici per i personaggi o da denaro da spendere nel negozio virtuale del gioco. Infine abbiamo le modalità Allenamento, Sfide Personalizzate e il Multiplayer Online. Modalità presenti anche nel prequel, aggiunta la modalità missione dove avremo la possibilità di creare  una nostra “agenzia di eroi”. Tutte queste modalità offrono, al contrario della campagna, la possibilità di mettersi alla prova, migliorare le proprie capacità e preparare il giocatore ad affrontare il gioco  online.

Gameplay

Probabilmente il vero tasto dolente del gioco: My Hero One’s Justice 2, così come il suo predecessore e come la gran parte degli anime brawler è un picchiaduro  “for fun” con un combat system molto semplificato che potrà soddisfare solo alcuni giocatori.  Certo per un fan di My Hero Academia vedere i propri eroi effettuare colpi super spettacolari potrà essere esaltante,  ma il fatto che sia tutto così semplificato potrà far storcere il naso a tanti altri giocatori. My Heroes One Justice 2 al netto delle problematiche elencate riesce però ad essere molto divertente. Se si è apprezzato il primo capitolo,  My Hero One’s Justice 2 può rivelarsi un acquisto azzeccato, ma se invece si sta cercando un picchiaduro  “duro e puro”, si rischia di rimanere delusi. Byking ha provato, rispetto al primo gioco, a sistemare  alcuni aspetti come la telecamera che presenta però ancora problemi con la gestione degli zoom dinamici,  le battaglie sono spettacolari e grazie all’abbondante  fanservice   farà la gioia degli appassionati. Le animazioni sono fluide, ben realizzate e piacevoli da vedere con combattimenti  dinamici e veloci, impreziositi da una buona grafica e da effetti particellari ben realizzati. Le  mosse dei personaggi sono ben caratterizzate, però nonostante le animazioni siano sempre differenti, la cosa che penalizza  My Hero One’s Justice 2 sono i tasti utilizzati per realizzare le mosse che  sono  sempre uguali per tutti. Un elemento che favorisce  l’accessibilità ma rende la giocabilità piuttosto superficiale. Il gioco soffre inoltre di un serio  problema di bilanciamento con alcuni personaggi che sono assolutamente over power e sono in grado di concatenare combo lunghissime e dall’elevato potenziale offensivo con una manciata di tasti.

Tecnicamente parlando

Graficamente il titolo è gradevole con un buon un utilizzo del cell-shading che è in  grado di rendere giustizia allo stile di Kōhei Horikoshi. Anche i modelli dei personaggi sono  convincenti. Mediocre la realizzazione di alcuni stage e la loro distruttibilità ambientale, una feature che andava realizzata meglio. L’audio è impreziosito dai doppiatori originali dell’anime.

Concludendo

My Hero One’s Justice 2 è un titolo divertente e spettacolare, ma poco coraggioso. Più che un sequel, My Hero One’s Justice 2 sembra una versione aggiornata del suo predecessore, più rifinita, più fluida e con qualche contenuto aggiuntivo. Purtroppo non è stato fatto il  salto di qualità, ma si tratta di un  tie-in discreto, condito da una buona dose di fanservice. Ci auguriamo, che in futuro la serie sia arricchita con un gameplay meno basilare e più bilanciato.

PRO

  • Molto fanservice.
  • Tanti personaggi  ben caratterizzati.
  • Gameplay spettacolare e dinamico…

CONTRO

  • …ma superficiale e sbilanciato.
  • campagna breve.
  • come tutti gli anime brawler la giocabilità eccessivamente semplificata.

REQUISITI DI SISTEMA:

Requisiti minimi: 

  • Richiede un processore e un sistema operativo a 64 bit;
  • Sistema operativo: WINDOWS 7, 64 bit;
  • Processore: Intel Core i5-750 / AMD Phenom II X4 940;
  • Memoria: 4 GB di RAM;
  • Scheda video: NVIDIA GeForce GTX 460 / AMD Radeon HD 6870;
  • DirectX: Versione 11;
  • Rete: Connessione Internet a banda larga;
  • Memoria: 12 GB di spazio disponibile:

Requisiti consigliati:

  • Richiede un processore e un sistema operativo a 64 bit;
  • Sistema operativo: Windows 10, 64 bits;
  • Processore: Intel Core i5-3470or AMD FX-6300;
  • Memoria: 4 GB di RAM;
  • Scheda video: NVIDIA GeForce GTX 660 / AMD Radeon HD 7870;
  • DirectX: Versione 11;
  • Rete: Connessione Internet a banda larga;
  • Memoria: 12 GB di spazio disponibile;

]]>