Il volto anonimo di un mostro che scelse le sue prede per somiglianza. Una scia di sangue durata tre anni, interrotta solo dal coraggio di chi riuscì a guardare la morte negli occhi e tornare indietro per raccontarlo.
L’autostrada è una linea di asfalto che taglia la California, un nastro che promette libertà. Ma tra il 1976 e il 1979, per molte giovani donne, quella strada divenne una trappola mortale. Non c’era nulla di casuale nella furia di Thor Nis Christiansen, un uomo che sembrava uscito da un incubo suburbano: 125 chili di massa informe, un benzinaio di Solvang con la passione per le armi e un’ossessione deviata per la necrofilia.
Il codice del predatore
Il modus operandi era di una freddezza glaciale. Christiansen non cacciava a caso. Cercava donne giovani, capelli lunghi e lisci, una corporatura precisa. Voleva dei “sosia”. Le caricava in auto con la promessa di un passaggio, poi, senza un cenno di pietà, un proiettile calibro .22 trapassava il cranio della vittima. Ma il vero orrore iniziava dopo: il cadavere diventava un oggetto, un feticcio da portare in luoghi isolati – il Refugio Canyon, la diga di Big Tujunga – per consumare atti che la mente umana fatica persino a concepire.
Il primo a cadere fu il silenzio su Jacqueline Rook, 21 anni, scomparsa nel novembre del 1976 e ritrovata mesi dopo. Poi toccò a Patricia Laney e Mary Sarris. La California meridionale iniziò a tremare. Isla Vista, una comunità studentesca vibrante, si trasformò in un luogo di lutto e proteste. Le donne non erano più al sicuro nemmeno in pieno giorno; la paura aveva cambiato le regole del gioco.
La sopravvissuta che ha sfidato l’inferno
Il destino di Christiansen, però, non era scritto nel sangue delle sue vittime, ma in quello della donna che riuscì a sfuggirgli. Lydia Preston, 24 anni. Il 18 aprile 1979, lui le offre un passaggio. Pochi minuti dopo, il boato secco della .22. Il proiettile le squarcia l’orecchio, un dolore atroce che le inonda il viso di sangue. Ma Lydia non muore. Salta fuori dall’auto in corsa, una scelta disperata che le salva la vita.
Il cacciatore divenne la preda qualche mese dopo, in un bar di Hollywood. Lydia entra, si guarda intorno e lo riconosce. È lui. Quell’uomo, quella faccia, quell’orrore. La chiamata alla polizia è la fine della corsa per il mostro di Solvang.
Il processo e il verdetto del coltello
Davanti ai giudici, Christiansen tentò la via dell’infermità mentale, un tentativo disperato di nascondersi dietro diagnosi di “disturbo esplosivo intermittente”. Ma le testimonianze psichiatriche non lasciarono scampo: c’era lucidità, c’era pianificazione. Il verdetto fu chiaro. Il 18 giugno 1980, l’ergastolo in un carcere di massima sicurezza.
Ma la giustizia degli uomini non fu abbastanza rapida quanto quella delle ombre. Il 30 marzo 1981, nel cortile della prigione di Folsom, un anonimo compagno di cella mise fine alla vita del carnefice con una pugnalata al petto. Nessuno vide. Nessuno parlò. Il sicario rimase un fantasma.
Oggi, di quegli anni bui, resta il ricordo doloroso di Patricia Laney, diventata un simbolo della lotta contro la violenza di genere. A Isla Vista, il Juggling Festival continua a tenersi, anno dopo anno. Un modo per dire che, nonostante il male, la vita – quella vera – non si è mai fermata.

