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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Senza categoria

I FINALISTI DEL PREMIO INGE FELTRINELLI

Cristiana Abbate
Cristiana Abbate 1 mese fa
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13 Min Lettura
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Annunciate le cinquine finaliste della quarta edizione del Premio Inge Feltrinelli. Raccontare il mondo, difendere i diritti, il riconoscimento internazionale, nato nel solco dell’eredità di Inge Schönthal Feltrinelli, dedicato a valorizzare donne e nuove generazioni impegnate a dar voce a storie di diritti negati, discriminazione e resistenza.

Per la categoria Libri di fiction e non fiction la cinquina finalista è composta da: “Tutti i nostri segreti”, Fatma Aydemir (Fazi). Temi: famiglia, identità, diaspora; “La Cecilia”, Michela Panichi (Nottetempo). Temi: adolescenza, identità di genere; “E ho smesso di chiamarti papà”, Caroline Darian (De Agostini). Temi: violenza domestica, testimonianza; “Nati fuori binario. Infanzie e adolescenze transgender nell’Italia di oggi”, Sabrina Pignataro (Il Margine). Tema: infanzie transgender; “Hanno ucciso habibi”, Shrouq Aila (wetlands afterwords). Tema: guerra a Gaza, testimonianza.

 

Tutti i nostri segreti   di Fatma Aydemir

Incluso da «Der Spiegel» nella lista dei cento libri tedeschi più importanti degli ultimi cent’anni, Tutti i nostri segreti è un grande romanzo familiare in cui dramma e ironia si fondono perfettamente: la commovente storia di una famiglia intrappolata tra passato e presente, tra una patria perduta e sempre rimpianta, e una nuova terra mai davvero sentita propria.

«Pensava che l’amore fosse quando dalla mattina alla sera si hanno solo dei bei pensieri e sentimenti nei confronti di qualcuno. Ma non è così. Che amarezza che cominci a capirlo solo adesso, Sevda, il cui nome vuol dire ‘amore’, eppure non ha mai avuto la minima idea di cosa significhi veramente: che amare è anche scontrarsi, sognare sempre qualcosa di meglio, rodersi perché nulla sarà mai perfetto. Perché non si può mai essere abbastanza. Perché non si può mai essere semplicemente contenti di come stanno le cose.»

«L’attrito è un tema cruciale del romanzo, ma non credo che porti solo alla catastrofe. Specie nei rapporti interpersonali: confidarsi con un’altra persona comporta sempre un rischio. L’altra persona può tradirci, ma potrebbe sostenerci e amarci. Se non accettiamo il dolore e la possibile catastrofe, rinunceremmo a quanto di bello può offrire la vita». – Fatma Aydemir, La Lettura

«Questa storia familiare, tanto toccante quanto perturbante, affascina già dopo poche pagine. Il silenzio e il segreto all’interno della famiglia sono descritti in maniera vivida». – Die Zeit»

«Così bello che è difficile posarlo. Nel suo nuovo romanzo, Fatma Aydemir descrive i conflitti di una famiglia emigrata dalla Turchia e mai veramente arrivata in Germania». – Der Spiegel

«Gli storici della letteratura parleranno di Tutti i nostri segreti di Aydemir se, nel 2122, vorranno raccontare come si scriveva in Germania cent’anni prima». – Süddeutsche Zeitung

