Gli esiti delle ultime indagini della Procura di Milano, a partire dalle rivelazioni di novembre 2025, sono davvero sconcertanti man mano che emergono dettagli sempre più raccapriccianti sulla vicenda dei cosiddetti “cecchini del weekend” o “turisti della guerra”, cittadini italiani e stranieri che affrontavano viaggi per andare a sparare, dietro pagamento di una somma elevata di denaro, ai civili a Sarajevo tra il 1993 e il 1995 nell’allora Jugoslavia, in quelli che sono stati amaramente chiamati “safari umani”.
Il primo italiano iscritto nel registro degli indagati – con l’accusa di omicidio volontario continuato e aggravato dai motivi abbietti – sarebbe un uomo di 80 anni, residente nella provincia di Pordenone. Ex autotrasportatore ormai in pensione, nostalgico dell’estrema destra e appassionato di caccia, oggi deve affrontare il suo primo interrogatorio davanti ai pm.
L’80enne lavorava per una azienda metalmeccanica, è accusato di avere “in concorso con altre persone allo stato ignote“, in esecuzione di un “medesimo disegno criminoso, cagionato la morte di civili inermi, tra cui donne, anziani e bambini, sparando con fucili di precisione dalle colline situate intorno alla città di Sarajevo durante gli anni 92-95″; si è difeso dicendo “andavo in Bosnia per lavoro, non per cacciare“.
L’uomo individuato nella provincia di Pordenone non sarebbe l’unico resosi responsabile di crimini così gravi e aberranti. Secondo le fonti giudiziarie, l’elenco dei potenziali indagati potrebbe essere particolarmente lungo.
Nell’attesa dell’ufficialità, sono in corso accertamenti, che proverebbero il coinvolgimento di altre persone – circa un centinaio – provenienti da diverse regioni e città italiane. Al vaglio degli inquirenti ci sarebbero, in questa fase, le posizioni di un banchiere di Trieste, un residente nella montagna friulana, un torinese, un milanese e altre cinque persone segnalate all’epoca dai servizi segreti.
A incastrare l’autotrasportatore informazioni ottenute dagli investigatori nel corso di varie audizioni di testimoni relative al fatto che lo stesso si fosse, in passato, vantato in più occasioni con altre persone che in quel periodo andava “a fare la caccia all’uomo” nella città jugoslava in guerra. A confermare la sua passione per “il tiro a segno”, la perquisizione nella sua abitazione dove sono state trovate diverse armi, tutte possedute legalmente, tra cui due pistole, una carabina e quattro fucili.
La Procura milanese è tuttora in fermento, impegnata com’è per cercare di ricostruire la vicenda e i protagonisti di essa.
Nell’ambito delle indagini, numerosi accertamenti si concentrano sui documenti di viaggio e i registri ai valichi di frontiera. In particolare, si stanno recuperando e controllando vecchi biglietti aerei, ma anche passaggi in auto o camion dai valichi, per i quali all’epoca dei fatti era richiesto il passaporto per il transito dall’Italia ai Paesi balcanici. Tutti questi documenti, recuperati e verificati, potrebbero dimostrare la presenza di alcune persone che sono sotto la lente di ingrandimento del team coordinato dal procuratore capo Marcello Viola e dal pubblico ministero Alessandro Gobbis.
Per quanto riguarda il numero delle persone coinvolte,si parla di numerosi italiani “oltre il centinaio”, anche se è quasi certo che i cecchini non arrivavano solo dall’Italia, ma anche da altri Paesi europei come Inghilterra e Germania. “Chi arrivava dall’occidente passava soprattutto per Milano e Trieste” – dalle dichiarazioni acquisite che trapelano – “Da lì prendevano l’aereo per Belgrado e arrivavano nel territorio occupato dalla Serbia con i fuoristrada o gli elicotteri“.
Le indagini sono nate a novembre 2025 in seguito a un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni che in un suo reportage riportava le parole di Edin Subasic, ex agente segreto dell’intelligence bosniaca, che raccontava che il Sismi (l’ex servizio segreto italiano, ora Aisi) a inizio 1994 aveva ricevuto dai servizi bosniaci informazioni su “tiratori turistici” che andavano a Sarajevo, al tempo sotto assedio serbo (dal 1992 al 1996), per sparare a uomini, donne e bambini. I servizi italiani avevano, poi, “interrotto” quegli orribili “safari”.
Risultava, infatti, aperto un fascicolo d’indagine sui cosiddetti “turisti della guerra” che pagavano per andare in Jugoslavia a uccidere persone “per divertimento”, accompagnati sulle colline intorno a Sarajevo per “sparare ai civili” dietro il pagamento di elevate somme di denaro.
Al riguardo, la criminologa Martina Radice aveva peraltro tracciato il “criminal profiling” dei soggetti coinvolti, per la quale i “cecchini del weekend” a Sarajevo erano persone ricche, con una elevata disponibilità economica, appassionate di caccia e appartenenti ai “piani alti della società”.
