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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Cinema

I 5 PERSONAGGI FEMMINILI (O 6?) DEL CINEMA CHE NON POSSIAMO ASSOLUTAMENTE DIMENTICARE

Redazione
Redazione 8 anni fa
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10 Min Lettura
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Stavolta ci dedicheremo ai personaggi femminili che, sul grande schermo, hanno maggiormente sedotto la nostra immaginazione. La scorsa settimana abbiamo proposto una cinquina di personaggi maschili. Stavolta presenteremo cinque personaggi femminili ( o forse sei) della cinematografia internazionale, che non possiamo assolutamente dimenticare.

Il primo personaggio è la straordinaria Claudia Draper, interpretata da Barbra Streisand, protagonista del film “Pazza” (Titolo originale “Nuts”) di Martin Ritt del 1987.

La struttura portante del film è quella del legal drama, ambientato quasi per intero in aula di tribunale. Al centro del film c’è l’ostinazione di una “squillo” di lusso che ha ucciso un facoltoso cliente ma non vuole assoggettarsi all’attenuante che l’avvocato pagato dai facoltosi genitori ha scelto come linea difensiva.

L’esperta regia di Ritt rende interessante una storia che, altrimenti, non avrebbe riscosso tanto successo nel pubblico. E il cast, con stelle di prima grandezza, fornisce a Ritt la materia determinante per la realizzazione di questa splendida pellicola. Su tutti lei, Barbra Streisand, che ha espresso ammirazione per attrici italiane come Anna Magnani, Eleonora Duse e Monica Vitti ed è diventata un’icona in più campi dello spettacolo, vincendo numerosi premi: due Premi Oscar, dieci Grammy Awards e undici Golden Globe.

Indimenticabile il finale del film, con la protagonista che, finita l’udienza preliminare, passeggia per strada respirando a pieni polmoni l’aria della libertà.

Altro personaggio femminile che vogliamo ricordare è tra i protagonisti del film “Il Diavolo veste Prada”. Tutti, comprensibilmente, vi aspettereste adesso il personaggio di Miranda Priestley, algida e caustica direttrice di un magazine di moda e guru del fashion internazionale, interpretata dalla grande Meryl Streep, invece vi riproponiamo il personaggio apparentemente più defilato di Andy Sachs interpretato da una efficacissima Anne Hathaway.

Divertente e frivolo, i film realizzato da David Frankel è diventato ben presto un vero cult della commedia americana. Andy Sachs, aspirante giornalista neolaureata, sveglia ma un po’ trasandata, è giunta nella Grande Mela col cuore colmo di speranze. L’impiego come assistente della spietata direttrice del “Runway” Miranda Priestley, le potrebbe aprire diverse porte per il futuro. Si tratta solo di stringere i denti per un po’, cercando di rimanere immune allo sfavillante e spietato mondo della moda.

Il film, grazie al personaggio di Andy, vuole comunicare due “messaggi”, in primis che l’industria della moda, che Andy guarda con intellettuale presunzione, è meno superficiale di come s’immagini e poi che il successo impone sacrifici che non sempre vale la pena fare, infatti sacrificare valori e amici per il raggiungimento di un obiettivo professionale è davvero conveniente?
La storia, tratta da un romanzo di successo, è sapientemente confezionata per il cinema dal regista David Frankel e – per citare le parole di Miranda Priestly – “è tutto”.

Ci sono attrici italiane che spesso rimangono nel nostro immaginario soprattutto per un’interpretazione che attribuisce loro un’aura per la quale tutto il resto, di positivo o negativo abbiano realizzato, diventa secondario.

E’ il caso di Valeria Golino e della sua Grazia, protagonista di “Respiro”, un film drammatico del 2002 scritto e diretto da Emanuele Crialese.

Il film si avvale dell’attrice napoletana come unica attrice protagonista professionista e di diversi attori non professionisti o all’epoca poco conosciuti (come Elio Germano). È girato interamente a Lampedusa dove si svolge la storia, e dove il film è stato concepito dal suo autore ed è realizzato parzialmente in dialetto siciliano.

Grazia è la moglie di uno dei tanti pescatori di Lampedusa, ma non si è mai adattata alla piccola e monotona vita dell’isola: fa il bagno nuda, canta a squarciagola le canzoni di Patty Pravo e spesso si chiude nei suoi silenzi che solo uno dei figli, Pasquale, si sforza di capire. Gli “altri”, quelli normali, vorrebbero convincere il marito a farla vedere da uno psichiatra, ma lei preferirebbe morire.

Grazia è una creatura “sventurata”, diversa per il suo nome e per l’espressione attonita e azzurra che le possiede il volto. E quello che colpisce è proprio l’infinita tristezza dello sguardo della protagonista perennemente altrove e la catarsi magnifica che si realizza tra le acque di un mare foriero di grandi speranze ma anche di grandi dolori, un’immagine che ci ricorda il grande Fellini e che non ci abbandonerà mai!

