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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Cinema

“Go Home – A casa Loro” : lo zombie movie italiano sugli immigrati

Angela Bevilacqua
Angela Bevilacqua 8 anni fa
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5 Min Lettura
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“Go Home – A Casa Loro” è il particolarissimo zombie movie che ha aperto la sezione “Alice nella Città” della tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, che quest’anno va dal 18 al 29 ottobre.
Il film è diretto da Luna Gualano alla sua seconda prova da regista dopo il thriller-horror “Psycho Mentary” (uscito direttamente in video) e il cast è composto da Antonio Bannò, Sidy Diop, Shiek Dauda, Cyril Dorand Domche Nzeugang e Pape Momar Diop.

La trama vede protagonista Enrico, giovane neo-fascista che, assieme a un gruppo di militanti di estrema destra, scende in strada per protestare contro l’apertura di un nuovo centro di accoglienza romano. Scoppia una rissa con i manifestanti a favore ma, incredibilmente, quella che era nata come una semplice lite si trasforma in un’apocalisse zombie. Enrico è l’unico che riesce a salvarsi perché trova rifugio proprio presso i richiedenti asilo che voleva far sgomberare e, da questo momento in poi, si troverà costretto a cooperare con loro per riuscire a sopravvivere.

“Go Home – A casa Loro” è un “horror” politico, come lo hanno definito in molti, perché sfrutta il genere per parlare del sociale. Gli zombie sono un velato pretesto per affrontare delle tematiche tristemente attuali, proprio come fece Romero con il suo “L’alba dei morti viventi”, da cui “Go Home – A casa loro” attinge a piene mani. Romero voleva realizzare una critica all’era del consumismo e dell’omologazione, mentre l’intento della Gualano è far riflettere circa la discriminazione e l’odio razziale che si sta diffondendo sempre di più in Italia, proprio come il virus che trasforma tutti in zombie!
A questo proposito cito le parole dello stesso sceneggiatore Emiliano Rubbi: “Gli zombie sono una metafora perfetta perché lo zombie non rappresenta la cattiveria, ha fame ed è spinto da un istinto primitivo, non è mosso da odio. [ … ] Quando l’odio entra a far parte di una comunità, come un virus infetta tutti”.
Ma un altro messaggio che il film veicola è che la sopravvivenza non ha nazionalità e che davanti al pericolo solo l’aiuto reciproco può essere salvifico; un aiuto che però sia reale e non determinato dall’egoismo.

Un’altra particolarità del film è proprio il suo processo di realizzazione perché si tratta di un progetto che ha visto la luce grazie al crowdfunding e che ha visto la collaborazione di molte associazioni e molti artisti, tra cui Zerocalcare (che ha disegnato la locandina del film), Il Muro del Canto, i Train to Roots, Daniele Coccia Paifelman e Piotta (che hanno contribuito alla colonna sonora). Ma il film è stato anche una vera e propria operazione di integrazione perché vi hanno partecipato diversi attori africani che hanno preso parte a un workshop gratuito di recitazione chiamato “Il ponte sullo schermo”, svoltosi all’interno del centro sociale “Strike Spa” e rivolto a tutti i migranti presenti sul territorio romano.
Proprio riguardo agli attori la regista ha raccontato: “Nel momento stesso in cui abbiamo avuto l’idea del film ho capito che dovevano essere coinvolte anche delle persone che hanno vissuto queste esperienze. Alcuni di loro avevano recitato, ma abbiamo lavorato nel laboratorio per tre o quattro mesi prima di girare. Qui ognuno, a rotazione, ha recitato tutti i ruoli dandomi così la possibilità di scegliere chi fosse più adatto a interpretare un determinato personaggio. Per i ruoli che non ho trovato in laboratorio ho chiamato attori esterni, come ad esempio Sidy Diop, già apparso nella serie Gomorra, e Awa Koundoul, che aveva già avuto esperienza come cantante in un film. Il bambino, Pape Momar Diop, è una seconda generazione, è italianissimo e parla romano ma non gli viene ancora riconosciuta la cittadinanza”.

Questa, dunque, è una pellicola multiculturale, composta da tante voci, tanti sguardi e lingue diverse: ci sono scene in cui i dialoghi sono in italiano, inglese, francese, arabo e altre in cui i personaggi dialogano tra di loro in diverse lingue africane, il che ci dà un’idea molto concreta di quello che accade in un centro di accoglienza.

Il film è una piccola gemma del cinema indipendente. E’ un film innovativo e coraggioso, nato dall’impegno e dal sacrificio di chi crede che un giorno le cose possano cambiare e per questo si spera che riesca a trovare una degna distribuzione.

 

 

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Angela Bevilacqua Ott 24, 2018
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Pubblicato da Angela Bevilacqua
Classe 1996 da sempre apassionata di cinema e di scrittura. A diciassette anni ha realizzato il suo primo cortometraggio “Il teatro dei ricordi” interpretato dall’attore francese Jean Sorel, presentato come evento speciale al festival di Giffoni. Nell’anno 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo intitolato “La Città del Vizio” edito da Guida Editori.
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