Il mito della boxe e la via del guerriero: perché rileggere Rocky Joe

Questo mese torna in fumetteria, per Edizioni Star Comics, un grande classico del fumetto giapponese: Nella sua collana Perfec Edition l’editore ha infatti deciso di ospitare Rocky Joe (Ashita no Jō), lunga epopea sportiva che a dalla fine degli anni ’60 tenne con il fiato sospeso più di una generazione di lettori. Questa bella e curata ri-edizione ci è sembrata un’ottima occasione per riscoprire questa – un po ingiustamente dimenticata – perla del fumetto giapponese.

Alcune coordinate preliminari: Rocky Joe, scritto da Asao Takamori (con lo pseudonimo di Ikki Kajiwara) e disegnato da Tetsuya Chiba venne pubblicato da Kodansha tra il 1º gennaio 1968 e 13 maggio 1973 come shonen in 20 tankobon. La serie arrivò in Italia solo nel 2002, e venne pubblicata sempre in 20 volumi proprio da Star Comics tra il 19 ottobre di quell’anno e il 20 maggio 2004. Il pubblico italiano aveva però già fatto la conoscenza del personaggio, grazie alle due fortunate serie anime che arrivarono nel nostro paese rispettivamente nel 1982 e nel 1991.

La serie racconta il percorso sportivo e umano di Joe Yabuki, un ragazzo che a quindici anni si ritrova orfano e nulla-tenente tra i bassifondi di una Tokyo in piena espansione economica. Joe troverà lentamente nella boxe – grazie al maestro Dampei Tange – una possibilità di riscatto, ma soprattutto un senso alla propria esistenza. Questo il plot in soldoni. Il modo in cui viene raccontata dai due autori però, l’intensità dei personaggi e la crudezza quasi spietata delle situazioni, trasformano la vicenda in un autentico pugno allo stomaco, un colpo che non è possibile schivare. Ashita no Joe (che a proposito, si traduce con Joe del Domani”) non è solo un racconto di boxe ma, come tutti i migliori racconti del genere, è una storia di vita, di fame e di umanità che della boxe riprende persino lo schema, la tecnica.

I due autori optano fin da subito per una asciutta spietatezza, che non abbandoneranno mai. L’inquadratura di apertura è una panoramica di Tokyo che a volo d’uccello si posa sul quartiere più piccolo e sporco della metropoli:

Tokyo…la mastodontica Tokyo, la megalopoli d’oriente”.

l’incipit sembra esprimere l’orgoglio nazionalista del popolo giapponese, ma basta voltare pagina per accorgersi dell’errore:

Ma proprio in un angolo…c’è un quartiere…paragonabile ai rifiuti che le folate del gelido vento invernale…accumulano ai bordi polverosi delle strade…o all’immondizia mista a pezzi di legno scolorito che la corrente del fiume lascia sedimentare lungo gli argini”.

Un descrizione perfetta, che tramortisce fin da da subito, ingannando con una finta, poi schivando e colpendo dritto allo stomaco, sostenuta dal tratto sintetico, immediato del disegno. Senza mezzi termini, il quartiere in cui si svolge l’azione è un immondezzaio, freddo e senza alcuna importanza:

Sapevate che esiste un posto del genere?”

continua il narratore, che infine conferma:

Questa storia…inizia in un angolo di quel quartiere”.

È solo a questo punto che il protagonista entra in scena, in una posa che sembrerà piuttosto familiare al lettore abituale e attento di manga: sacca in spalla e giacca gonfiata dal vento (sicuramente lo stesso vento gelido che accumula rifiuto ai bordi delle strade) Joe fa la sua comparsa con una espressione inconfondibile di fastidio e sufficienza sul volto. È solo, non ha bisogno di nessuno perché sa che nessuno ha bisogno di lui. Una storia di rifiuti e di rabbia, fin da subito. Una storia di fame quindi, quella fame che il mito della boxe richiede sempre ai suoi eroi, come una sorta di tributo. L’atteggiamento però (e non è un caso) è anche quello tipico della maggior parte degli eroi dello shonen, almeno all’inizio: solitari, strafottenti, spesso straccioni e polverosi, ma magnifici nella loro potenza vitalistica, calma e insieme pronta ad esplodere. Nel 1985 Masami Kurumada creerà un personaggio quasi identico, perfino nelle caratteristiche grafiche, che si rivelerà una fra le più fortunate e potenti icone del fumetto mondiale: Saint Seiya, cavaliere di Pegasus.

Ma siamo ancora alla fine degli anni 60, la città è Tokyo e non Nuova Luxor, e senza alcun cosmo sovrannaturale da ardere, né una missione sacra da portare a termine, Joe Iabuki cammina per la strada affamato e infreddolito. Fra una rissa e l’altra scopriremo, poche pagine più avanti, che questa impressione iniziale è azzeccata: Joe non è esattamente un personaggio positivo, non è un eroe “puro”, così come non sono “puri” tutti gli altri, ma umanissimi, complessi, gettati in un mondo fatto di stenti, costantemente ai limiti della sopravvivenza. Ancora qualche altra pagina e cominceremo ad avvertire invece quanto ci stessimo sbagliando… la narrazione sarà tutta così, coerentemente aporetica, sorprendente, amara, dolce, spietata, benevola. Come la vita.