E poi la volta di di Alice Howland, interpretato da Julienne Moore, personaggio protagonista del film  “Still Alice” (2014) scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, compagni nell’arte e nella vita.

Julianne Moore, grazie a questa sua interpretazione si è aggiudicata diversi riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Oscar per la Miglior attrice protagonista e due Coppe Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia

La pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo Perdersi, scritto dalla neuroscienziata Lisa Genova.

Alice Howland è una donna alla soglia dei cinquant’anni, orgogliosa degli obiettivi raggiunti. È un’affermata linguista, insegna all’Università e ha una solida famiglia, composta dal marito chimico e tre figli: Anna, Tom e Lydia. Improvvisamente, nella vita di Alice qualcosa si incrina, dapprima qualche dimenticanza, poi lunghi momenti di “vuoto” durante i quali non riconosce neppure il posto in cui si trova.

Ad Alice viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer di matrice genetica. Tutte le sue certezze crollano, facendola diventare una donna fragile e indifesa, anche agli occhi della famiglia che l’ha sempre vista come un pilastro.

Quello che ci ha colpito del personaggio è proprio il modo determinato e consapevole in cui la protagonista affronta la malattia e il progressivo e inarrestabile decadimento cognitivo.

La difficoltà nel linguaggio e la perdita della memoria non le impediscono di lottare, trattenendo ancora un po’ la donna meravigliosa che è e che ha costruito tutta la vita.

Il dramma della protagonista germoglia e progredisce sul volto della Moore, perché l’attrice produce un dosaggio perfetto di segni espressivi, che conferma il suo stile recitativo introverso e privo di manierismi.

Ci piace ricordare la sequenza in cui Alice, riprodotta (sul computer) e ‘accesa’, parla al suo sé alterato e spento.

Infine la coppia di eroine di un film abbastanza recente: Emma (Léa Seydoux) e Adele (Adèle Exarcopoulos), protagoniste di “La vita di Adele”, film del 2013, diretto da Abdellatif Kechiche, tratto dal romanzo a fumetti “Il blu è un colore caldo” dell’autrice omosessuale Julie Maroh.

Impossibile non appassionarsi alla loro esperienza sentimentale e ci piace ricordarle proprio per la sensualità e la passione della loro interpretazione.

Il film è stato criticato per la presenza di scene di sesso esplicito, ritenute da alcuni gratuite, quasi al limite della pornografia. La stessa autrice del fumetto le ha trovate lontane dallo spirito della propria opera, bollandole come “frutto di un’interpretazione di voyeurismo maschile”.

Secondo noi, invece, eludendo il compiacimento dell’esibizione, il regista tunisino racconta una stagione d’amore dolorosa e irripetibile, senza psicologismi e con una carnalità priva di morbosità. Al centro del film ci sono semplicemente due giovani donne che leggono la realtà con gli occhi del desiderio, il loro desiderio, che esplode sullo schermo accordando i capitoli della loro esistenza.

Adele è una liceale francese di Lille, conosce Emma, ragazza lesbica dai vistosi capelli tinti di blu, della quale si innamora. Tra le due ha inizio un’appassionata relazione erotico-sentimentale, sfociata, tempo dopo, in un rapporto di convivenza. Emma è una aspirante pittrice molto ambiziosa mentre Adele inizia il lavoro di maestra pur avendo un certo talento per la scrittura. Le amicizie di Emma sono colte ed estrose, e proprio per questo comincia a sentirsi a disagio con Adele, considerandola priva di ambizioni e non tesa alla propria realizzazione intellettuale. Pur amando ancora intensamente Emma, Adele, percependo confusamente l’allontanamento della giovane pittrice, cede all’affetto di un collega di lavoro che la stava corteggiando.

La storia d’amore si interrompe bruscamente dopo la scoperta, da parte di Emma, di questo tradimento. Le vite delle ragazze si separano e proseguono per alcuni anni senza incontri. Il mal d’amore sofferto dalla giovane Adele è tristemente intenso. I due ultimi tentativi di Adele di riallacciare il rapporto sentimentale con Emma non vanno a buon fine.

E la bellezza di “La vita di Adele” e delle sue protagoniste si esalta proprio nei momenti di frattura, chiavi per aprire il futuro alla protagonista rimasta sola col suo sentimento infelice.

Amore e vita, non c’è altro nel film di Kechiche: il che equivale a dire che La vie d’Adèle contiene tutto. La forza necessaria, imprescindibile, totale dell’amore e, quindi, il senso e l’energia della vita.
E che l’amore in questione sia omosessuale è solo un dettaglio. O forse ha la non comune capacità di farlo sembrare tale pur avendo un’emblematica valenza politica.

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