Frankenstein è un nome che fa subito pensare a castelli, notti di tuoni e fulmini, cieca ambizione e la vita che ritorna in un corpo che voleva riposare in pace. Un nome che sottende un’ambizione andata oltre l’etica medica, oltre il desiderio di fare un passo avanti nella scienza, nella medicina, finanche nella religione. Sin da quella notte in cui durante un gioco nato tra amici, Mary Shelley, scrittrice vissuta fino a quell’istante all’ombra del marito poeta, ha creato una storia dovenuta immortale al pari di Dracula di Bram Stoker e proprio come per il principe transilvano, le trasposizioni non si contano tra cinema, tv, fumetti e addirittura videogiochi. Persino l’industria giapponese attinge dalla creatura prima sognata e poi scritta da Mary Shelley durante quella vacanza a Ginevra. Per menzionarle tutte ci vorrebbe un saggio di oltre tremila pagine ma ne prenderemo a confronto solo due che riportano una serie di incredibili coincidenze.

Gli anni 90 e i grandi Maestri
Dopo il successo di Dracula di Bram Stoker nel 1992, Francis Ford Coppola, accarezzò l’idea di un’altra produzione dedicata ad un grande classico della letteratura gotica, Frankenstein o il Prometeo Moderno. Dopo aver considerato Roman Polaski per la regia e scartata l’idea di occuparsene di persone, alla fine fu la scelta cadde su Kenneth Branagh, già confermato per interpretare Victor Frankenstein. L’attore e regista britannico voleva realizzare una versione più fedele al romanzo, ma le sue idee si contrarono con quelle di Coppola che, pur producendo il film ne criticò apertamente alcune scelte. La Creatura, magistralmente interpretata da Robert De Niro – per una volta fuori dai soliti panni del malavitoso – incarna tutto il disagio, il dolore di risvegliarsi in un corpo che non è il proprio o non completamente. Per prepararsi al ruolo, De Niro studiò i casi di persone colpite da Ictus. Menzione speciale all’adattamento italiano dove il suo tormento è stato reso perfettamente dal compianto Ferruccio Amendola, suo storico doppiatore che come per ogni sua interpretazione, ha dato grande prova di bravura e versatilità. Nonostante le reticenze e molte critiche, Frankenstein di Mary Shelley ha ottenuto un successo mondiale (più che negli Stati Uniti). Era il 1994.
Gli anni 2020 e le coincidenze continuano
2024. Iniziano le riprese tra Toronto ed Ediburgo di Frankenstein di Guillermo del Toro. Era il 2007 quando il regista messicano disse che avrebbe voluto lavorare al romanzo di Mary Shelley ma soltanto nel 2023 il progetto è diventato concreto. La pellicola è divisa in due parti: il racconto di Victor e il racconto della creatura. Due mondi a parte, due modi di approcciarsi alla vita o alla nuova vita complessi e tormentati. Il creatore e la sua creatura. Il film segue la trama classica tra l’incontro con l’equipaggio della nave in spedizione tra i ghiacciai e il lungo flashback che analizza i primi ani di vita del giovane e ambizioso chirurgo, quando era bistrattato dal padre nonostante questi nutra pressanti aspettative su di lui e profondamente amato dalla madre con cui ha un rapporto simbiotico. Come sempre, Guillermo del Toro ripone nella fotografia e nei colori un tocco unico, la sua firma. Torna il rosso cremisi di Crimson Peak a contrasto con il bianco della neve che gela cuore e anima, specialmente nelle scene con la madre di Victor, col suo velo scarlatto a coprirne il volto. Un cast azzeccato solo a metà caratterizza i personaggi complessi in questa ennesima versione del Prometeo Moderno, uscita ohibò quasi in concomitanza con il Dracula di Luc Besson.

Versioni a confronto
Certamente gli anni 80 e 90 hanno avuto i loro mostri sacri e nonostante il clima nostalgico e i revival, i giovani talenti non mancano. Mia Goth (un nome che ha tutto il fascino del gotico) interpreta due ruoli: la madre di Victor, una donna dolce, materna e protettiva ed Elisabeth, una fanciulla che non ha paura di niente, non è timorosa. Compita come tutte le ragazze di buona famiglia ma amante dell’anatomia come dell’entomologia che non sviene alla vista del sangue o di un corpo dissezionato. La bellezza di porcellana di Mia Goth è esaltata dai costumi a cui Gillermo del Toro ha sempre prestato la massima attenzione, unendo il contesto storico con una certa teatralità. La Goth è uno dei pochi elementi del nuovo Frankenstein che quasi non ha nulla da invidiare alla bravissima Helena Bonam Carter a parte l’esperienza, la cui Elisabeth subisce l’infausta trasformazione in una creatura ridotta a brandelli dentro e fuori. Kenneth Branagh all’epoca era al massimo della forma, una bellezza fisica ed interpretativa senza pari. Il suo Victor è ambizioso ma pronto a rimediare al suo errore. E’ inorridito dalla sua creazione ma non la bullizza come invece vediamo fare a Oscar Isaac, che sfoggia un atteggiamento arrogante che irrita dall’inizio del film.