I riferimenti letterari sul mondo del pugilato ai quali ricondurre Rocy Joe sarebbero tantissimi. Mi limito a ricordare in questa sede solo le storie di Boxe di Jack London, autore che come pochi è riuscito a trasmettere il vitalismo esplosivo e sanguigno di questo sport. Per altro proprio La sfida di London sembra la probabile fonte di ispirazione di Clint Eastwood per Million Dollar Baby. Moltissimi autori si sono cimentati nel raccontare questa nobile arte. Aggiungo almeno Hemingway per arrivare a tre. In realtà però a leggere bene Rocky Joe, il riferimento letterario non sta tanto nei classici della boxe quanto nei classici della letteratura giapponese. O meglio in uno in particolare, che guarda caso è fra quelli che più hanno ispirato (assieme al Saiyuki), la produzione fumettistica nipponica: Musashi di Eiji Yoshikawa.

Anche qui forse servono alcune coordinate preliminari . Pubblicato in Italia da Bur Rizzoli per la prima volta nel 1985, Musashi è un lungo romanzo d’appendice, uscito originariamente fra il 1935 e il 1939 sulle pagine del prestigioso giornale nipponico Asashi Shinbun.

Nella lunga narrazione (l’edizione italiana volumizzata consta di 840 fittissime pagine) Yoshikawa ricostruisce – in maniera ovviamente molto romanzata – la vicenda umana e spirituale di Takezo, al secolo Miyamoto Musashi, figura storica di spadaccino a cui la cultura giapponese è da sempre molto legata. Yoshikawa rende in linguaggio popolare e appassionante lo spirito che permea lo scritto più importante dello stesso Musashi: quel “Libro dei cinque anelli” (Gorin-no-sho) – infinitamente ripreso in tante suggestioni narrative – col quale l’illustre spadaccino tentò di trasmettere tutta la conoscenza e la passione per l’arte della spada accumulate in un’intera vita di viaggi e addestramenti.

Il successo del romanzo e il suo profondo radicamento nella cultura (popolare e non) del Giappone sono fra l’altro provati dal numero di manga che ne riprendono temi e suggestioni, quando non si limitano a una vera e propria traduzione fumettistica dell’opera originale. Esempi eccellenti sono il Musashi di Ishimonori Shotaro o Vagabond di Takehiko Inoue. Nemmeno Kentaro Miura è esente dai suoi influssi, i quali percorrono in maniera più o meno evidente la trama del suo Berserk.

Non è difficile comprendere l’appeal dell’opera sui suoi connazionali, e nemmeno il fascino che il personaggio (sia storico che letterario) è stato in grado di esercitare sull’occidente; incarnazione della via del guerriero (il bushido) Musashi dedicò la sua intera esistenza ad un percorso spirituale di auto-perfezionamento attraverso l’arte della spada, sacrificando a tale disciplina ogni cosa: comodità, affetti, famiglia, riconoscimento sociale, per certi aspetti perfino la sanità mentale. Figura violenta e irruenta, eppure spesso contemplativa, capace tanto di raffinate e lucidissime (e non meno spietate) strategie di battaglia, quanto di gesti di insana e irrazionale follia, egli è il volto stesso della passione e della dedizione, affascinante nella sua indistricabile ambivalenza.

Dalle pagine dello stesso Libro dei cinque anelli si comprende che l’illuminazione dall’autore ricercata nella via della spada, non è indissolubilmente legata a questa disciplina, e che anzi può essere raggiunta attraverso una consapevole, quotidiana ed eterna dedizione a qualsiasi attività, a qualunque arte: dalla cerimonia del tè alla carpenteria.

Ecco allora l’intuizione geniale di Takamori e Chiba: allontanarsi dalla fonte originale per rimanerle fedele più di chiunque altro; raccontare la sua vita di Takezo senza mai nominarlo, parlare dell’arte della spada attraverso un’altra arte, altrettanto marziale ma non altrettanto giapponese, per provare il carattere universale di quella intuizione. Rocky Joe dunque non è altro che un Musashi ricontestualizzato in una realtà storica diversa, non meno cruenta ma più familiare ai suoi lettori. La via del guerriero è sostituita da una carriera della boxe, anch’essa fiorita all’ombra dei grandi successi economici, tra la polvere e il fango della sconfitta (Il romanzo di Musashi comincia proprio all’indomani della battaglia di Sekigahara), e che non offre necessariamente benessere o felicità o salvezza. Solo una lunga via, da percorrere con passo calmo ma deciso per tutta l’esistenza, un giorno dopo l’altro. Il risultato è una sorta di lungo romanzo di formazione, un’epopea dolce-amara che non si perde nella celebrazione stucchevole di un raggiunto riscatto personale, né in una glorificazione eroica; ma che attraverso tentativi e fallimenti, match vinti e k.o., racconta la vita, la sua imprevedibilità, la sua crudezza, la sua inguaribile ingiustizia. Ma anche, e soprattutto, la sua rude, inevitabile, interminabile bellezza.

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Biografia Carmelo Nigro

Nato sul finire della lontana e oscura epoca umana conosciuta come “anni '80”, è riemerso, più o meno trionfante, dal labirinto universitario durante la seconda decade del terzo millennio, riportando una laurea in giurisprudenza come macabro trofeo. Nerd incallito e irredento, fagocita libri e fumetti di ogni tipo, delirando di improbabili super-poteri da ben prima che Downey Junior rendesse popolare la faccenda sfrecciando ubriaco nei cieli di Hollywood... Il suo primo atto ufficiale come membro del team di Senza Linea è stato inventare la parola “Nerdangolo”, rubrica di cui tutt'ora si occupa per la gioia di sé stesso. mail: c.nigrox@gmail.com

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