Tra le voci più interessanti della nuova scena cantautorale italiana, Francamente ha costruito un percorso artistico personale, lontano dalle etichette e dai compromessi. Dopo gli studi in filosofia e un periodo vissuto a Berlino, la cantautrice torinese ha trasformato le proprie esperienze in una scrittura che unisce introspezione, impegno civile ed elettronica d’autore. La partecipazione a X Factor Italia le ha dato grande visibilità, ma senza alterarne l’identità artistica: il suo progetto continua a muoversi tra ricerca musicale e riflessione sociale, affrontando temi come identità, libertà, diritti e futuro.
In occasione del Napoli Pride Show, abbiamo incontrato Francamente per parlare del suo nuovo album, Bitte Leben, del significato del titolo in tedesco, del rapporto con la televisione, dell’influenza della filosofia sulla sua scrittura e del potere che la musica continua ad avere nel cambiare lo sguardo sul mondo.
Intervista a Francamente -Napoli Pride Show
Il tuo nuovo album si intitola Bitte Leben, un titolo in tedesco. Perché hai scelto proprio questa lingua per raccontare un percorso così personale?
«In realtà la spiegazione può sembrare un po’ banale, ma per me Berlino ha rappresentato davvero una porta verso il cambiamento. È stata una città fondamentale nel mio percorso personale e artistico. Siccome questo è un album che parla di movimento, di trasformazione e di crescita, mi è sembrato naturale battezzarlo in lingua tedesca.»
La partecipazione a X Factor spesso viene vista come un’esperienza che può omologare gli artisti o indirizzarli verso determinate scelte. Tu, invece, hai mantenuto una forte identità. È stato difficile restare fedele a te stessa?
«Ti ringrazio per questo. In realtà non ho mai trovato questa parte particolarmente complicata. Forse perché X Factor è arrivato in un momento della mia vita in cui facevo già questo lavoro da diversi anni e avevo costruito una mia identità artistica. Quello che trovo più difficile sono le aspettative che arrivano dall’esterno e le dinamiche di competizione che spesso vengono create. Tra noi artisti, invece, queste dinamiche quasi non esistono: siamo gli uni fan degli altri. Da fuori, però, c’è spesso la tendenza a metterci in competizione, ed è questo l’aspetto più pesante.»

Se fossi rimasta a Torino, pensi che avresti scritto le stesse canzoni?
«No, assolutamente no. Ma credo che sarebbe stato così anche vivendo in qualsiasi altra città o semplicemente trascorrendo un anno in meno a Berlino. Tutto ciò che attraversiamo ci cambia e inevitabilmente condiziona il nostro modo di guardare il mondo e di scrivere.»
Hai detto che la musica può ancora cambiare le cose. Lo pensi davvero?
«Certo. Ogni opera può farlo. Che sia una canzone, un pensiero scritto, un racconto, un’immagine o una fotografia, tutto può innescare una riflessione. E una riflessione è già un cambiamento.»
La filosofia continua a influenzare il tuo modo di scrivere? Hai una filosofa o un filosofo di riferimento?
«La mia filosofa preferita è Hannah Arendt. Tra i grandi classici direi invece Immanuel Kant. Sicuramente i miei studi hanno influenzato tantissimo la mia scrittura. Se avessi studiato altro, o se dopo il liceo fossi andata direttamente a lavorare, probabilmente oggi scriverei in maniera completamente diversa.»

