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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Affari

Giornata internazionale delle risorse umane, Il ruolo delle soft skills, come allenarle?

Redazione
Redazione 2 mesi fa
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(Adnkronos) – Il 20 maggio è la Giornata internazionale delle risorse umane. L'HR Day celebra la creazione di ambienti di lavoro positivi e lo sviluppo del potenziale umano. Recenti analisi riprese dal World Economic Forum e dall'OCSE evidenziano un dato: l'emivita (la durata media di validità) delle hard skills si è ormai ridotta ad appena 5 anni. Questo significa che quasi la metà delle competenze tecniche che una persona possiede oggi sarà obsoleta entro il 2030. Sull'argomento Adnkronos/Labitalia ha intervistato Cinzia Pollio, psicologa con formazione terapeutica in ambito transpersonale, formatrice e coach, specializzata sui temi della consapevolezza di sé. 1. Quali sono le soft skills oggi fondamentali nel mercato del lavoro e non delegabili all’intelligenza artificiale? Le soft skills oggi fondamentali sono quelle che permettono alle persone di avere una bussola interna, orientarsi in contesti instabili: pensiero critico, capacità di apprendere, comunicazione, collaborazione, responsabilità, gestione emotiva, creatività e adattabilità. L’avvento dell’intelligenza artificiale rende ancora più evidente questo punto: molte competenze cognitive e tecniche perderanno valore distintivo, pur restando indispensabili come base. Ciò che non è delegabile è la capacità di dare senso, discernere, scegliere, assumersi responsabilità etiche, relazionarsi, costruire dimensioni collettive. Per questo il tema non è solo quali competenze servano al mercato, ma quali dimensioni umane vadano coltivate per non essere guidati passivamente dalla tecnologia, dai poteri che la governano e dalle derive della contemporaneità. 2. Perché è importante che imprenditori e manager si prendano cura di sé prima di occuparsi delle organizzazioni e degli altri in modo sistemico? Imprenditori e manager incidono profondamente sulla qualità dei sistemi che guidano: il loro modo di pensare, reagire, decidere e comunicare diventa cultura organizzativa. Per questo la cura di sé non è un lusso individuale, ma una responsabilità di leadership. Le soft skills, se non sono radicate in consapevolezza, rischiano di diventare tecniche relazionali esteriori. Occorre invece lavorare sulla capacità di osservare le proprie emozioni, i propri automatismi, la propria energia e il proprio impatto. Solo chi sviluppa presenza e centratura può prendersi cura degli altri e delle organizzazioni in modo realmente sistemico. 3. Come imprenditori e manager possono allenare le soft skills? Le soft skills si allenano certamente con la formazione, il feedback, il confronto e l’esperienza guidata, ma questo non basta, non possono essere abilità separate dal modo di essere della persona. Il limite di molti percorsi è che insegnano comportamenti senza trasformare lo sguardo, la postura interiore, la qualità dell’ascolto e della presenza. Con l’AI questo diventa ancora più cruciale: non serve solo saper usare strumenti nuovi, ma sviluppare presenza, lucidità, autonomia di giudizio e profondità relazionale. Per questo servono percorsi esperienziali, continui, capaci di integrare mente, corpo, emozioni, valori e responsabilità. 4. Esistono degli esercizi quotidiani? O dei libri che consigli di leggere? Sì, esistono pratiche quotidiane semplici ma molto efficaci: alcuni minuti di silenzio, osservazione del respiro, attenzione, ascolto, accoglienza dei segnali del corpo e delle reazioni emotive, pratiche di immersione e connessione con la natura, dialogo e ascolto profondo di e con altre persone. Sono esperienze che aiutano a tornare al centro di sé, distinguere tra superficie, magari increspata e piena di onde, e profondità interiore, sempre tranquilla, e riducono automatismi e reattività. Quanto alle letture, consiglierei testi che aiutino a comprendere l’essere umano in modo integrale, ad esempio: Viktor Frankl sul senso, Carl Gustav Jung sull’integrazione e individuazione, Otto Scharmer sulla presenza e il futuro emergente. Ma i libri da soli non bastano: devono diventare pratica, esperienza, inizialmente guidata e possibilmente condivisa, e trasformazione concreta. 