Le cifre versate parrebbero oscillare, in base alle conversazioni di Gavazzeni con un ex membro dei servizi segreti bosniaci, intorno a cifre da capogiro con uno specifico tariffario per donne, uomini e bambini per cui sparare ai civili adulti e anziani era in omaggio, si potevano sparare gratis. I militari costavano l’equivalente di 60.000 euro attuali a testa. I bambini erano i più costosi con circa 100.000 euro previsti.
Certo a guardare il profilo dell’80enne indagato e anche alle sue disponibilità economiche, non sembrerebbe appartenere al contesto di “noia accumulata” dell’alta borghesia tratteggiato dalla criminologa, ma nulla toglie che “potrebbe aver avuto contatti” con i piani alti della società: la pratica del “safari umano” veniva raccontata solo a voce e, pertanto, l’80enne dovrebbe aver avuto modo di frequentare “determinati luoghi e persone”. Il suo profilo resta perfettamente coerente con le indagini e peraltro compariva già tra quelli attenzionati e indicati alla Procura da tempo.
Stando a quanto ricostruito, l’80enne sarebbe un nostalgico dell’estrema destra al punto di dichiararsi fascista e a vestire una camicia nera. Si sarebbe recato più volte in Jugoslavia e si sarebbe vantato della “caccia” agli umani. Secondo la Radice, “le idee politiche estremiste non sono il movente delle sue azioni, che rimane sempre la ricerca costante di adrenalina. Ne è prova anche il fatto che si vantava senza pudore di quanto commesso“.
Ad accusarlo sono soprattutto le testimonianze raccolte nell’esposto che ha avviato l’inchiesta milanese ma gli inquirenti lasciano trapelare che gli elementi non si limitano solo ai suoi racconti, ai suoi atteggiamenti e alle sue idee politiche estreme.
A corroborare il quadro accusatorio, infatti, oltre alle dichiarazioni di chi dice di averlo sentito in più occasioni vantarsi delle spedizioni armate, ci sarebbero infatti riscontri documentali con l’obiettivo di tracciare con precisione i profili e le identità dei cosiddetti “turisti tiratori”, attraverso cui risalire ad eventuali intermediari e a verificare i flussi di denaro che, stando alle testimonianze, alimentavano i viaggi macabri della morte sulle colline di Sarajevo sotto assedio.
Tra le persone attenzionate, ma nessun’atra indagata, oltre al professionista dell’area torinese, figura un ex alpino della Carnia che all’epoca avrebbe operato con l’Unprofor e il cui ruolo è ora al vaglio per possibili condotte estranee al mandato di pace. C’è poi un presunto banchiere triestino, di cui si stanno ricostruendo movimenti e contatti in rapporto a trasferte in Bosnia.
Resta davvero incredibile ritrovarsi a parlare della indecenza del male…tutt’altro che banale in questa triste storia, dove l’adrenalina del viaggio è legata indissolubilmente alla tristezza e disperazione di chi in quei giorni ha pianto i propri cari per mano di chi si divertiva a sparare ed era legittimato ad uccidere civili, tra cui persino bambini, ognuno con un proprio costo.
Se la mente va a quegli anni del conflitto terribile nella ex Jugoslavia, si rievocano immagini terribili dei cecchini appostati per colpire a morte o ferire brutalmente vittime innocenti, intente nelle loro gestualità quotidiane e proprio in quella vulnerabilità colpiti a morte senza pietà…anzi si scopre per puro piacere e divertimento. Come dei veri “bersagli” , accadeva che, se una famiglia camminava per strada, veniva colpito sempre il più giovane; e che, in un gruppo di ragazze, sembrava che la più attraente fosse quella che veniva colpita. A volte la crudeltà dei cecchini portava non ad uccidere i bambini ma a ferirli gravemente, aumentando la disperazione della famiglia che provava a salvarlo con tutte le difficoltà per un paese in guerra di mettere in salvo chi fosse ferito. Tutte le logiche criminali che si disvelano dai racconti dei testimoni di quel momento storico narrano l’abisso della crudeltà e l’atroce calcolo disumano di mirare ad un bersaglio con lo scopo di annientare, distruggere, eliminare.
Ma quanto la guerra può scatenare le ombre più nere dell’essere umano…a pochi giorni dalla celebrazione della giornata della memoria e del prossimo 10 febbraio con il ricordo delle vittime delle Foibe, e volgendo lo sguardo ai nostri giorni, alla guerra in Ucraina dove le temperature glaciali, anche 25 gradi sotto zero, stanno mietendo nuove vittime o a Gaza, dove regna distruzione, disperazione e fame per la folle vanità di una idea di riscatto che non ha più senso…viene da chiedersi cosa si nasconde nell’animo umano, quanto male c’è tutto intorno e quanto marcio regna persino negli insospettabili…come sia possibile mettersi in viaggio per andare a sparare deliberatamente a civili innocenti, pagare per divertirsi ad assassinare bambini incolpevoli…non so cosa si scoprirà e se qualcuno pagherà, ma resta l’indicibile banalità del male che si ripropone sempre più forte, sempre più indescrivibile, sempre più avvilente…rispetto alla quale resta un dovere primario di tutti trovare un antidoto da iniettare all’umanità per recuperare finalmente se stessa.

