Annunciata la terna finalista della terza edizione del Campiello Natura – Premio Venice Gardens Foundation. È composta da: ‘Basta un filo di vento’ (Fazi) di Franco Faggiani, ‘Il Canto del principe. Storia di un albero’ (Ponte alle Grazie) di Marco Albino Ferrari e ‘Memorie di Ninfa’ (Allemandi Editore) di Lauro Marchetti.
Nato dalla sinergia tra la Fondazione Il Campiello di Confindustria Veneto e Venice Gardens Foundation, il premio si rivolge a opere letterarie che, “con sensibilità e profondità, interpretano e favoriscono un rapporto profondo e armonioso con la natura in ragione dell’affinità, dell’equilibrio e del rispetto, contribuendo alla sua salvaguardia, al suo ascolto, alla sua comprensione”.
La proclamazione del vincitore e la consegna del premio di 5.000 euro, offerto da Venice Gardens Foundation, avverranno durante la cerimonia conclusiva della 63/a edizione del Premio Campiello, il 13 settembre 2025 al Gran Teatro La Fenice di Venezia.
‘Basta un filo di vento’ di Faggiani è stato selezionato per “la sua scrittura scorrevole con cui racconta la vicenda de La Conventina, tenuta di famiglia protagonista indiscussa di un racconto che intreccia la storia del proprietario e di una comunità composita, legata dalla connessione profonda con la natura, in bilico tra attaccamento affettivo, valori tradizionali e l’incalzare di nuove opportunità redditizie”.
‘Il Canto del principe. Storia di un albero’ di Ferrari “è un racconto poetico e ben scritto che rivela un pericolo sottile ma dilagante che minaccia i nostri boschi”.
‘Memorie di Ninfa’ di Marchetti è “un libro che racconta dalle origini, la vita, l’essenza e l’anima di un giardino straordinario arrivato a noi grazie all’impegno, alla visione e alla lungimiranza della nobile stirpe dei Principi Caetani, signori di Ninfa e Sermoneta, in particolare, delle donne Caetani, Ada, Marguerite e Lelia”.
Basta un filo di vento di Franco Faggiani
Gregorio Bajocchi è un uomo di successo: esperto di finanza, avvocato, possiede la Conventina, un’azienda agricola di oltre mille ettari adagiata sulle colline tra Po e Appennino. La tenuta appartiene alla sua famiglia da sempre ma quando Gregorio l’ha ereditata, dopo la morte prematura di entrambi i genitori, aveva solo diciassette anni. A quel tempo, erano stati i contadini, lì da generazioni, a prendersi cura della proprietà consentendo all’azienda di prosperare e a Gregorio di studiare. Ormai adulto e in grado di occuparsi della Conventina, Gregorio sposa Cora, che conosce fin da ragazzo, dopo essere stato per un periodo legato a Emma, un’esuberante ragazza tedesca dalla quale ha avuto un figlio. Un fatto importante, però, mette scompiglio nella sua esistenza: una società straniera vuole acquistare l’azienda e trasformarla in un complesso turistico di lusso. La cifra offerta è consistente, ma che ne sarebbe poi delle famiglie che hanno sempre lavorato lì e della tradizione stessa dei Bajocchi? Dopo molte esitazioni, Gregorio decide di vendere, ma un nuovo avvenimento arriva a sconvolgere la sua quotidianità e quella di Cora. Emma, colpita da una forma precoce di demenza, in uno dei rari momenti di lucidità ha espresso il desiderio di tornare alla Conventina, l’unico luogo in cui si sia mai sentita veramente felice e amata da tutti. Ecco allora l’importanza del paesaggio, la natura che consola, l’amicizia che è prima di tutto accoglienza e quel filo di vento che, a volte, basta a cambiare una vita.
Il canto del Principe. Storia di un albero di Marco Albino Ferrari
Questa del Principe sembra una fiaba, ma non lo è. È una storia vera. Una storia di vita, di morte e di vita. Il Principe – «alla cui ombra amava sostare Sigmund Freud e che certamente è stato ammirato anche da Robert Musil», ci ricorda Rigoni Stern nel suo “Arboreto salvatico” – non era solo un monumento della natura o l’albero dei primati, non era solo meta di incessanti pellegrinaggi da parte di escursionisti, botanici, curiosi e amanti di riti propiziatori delle selve. C’era, in quell’abete bianco, un elemento immateriale che aveva a che fare con gli abitanti dell’Altopiano, gli eredi degli antichi Cimbri. Ecco perché dopo il suo schianto, avvenuto durante una tempesta di vento, giornali e televisioni annunciarono: «L’Altopiano ha perso la sua anima». Ma si sbagliavano. L’anima, un certo tipo di anima, prese forma da quel nobile legno grazie alle mani di un maestro liutaio, così come i due violini, la viola e il violoncello che l’avrebbero contenuta. E il Principe canterà per i secoli futuri. A partire da questa vicenda, Ferrari ci invita a seguirlo nel fitto del bosco dove tesse una trama esemplare, un vero apologo che ci esorta a scardinare la contrapposizione uomo-natura e al contempo a liberarci dalla mitizzazione del selvaggio, per trovare nella cura attiva dell’ambiente la via necessaria a preservare il pianeta e noi stessi.
Memorie di Ninfa di Lauro Marchetti
Pochi giardini al mondo esprimono l’idea di giardino dell’Eden come quello di Ninfa: un mondo antico e originario in cui ancora si avverte la presenza del mito. Una volta varcato il cancello d’ingresso di questo luogo di sogno, non c’è visitatore che non percepisca la differenza tra «un mondo di fuori» e «un mondo di dentro». Alla comparsa dell’uomo sulla terra quel mondo unitario e armonioso era la normalità, mentre oggi può essere apprezzato solo in proporzioni assai ridotte e fortemente minacciate. Il fascino unico di Ninfa risiede nel connubio tra l’avvolgente mistero delle imponenti e silenziose rovine e la natura circostante, piena di esuberanti fioriture, profumi inattesi, suono cristallino delle acque, canti di uccelli e voli di farfalle. Con il loro impegno appassionato, i Caetani hanno salvaguardato le vestigia di una storia millenaria, custodendo il genius loti di Ninfa e creando un giardino (inteso come «casa» di tutti gli esseri viventi, dalla magnolia al lombrico, dal cedro all’usignolo) la cui bellezza è offerta al godimento dell’umanità intera.