5. Quanto sono importanti le soft skills per ciascun lavoratore? Sono decisive per ogni lavoratore, non solo per chi ha responsabilità manageriali. In un mondo in cui le hard skills hanno una durata sempre più breve, la capacità di apprendere, collaborare, comunicare, gestire la complessità e mantenere equilibrio diventa una base professionale essenziale. Tuttavia, il modello delle soft skills mostra forti limiti quando riduce queste qualità a strumenti presi singolarmente e di performance, a fattori produttivi. Le persone non sono soltanto portatrici di competenze, ma soggetti interi, con emozioni, valori, relazioni, fragilità e potenzialità. Le persone devono sempre essere l’obiettivo, mai il mezzo. Per questo lo sviluppo professionale dovrebbe diventare anche sviluppo umano. 6. Quale formazione è realmente efficace per sostenere la crescita dei lavoratori, a ciascun livello? La formazione realmente efficace innanzi muove da una cornice di senso su cosa significhi essere umani e poi non si limita a trasmettere contenuti, ma modifica la qualità della consapevolezza e dell’azione. Deve aiutare le persone a leggere il contesto, comprendere le proprie dinamiche, sviluppare autonomia, responsabilità e capacità relazionale. Questo vale a ogni livello: operativo, specialistico, manageriale e imprenditoriale. La formazione più utile coinvolge il corpo, è esperienziale, riflessiva, collegata ai problemi reali e capace di integrare competenze tecniche, soft skills e maturazione personale. Il progetto “Sviluppare le qualità umane fondamentali” nasce proprio come proposta che comprende le soft skills, ma le colloca in un disegno più ampio di crescita integrale. 7. Le soft skills sono sufficienti per formare dei bravi lavoratori e manager? No, non sono sufficienti se vengono intese come un repertorio di competenze atomizzate e tecniche comportamentali. Si può saper comunicare bene, negoziare o influenzare gli altri e usare queste capacità in modo manipolatorio, autoreferenziale o semplicemente superficiale. Il punto è l’intenzione da cui le competenze nascono e la qualità della coscienza che le orienta. Per questo il modello delle soft skills va superato senza abbandonarlo: va compreso dentro un modello più profondo, fondato su integrità, saggezza, responsabilità, presenza e interconnessione. È questa la direzione del percorso sulle qualità umane fondamentali. 8. Come diventano parte di uno sviluppo umano complessivo? Le soft skills diventano parte di uno sviluppo umano complessivo quando smettono di essere abilità isolate e vengono collegate alla crescita della persona intera. Comunicazione, empatia, leadership o collaborazione hanno valore diverso se nascono da presenza, consapevolezza, equilibrio e responsabilità. In questa prospettiva il lavoro diventa anche luogo educativo, non nel senso paternalistico del termine, ma come spazio in cui le persone possono maturare. Il percorso “Sviluppare le qualità umane fondamentali” propone proprio questo passaggio: dalle competenze come strumenti alle qualità come orientamento profondo dell’essere e dell’agire. 9. Per molti anni abbiamo cercato di migliorare le organizzazioni insegnando nuove competenze. Oggi è arrivato forse il momento di fare un passo ulteriore: coltivare lo sviluppo integrale delle persone? Sì, credo che questo sia il passaggio necessario. Abbiamo formato per anni competenze specialistiche, tecniche e poi trasversali, ma spesso senza interrogarci abbastanza sul tipo di persone e di organizzazioni che stavamo contribuendo a generare. L’AI accelera questa domanda, perché sposta il confine tra ciò che può essere automatizzato e ciò che resta profondamente umano. Serve recuperare una visione più ampia, vicina all’idea di paideia: formazione fisica, intellettuale, etica, relazionale e civile della persona. Le organizzazioni possono diventare piccole comunità di crescita, a condizione di evitare retorica, marketing valoriale e ogni forma di conformismo. 10. 20 Maggio è la Giornata internazionale delle risorse umane. Come le organizzazioni possono aiutare le persone a sentirsi bene nei contesti lavorativi? Le organizzazioni aiutano le persone a stare bene quando non le considerano solo risorse, ma esseri umani portatori di senso, relazioni, competenze, fragilità e desiderio di contribuire. Servono ambienti fondati su fiducia, ascolto, chiarezza, equità, apprendimento e responsabilità condivisa. Welfare e benefit sono importanti, ma non bastano se mancano qualità del dialogo, coerenza dei leader e possibilità reale di crescita. Oggi, con l’AI e la trasformazione del lavoro, diventa ancora più importante proteggere attenzione, energia, pensiero critico e libertà interiore. Il percorso 'Sviluppare le qualità umane fondamentali' va in questa direzione: fiorire come persone per far fiorire anche le organizzazioni.  (di Sabrina Rosci)  
—lavoro/professionistiwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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