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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Cinema

GRIFFITH, IL CINEMA D’AUTORE ED IL KU KLUX KLAN

Redazione
Redazione 7 anni fa
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7 Min Lettura
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Viviamo un periodo storico in cui il dibattito politico pare essersi riappropriato di antiche tematiche ritenute a lungo defunte nei meandri della storia. L’evidenza ci mostra come invece defunte non sono, ma tutt’al più cadute in uno sonno letargico in attesa di una nuova primavera. E così la bella stagione è arrivata sulla penisola italica in tutta la sua grottesca esplosione di colori. Esplosione di colori, sì. Perché questo è uno dei temi a cui la politica di oggi fa più riferimento. Mai in modo esplicito, s’intende. L’allusione, il non detto e la provocazione sono le nuove armi della retorica moderna. Sentiamo così paventare invasioni straniere, necessità di difesa dei confini e, più in profondità, il bisogno di riappropriarsi delle proprie radici. Nessuno si azzarda a nominare i colori di questa nuova primavera, eppure non serve certo l’olfatto di un segugio per subodorarne ovunque il puzzo che emanano. In questa foresta i mezzi di comunicazione sono la chiave di volta per la trasmissione e la repressione delle citate idee. Possono interpretare, a seconda dai casi, la parte di zanzare contagiose o di agenti immunizzanti. Al pari di ogni terribile malattia sarebbe auspicabile esistesse un vaccino, come per il vaiolo ad esempio, ma per questo virus pare proprio che la scienza non sia in grado di prepararne uno adeguato. Allora non rimane altro se non lasciare che tutti i soggetti a rischio vengano contagiati e, una volta approntata la quarantena, attendere che il sistema immunitario svolga il proprio compito. Come per molti virus è necessario che ognuno di noi sperimenti la malattia per generare gli anticorpi necessari. Almeno questa è la speranza, essendo l’alternativa ben peggiore.

Ripensando al ruolo centrale che hanno i mezzi di comunicazione la mente non può che andare indietro di oltre un secolo, esattamente al 1915.

È il 18 febbraio, un giovedì come un altro a Washington eccetto che per un particolare: è stata organizzata in serata la prima proiezione di un film alla Casa Bianca. Il cinema sta divenendo un fenomeno così importante da entrare anche nella dimora dei presidenti. 

In verità l’anno prima è stato ospitato già un altro film, l’italiano Cabiria di Giovanni Pastrone, ma non gli fu concesso l’onore di varcare la soglia poiché proiettato sul prato antistante. Alla Casa Bianca però non esiste ancora un teatro appositamente concepito. Verrà costruito nell’ala Est solo nel 1942 per volere di Roosevelt. La proiezione è stata dunque preparata al secondo piano nella Central Hall, un locale sufficientemente grande per ospitare tutti gli invitati.

Griffith e Dixon sono molto fieri dell’opera che stanno per mostrare e sono certi che verrà apprezzata anche e soprattutto dal presidente. Conoscono bene il suo pensiero politico, soprattutto Dixon, che è stato suo compagno di scuola. Sanno che il presedente non potrà che sposarne la retorica. Solo pochi giorni prima Griffith a tal proposito ha deciso di modificare il titolo da “The clansman” a “The birth of a nation”, proprio per sottolineare l’intento narrativo dell’opera. 

Insieme al presidente Wilson c’è tutta la famiglia, buona parte del gabinetto e ovviamente il regista Griffith e lo scrittore Dixon. La proiezione ha inizio. I presenti assistono al primo colossal della storia del cinema. Tre ore ininterrotte in cui ci si trova immersi in epiche battaglie fedelmente ricostruite. Il capolavoro di Griffith è unico anche per il linguaggio che utilizza, per la prima volta la narrazione è il centro dell’opera! È un nuovo modo di intendere la settima arte, destinato a far scuola tra i cineasti di tutto il mondo.

A colpire Wilson, più amante della politica che del cinema, è in primis però la storia. Questa ripercorre dapprima le vicende della guerra civile fino a introdurre il Ku Klux Klan nel ruolo eroico di portatore di pace e stabilità. Per tratteggiarla in maniera veloce, le persone di colore, in cerca di diritti e uguaglianza, sono raffigurate come la causa dei mali dell’epoca, come abbietti dispensatori di violenza e ignoranza. All’opposto i rappresentanti del KKK sono la giusta risposta a tale rozzezza che, dopo il salvataggio della giovane Elsie (bianca) ed il linciaggio finale di Lynch (nero) che l’aveva rapita, assicurano la pace e l’amore tra gli “americani”.

Al termine della proiezione aleggia un’aria di entusiasmo generale. Wilson addirittura dice “È come scrivere la storia con un fulmine. E il mio unico rimpianto è che sia tutto così terribilmente vero”.

Il giorno dopo il film viene mostrato all’intera corte suprema, decine di membri del congresso ed a centinaia di altri politici. Il successo non è inferiore. Molti dei presenti erano stati iscritti al KKK prima che venisse sciolto nel 1882.

Nel resto degli Stati Uniti il successo è strepitoso. Le polemiche che genera sono altrettanto incredibili. In alcune città del Sud ne viene vietata la proiezione ma in generale il film è acclamato come un capolavoro.

Per comprendere la portata di “Nascita di una nazione” basti pensare che per trovare un film con un incasso maggiore bisognerà attendere 22 anni, con “Biancaneve e i sette nani” di Walt Disney. E questo nonostante il biglietto sia stato il più caro di sempre.

La diffusione di quelle idee, sopite e in attesa di una nuova primavera, non si fa attendere. Il Klan riappare con i suoi cappucci bianchi nella sua più violenta incarnazione e le leggi razziali di Wilson sono storia, come tutta l’ondata di nuovo razzismo che è giunta fino ai giorni nostri.

Può dunque un film essere al contempo un capolavoro inarrivabile e una delle opere più razziste ed influenti di sempre? La risposta è tristemente “sì”. La malattia si evolve assumendo sempre nuove forme, talvolta esplicite, talvolta subdole. Non possiamo che far appello al nostro sistema immunitario confidando che anche questo film lo stimoli a produrre gli anticorpi giusti. Ricordiamolo, “Nascita di una nazione” venne promosso e recepito in primis come un’opera di pace e fratellanza dove a trionfare è l’amore.

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