Giunto all’età della pensione, Hüseyin ha finalmente realizzato il suo sogno: dopo trent’anni di duro lavoro nelle fabbriche tedesche, si è comprato un appartamento a Istanbul per farvi ritorno con la moglie. Mentre cammina lungo i corridoi dipinti di fresco assaporando l’idea di una vita nuova, però, ha un malore improvviso e muore pronunciando un nome: «Ciwan». Nei giorni successivi, la moglie e i quattro figli accorrono in Turchia per partecipare al funerale. C’è Ümit, adolescente frastornato da fantasie inconfessabili, che gioca a calcio per far piacere al padre; Sevda, la figlia maggiore, a cui non è stato concesso di studiare e che ha rifiutato un matrimonio combinato; Peri, la ribelle, studia all’Università di Francoforte, vive una vita trasgressiva e critica ferocemente i valori dei genitori; Hakan, il fratello maggiore, cerca di inventarsi un futuro, soffocato dalle aspettative riposte dai genitori sul primo figlio maschio; e infine Emine, la madre, taciturna e addolorata, parla con i parenti una lingua che i figli non hanno mai sentito e, insieme al marito, ha custodito il più terribile dei segreti per una vita intera. Un segreto che durante queste giornate verrà lentamente a galla, riaprendo ferite molto antiche e cambiando i destini dei quattro figli, combattuti tra il peso delle tradizioni e il desiderio di libertà.

La Cecilia   di Michela Panichi

Quando nasci il nome non te lo scegli. Quello di Cecilia lo ha deciso suo padre e per questo è speciale. Tre sillabe piene, che sanno “di pulito” come il legame con lui, ma si sporcano quando le pronuncia sua madre, accorciando il nome alle prime quattro lettere. È solo nell’estate dei suoi tredici anni, passata a Ischia come sempre, che Cecilia scopre da suo fratello minore una verità diversa: si chiama come un verme anfibio, una specie animale che non presenta evidenti differenze di genere. Questa consapevolezza non è che un assaggio di ciò che dovrà affrontare durante quei giorni sull’isola: sogni infestati da creature marine, misteriosi litigi tra i suoi genitori, il ciclo imminente e quella femminilità tanto odiata, da cui ormai non può sfuggire. Ma esiste una spiaggia, i Maronti, dove questi problemi sembrano non riuscire a raggiungerla. Lì si ritrova un gruppo di adolescenti invischiati nei primi approcci amorosi. Scambiata per maschio dai suoi nuovi amici, Cecilia decide istintivamente di coltivare quell’equivoco e adotta il nome di suo fratello, Luca. Così, se con i genitori è femmina, ai Maronti è maschio. E lo è soprattutto per Alba, una ragazzina esuberante che vive con sfrontatezza i primi desideri erotici, e che per questo la attrae e la spaventa al tempo stesso.

 

E ho smesso di chiamarti papà. Il memoir della figlia di Gisèle Pelicot   di Caroline Darian

Caroline e Gisèle decidono che questa storia verrà resa pubblica, attraverso un processo a porte aperte in cui la stampa sarà la benvenuta, e poi attraverso le pagine di un libro che racconti, finalmente, la verità: questo libro.

Somiglio molto a mia madre, lo diceva spesso anche lui. Ora però so anche che per la madre dei suoi figli non ha mai avuto il minimo rispetto. “È proprio figlia di sua madre”, dice in questi commenti, riferendosi a me; non dice mai “mia” figlia o “nostra” figlia. È una dissociazione vera e propria: se io non sono sua figlia e lui non è mio padre, allora posso diventare anch’io uno dei suoi oggetti sessuali.

Il 19 dicembre 2024 si è chiuso in Francia un processo epocale, che per mesi ha dominato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Secondo la sentenza, Gisèle Pelicot è stata per almeno dieci anni vittima del marito Dominique, che le serviva di nascosto cocktail di farmaci per poi abusare di lei, documentando il tutto con video e foto. Non solo: Dominique apriva la porta di casa a estranei, oltre cinquanta, adescati su internet; offriva loro ogni volta il corpo inerme e addormentato della moglie. È una storia terribile che tutti i media hanno reso notoria, ma questo libro la racconta dall’interno, perché l’ha scritto Caroline, l’unica femmina fra i tre figli della coppia. «Il trauma», racconta Caroline, «si espande in ogni direzione come un’onda d’urto», e colpisce tutto e tutti: nell’inferno di interrogatori e prove da verificare, nell’incubo di scoprire la verità sul padre, spuntano nuove immagini che ritraggono le due nuore, riprese di nascosto, e persino alcune foto di Caroline. Sorge il dubbio più atroce: forse suo padre ha drogato e violentato anche lei? Tra le pagine di questa «cronaca di orrore e sopravvivenza» spuntano anche i ricordi di un’altra vita, quando Dominique era un padre come tanti, Caroline era una bambina, e tutto sembrava normale. Sono piccole lettere immaginarie, dialoghi impossibili e strazianti verso un padre che, semplicemente, non esiste più. Eppure dentro l’orrore, pian piano, nasce una storia diversa, di rivalsa: madre e figlia capiscono che non devono vergognarsi di questa storia, tutt’altro, perché la vergogna andrà riversata su gli uomini che manipolano, drogano e violentano le loro mogli, fidanzate, figlie, in un delirio patriarcale di dominazione.