Il suo Victor non è amato come quello del 1994, non ha trascorso serenamente metà della sua esistenza. E’ un bambino incompreso, trascurato, detestato dal padre (e qui, facciamo un inchino al bravissimo e sempreverde Charles Dance) che però colma di regali il suo fratellino William, responsabile della morte dell’unica creatura che lo amasse: sua madre. Victor diventa un adulto sfontato, rancoroso, che usa la teatralità e persino l’arroganza per convincere la commissione medica delle sue assurde teorie con l’unico risultato di avvicinare la persona più simile a lui. Christoph Waltz, al momento praticamente onnipresente (che è nel cast di Dracula l’Amore Perduto di Luc Besson) sulla scena di due film che rappresentano le colonne del cinema che dovrebbe essere horror ma che si è trasformato in entrambi casi in un gothic all’acqua di rose.
Jacob Elordi è bello – troppo, forse per il ruolo del “mostro”- bravo e molto alto. La sua creatura è sensibile, più degli altri e mostra le sue debolezze. Non uccide per vendetta, nonostante Victor lo tratti con disprezzo a meno che non si tratti dei lupi che divorano il vecchio cieco (David Bradley, il mitico Gazza di Harry Potter) che tanto gli si era affezionato e lo chiamava “Spirito della foresta.” Un dettaglio che colpisce sta nel fatto che, a quanto pare, Guillermo del Toro mirava forse ad un target di pubblico più vicino alla Generazione Z. Al principio, doveva essere Andrew Garfield ad interpretare la creatura ma ha dovuto rinunciare per i troppi impegni pregressi, lasciando il testimone all’altissimo e amatissimo dalle fan interprete di Euphoria e Saltburn.
Doug Jones, il grande assente
C’è una dettaglio che non è certamente sfuggito ai fan veterani e affezionati alle precedenti produzioni di Guillermo del Toro e qui apriamo un dibattito: perché non scegliere il suo leggendario attore/feticcio Doug Jones? L’artista, noto per la sua capacità di reggere ore e ore di trucco prostetico e tuttavia capace di infondere amore, odio, gioia e mille altre sensazioni anche attraverso una pesante maschera, sarebbe stato probabilmente più adatto e tuttavia questa volta risulta grande assente. Un dettaglio triste sta nel fatto che nel 2020, col progetto Frankenstein in fase embrionale, a Doug Jones furono mostrati dei disegni che riportavano le fattezze della creatura, basate sui suoi tratti. All’epoca dei fatti, Doug Jones ne parlò anche in un’intervista, dando praticamente per scontata la sua presenza, cosa che tutti i suoi fan si aspettavano.
La recensione di Frankenstein di GDT
Frankenstein di Guillermo del Toro nel complesso è la bellissima cartolina di un paesaggio che chi ha letto il romanzo riconosce solo in parte. Come se un luogo, a noi conosciuto e caro, presentasse delle differenze che lo rendono diverso e quasi estraneo. Il cntesto storico cupo e tipicamente vittoriano – non presente nel romanzo – i colori, la fotografia e le musiche sono il pezzo forte che distrae da un’idea di trasposizione talmente elaborata da risultare forse troppo lunga e “caricata” con un risultato che si riassume in una parola: troppo! Troppo lungo il film, troppo teatrale Oscar Isaac, troppo bello e giovane Jacob Elordi, troppo bella Mia Goth, troppo poco impegno da Christoph Waltz che, se paragonato ai personaggi che in Django e Bastardi Senza Gloria gli hano fatto vincere ben due Oscar, appare leggermente demotivato e quasi svogliato. Ma all’epoca anche Kenneth Branagh fu accusato di rendere confusionario e troppo veloce e macchinoso il suo Frankenstein di Mary Shelley. Forse la sintesi di tutto è che ogni generazione ha il suo branco di amati mostri. Frankenstein, Dracula e l’uomo Lupo, devono stare al passo con i tempi? O sono meglio i nostalgici vecchi classici a fare più presa? Ai posteri l’ardua sentenza!

