Ci sono delitti che sembrano consumarsi all’ombra di un’atmosfera quasi sacrale, dove il contrasto tra la pace del luogo e la ferocia dell’atto crea un corto circuito emotivo destinato a rimanere impresso nella memoria di una comunità. L’omicidio di Gianfranco Cuccuini appartiene a questa drammatica categoria di enigmi: un fatto di sangue consumatosi nel cuore pulsante di Firenze, a due passi dal Duomo, all’interno di un negozio specializzato in oggettistica e testi religiosi. Un caso in cui l’incomprensibile furia dell’aggressore, unita a dettagli bizzarri e apparentemente decifrabili soltanto attraverso codici segreti, ha trasformato la morte di un innocente pensionato in una delle pagine più cupe e insolute della cronaca nera italiana.
La mattina del delitto nella libreria di via del Proconsolo
La mattina di venerdì 24 marzo 1995 sembrava un giorno come tanti per Gianfranco Cuccuini, un pensionato sessantacinquenne ed ex tipografo che viveva a Sesto Fiorentino insieme alla famiglia. Dopo una vita passata tra i torchi della stampa, l’uomo aveva iniziato a dare una mano part-time presso la libreria Manuelli in via del Proconsolo, un punto di riferimento per ecclesiastici, fedeli e appassionati di articoli sacri. Quel venerdì, Cuccuini non avrebbe nemmeno dovuto lavorare: si trovava al banco soltanto per fare un favore al proprietario, che doveva accompagnare la figlia a una visita medica.
Attorno alle 8:45, don Sergio Boffici si recò sul retro del negozio per ritirare le ostie da consacrare. Non ricevendo risposta alle sue chiamate, il sacerdote varcò la soglia e fece la macabra scoperta: il corpo di Cuccuini giaceva a terra dietro il bancone, immerso in una grande pozza di sangue. I successivi accertamenti autoptici rivelarono un quadro d’immane ferocia: l’uomo era stato trafitto da ventisette fendenti, scagliati con una lama a singolo filo — forse un paio di forbici da tipografo o un pesante tagliacarte — che lo avevano colpito di sorpresa, senza che la vittima avesse nemmeno il tempo di abbozzare una difesa.
Le piste investigative: tra messe nere e avvistamenti misteriosi
Gli inquirenti esclusero fin dai primi momenti l’ipotesi di una rapina degenerata: dalla cassa non mancava un solo lira e l’incredibile accanimento sul corpo della vittima suggeriva un’odio personale o il raptus di una mente gravemente alterata. Analizzando i frequentatori abituali della libreria, emerse un sottobosco eterogeneo composto da religiosi, collezionisti ma anche da personaggi stravaganti con richieste fuori dall’ordinario. Un dettaglio non da poco, considerando che nei giorni precedenti la vittima aveva confessato alla moglie alcune perplessità su clienti sospettati di orbitare attorno ad ambienti legati alle messe nere e all’esoterismo.
Le indagini si concentrarono inizialmente su una donna notata da diversi testimoni mentre camminava avanti e indietro con le mani giunte davanti alla vetrina della libreria all’ora del delitto. Sebbene tra le sue cose venisse rinvenuto un ombrello macchiato di sangue fresco, gli esami scientifici dimostrarono che le tracce non appartenevano a Cuccuini. Posizione archiviata. Molto più interessante risultò la testimonianza di un passante che, attorno alle 8:30, vide un uomo simile a Cuccuini entrare nel negozio accompagnato da una figura dai capelli lunghi e dal sesso indefinito: con ogni probabilità, l’assassino che conosceva le abitudini della libreria ed era a conoscenza della presenza del sostituto.
La spietatezza di questa aggressione e la dinamica di un attacco fulmineo maturato in un luogo apparentemente sicuro richiamano la complessità e l’oscurità di altre vicende di cronaca drammatiche, dove la violenza colpisce alle spalle senza lasciare scampo, come nel caso del mistero irrisolto di Dorothy Jane Scott.
L’enigma del foglio cifrato: “Uma harum uma”
A complicare ulteriormente il lavoro degli investigatori fu il ritrovamento, proprio sulla scena del crimine, di un quaderno su cui era stata annotata una misteriosa sequenza di tre parole: “Uma harum uma”. I tentativi di decrittazione condotti dalla polizia scientifica non portarono a nulla di concreto, trasformando quella scritta in una sorta di enigma esoterico. Le uniche corrispondenze individuate tramite le prime ricerche telematiche rimandavano al nome di una divinità balinese, a un tempio indonesiano o a nomenclature presenti su portali asiatici, senza che si riuscisse mai a stabilire un nesso causale certo con l’omicidio.
Gli elementi tecnici rivelarono che il primo colpo fu inferto alla schiena della vittima mentre era seduta, probabilmente intenta a piegarsi in avanti per raccogliere un mazzo di chiavi finito a terra. L’assassino agì con spietata rapidità, lasciando come unica traccia ematica riconducibile al killer una singola goccia di sangue caduta sulla sedia di legno, sfuggita dalla lama mentre infieriva sul corpo ormai a terra.
Un cold case fiorentino consegnato alla storia
Nonostante le ricostruzioni, l’analisi delle vie di fuga — obbligatoriamente limitate all’ingresso principale di via del Proconsolo — e l’interesse mediatico suscitato dalla vicenda, l’autore del massacro non è mai stato assicurato alla giustizia. Il caso dell’ex tipografo venne in seguito affrontato anche dalla trasmissione televisiva Blu notte – Misteri italiani condotta da Carlo Lucarelli, che ricostruì le tappe di una vicenda tanto assurda quanto spaventosa. Per consultare la scheda d’archivio e la storia della testata giornalistica è possibile fare riferimento alle pubblicazioni storiche su RaiPlay.
A distanza di anni, l’omicidio di Gianfranco Cuccuini rimane un freddo fascicolo di archivio. Una ferita aperta nel cuore della Firenze storica, il ricordo di un uomo buono trafitto nel luogo che considerava un rifugio tranquillo per gli anni della sua pensione.