 

Nati fuori binario. Infanzie e adolescenze transgender nell’Italia di oggi   di Sabina Pignataro

Non un manuale tecnico né un saggio accademico, ma un libro capace di informare senza banalizzare, di dare spazio senza sovradeterminare.

«Mi chiamavo Lorenzo. Ma io non mi sono mai sentita un maschio. Non era una cosa che pensavo. Era una cosa che sentivo. Come quando ti metti un paio di scarpe strette: all’inizio provi a camminarci, ma poi fa sempre più male. Così era il mio nome».

Sabina Pignataro raccoglie storie, racconti di vita e riflessioni nate da un lungo lavoro sul campo tra famiglie, scuole, professionisti della salute e, soprattutto, giovani che stanno tracciando nuovi percorsi di identità e libertà. Tra vissuti quotidiani e cornici culturali, Nati fuori binario dà voce a chi resta invisibile: per capire, accogliere e trasformare il modo in cui guardiamo all’infanzia e all’adolescenza. Il libro si rivolge a chiunque voglia capire: genitori, insegnanti, operatori sanitari, attivisti, cittadini curiosi.

 

Hanno ucciso habibi   di Shrouq Aila

In segno di solidarietà e supporto al popolo palestinese, l’intera filiera della produzione editoriale, dai redattori ai traduttori, dai designer grafici agli stampatori, ha partecipato alla realizzazione di questo libro a titolo gratuito. I proventi delle vendite, compresi i diritti internazionali, saranno interamente devoluti all’autrice Shrouq Aila.

Cosa significa lottare ogni giorno per sopravvivere in quella landa desolata che è diventata Gaza? Shrouq Aila, giornalista pluripremiata, madre e vedova, ce lo racconta attraverso la sua storia, quella di una donna che cerca di crescere una figlia da sola, nella morsa della carestia e sotto il fuoco degli incessanti bombardamenti israeliani. Con l’urgenza di un disperato appello e la forza disarmante di chi mantiene intatta la propria lucidità nell’epicentro dell’orrore, Shrouq ripercorre l’uccisione del marito, la distruzione della sua casa, le continue fughe e i rifugi provvisori, i tentativi di proteggere e nutrire sua figlia, l’angoscia di non poter rispondere alle sue domande né colmare le sue paure. Nelle parole di Shrouq, la tragedia del genocidio perde l’astrattezza della cronaca e diviene carne, volto, respiro. Ma “Hanno ucciso Habibi” è anche la testimonianza della resilienza umana e del coraggio di un popolo la cui determinazione a ricostruire il proprio futuro sulle macerie rimane incrollabile. Un libro che ci conduce nel cuore di tenebra del nostro mondo, impedendoci di distogliere lo sguardo e insegnandoci cosa vuol dire amare.

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Cristiana Abbate Dic 30, 2025
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Pubblicato da Cristiana Abbate
Veterinaria pentita e mamma convinta.Si ritiene propositiva e per nulla diplomatica .Grande appassionata di viaggi e divoratrice di libri. Malata di shopping e con il conto in banca fisso sul rosso.
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