Alberto Ravasio con ‘Il grande mantenuto’ (Quodlibet), Irene Salvatori con ‘Non ancora 101’ (Marcos y Marcos) e Giulia Scomazzon con ‘8.6 gradi di separazione’ (Nottetempo) sono i tre finalisti del la seconda edizione del Premio Katundo – Opera Seconda, il premio letterario nazionale promosso dall’Associazione Culturale Clizia e dal Comune di San Marzano di San Giuseppe (Taranto), dedicato alle seconde opere di narrativa italiana.
Il Premio Katundo – Opera Seconda è nato per valorizzare un momento cruciale del percorso di una scrittrice o di uno scrittore, la scrittura e pubblicazione del secondo libro. “Se il romanzo d’esordio rappresenta spesso la scoperta di una nuova voce, è con la seconda opera che iniziano a delinearsi una ricerca, una poetica e una direzione letteraria. Eppure, proprio l’opera seconda riceve raramente un’attenzione specifica nell’ambito dei riconoscimenti letterari. Il Premio Katundo vuole colmare questo vuoto, offrendo uno spazio dedicato a un passaggio fondamentale nella costruzione di un percorso autoriale” sottolinea una nota degli organizzatori.
Il nome del premio deriva dalla parola arbëresh ‘Katundo’ che significa comunità e identifica il paese di San Marzano di San Giuseppe, la più grande colonia arbëresh d’Italia: un richiamo alle radici culturali del territorio e al valore della condivisione attraverso la letteratura.
Il Premio Katundo vuole anche “creare nuovi spazi di incontro, confronto e racconto” e prosegue la nota “dimostrare come anche i territori periferici possano essere luoghi capaci di produrre cultura, attrarre attenzione e generare nuove occasioni di dialogo”.
Il vincitore sarà proclamato nel corso delle due serate conclusive del premio che si terranno il 4 e 5 settembre 2026 a San Marzano di San Giuseppe.
Il grande mantenuto di Alberto Ravasio
«Sono finiti i soldi ma tutto il resto c’è ancora.» Il grande mantenuto è un giovane laureato a vanvera che vuole fare lo scrittore ma è nato in una famiglia dove nessuno sa leggere. La sua catastrofica vocazione non è fame di fama o creatività molesta, è la volontà di sbarazzarsi dei troppi padri, il desiderio di nascere direttamente dal proprio cervello e deludere tutti, dai parenti mangiapatate al dio sordomuto. Dopo aver lasciato Bergamo, sua zolla natale, mentre prova a scrivere come fosse un lavoro vero, il grande mantenuto è costretto a farsi mantenere da chi capita andando su e giù lungo le fasce di reddito: vive con una coppia di lesbiche lecchesi, scrive nello spogliatoio di una prostituta bresciana, visita il buco domestico del più grande scrittore europeo nullatenente, frequenta l’ambiente malaeditoriale nel ruolo di spacciatore di manoscritti fino a quando, innamoratosi di una filosofessa dei Navigli, entra nell’immondo mondo altoborghese che si rivelerà essere ancora più mantenuto di lui. Il grande mantenuto del titolo assume così tanti significati quanti sono i personaggi del romanzo. Grande mantenuto è l’aspirante scrittore ma è anche lo scrittore letterario che non può vivere di scrittura perché adesso scrivono tutti, grandi mantenuti sono i professionisti della cultura nati ricchi, grandi mantenuti sono i trentenni intrappolati in un’adolescenza perenne, sempre al verde. Sorta di Martin Eden aggiornato e ormai impossibile, ambientato negli anni dal 2008 al 2020, dalla crisi finanziaria al covid, Il grande mantenuto è dunque il racconto tragicomico e paradossale di una società che, abolito il Novecento con le sue famigerate lotte, torna a una fissità economica quasi ottocentesca: i ricchi sono ricchi, i poveri sono poveri e la cultura è dichiarazione dei redditi per i primi e vertiginoso discensore sociale per i nuovi ultimi.
Non ancora 101 di Irene Salvatori
Berlino, casa tra laghetti e parchi del sud. Una mamma estrosa e sola si barcamena fra tante lingue, tre figli e sei bracchi ungheresi che tengono banco. E branco. Non è uno scherzo tirare le fila di una vita dove non c’è un istante di tregua, si gioca una costante partita a scacchi, accerchiati da una banda di berlinesi DOC e d’importazione. Il distinto signore che molla i New Yorker nell’immondizia, la malefica che ti denuncia al minimo morso, lo spaesato che recita poesie in polacco, l’invidiabile e bellissima ricchissima famiglia che beati loro. Nel frattempo, un coro di pretendenti – tra cui Maikol Gexon e Jörn Meraviglia – parrebbe farsi avanti per adottare il ruvido e abbandonato Aaron. Perché Aaron sarebbe un compagno di vita fantastico, parla come un cavaliere di ventura. Ma tutti in questo romanzo hanno un linguaggio che allarga la vita. Anche Berlino, impagabile Wunderkammer, o la casa, sommo rifugio indiavolato di casino, animato da loro, i “Non ancora 101”. Ibi è montata storta e parla mescolando male le parole. Rosa perfida stende con lo sguardo. Gábor muore di fame e non ricorda un tubo, Aviv unica gioia della vita. Infine, Bernardo, colosso introverso e invisibile.
8.6 gradi di separazione di Giulia Scomazzon
La fine di una lunga e turbolenta relazione e un’inattesa battuta d’arresto spingono Alice, insegnante poco più che trentenne, ad affrontare il problema del suo decennale abuso di alcolici. Intraprende così un percorso discontinuo e disilluso tra psicologi, psichiatri, Alcolisti Anonimi, Servizi territoriali per le Dipendenze e lavoro agricolo, ma nulla sembra convincerla della necessità esistenziale di scegliere la sobrietà. Sempre più sola, scivola a poco a poco nelle rodate logiche della provincia veneta in cui vive e che credeva di detestare: la lealtà a un lavoro che la frustra e una socialità sostenuta dal rito compulsivo degli aperitivi. Più Alice si impegna nella negazione ironica della sua dipendenza, più gli spazi della sua quotidianità la confinano. Casa, scuola, supermercato dove rifornirsi di alcolici, bar e ancora casa le offrono un riparo a costo, però, della sua invisibilità. Fin quando la speranza (o forse l’illusione) di un nuovo inizio metterà in dubbio la sua vocazione alla scomparsa.





