IL NAPOLI A VERONA PER DIMENTICARE LA SUPERCOPPA: SALVATE IL SOLDATO INSIGNE

Si infrange dagli 11 metri il sogno del Napoli di portare a casa la terza Supercoppa nella storia del club azzurro, che pure ai rigori aveva conquistato gli ultimi due trofei (Supercoppa 2014 e Coppa Italia 2020), sempre contro la Juventus.

Decisivo infatti, sull’1-0 per i bianconeri a 10 minuti dal termine, l’errore dal dischetto di Lorenzo Insigne, che segnando avrebbe realizzato così il suo centesimo gol in maglia azzurra e soprattutto avrebbe riportato la sfida in parità: ininfluente, in pieno recupero, il raddoppio di Morata, con il Napoli tutto disperatamente riversato in avanti.

Quando viene fallito un rigore decisivo si sprecano, più o meno a sproposito, le citazioni di De Gregori e della sua “La leva calcistica della classe ’68”: troppo spesso però, oltre a sottolineare la (discutibile) affermazione su come non vada giudicato un giocatore dalla capacità di segnare un rigore, ci si dimentica della seconda parte del testo: “un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”.

E’ proprio sul coraggio di molti giocatori del Napoli, e forse soprattutto del suo allenatore, che vale la pena soffermarsi: la sfida di Reggio Emilia non è stata persa solo a causa del rigore fallito da Insigne, ma soprattutto per via dell’approccio timido mostrato sin dall’avvio dagli azzurri, nei confronti di una Juventus in un periodo di palese difficoltà.

Non si tratta, purtroppo, di una novità: troppo spesso in questi anni le sfide decisive sono state giocate dai partenopei con eccessiva paura, lasciando alla fine una scia di rimpianti per tante occasioni perse.

Quest’anno però questo limite è emerso con una puntualità sconcertante, visto che il Napoli, tra campionato e Supercoppa, ha perso con tutte le big storiche (Milan, Inter e Juventus), dando sempre l’insopportabile sensazione di non aver osato, di non aver fatto tutto il possibile per vincere e sfruttare le proprie potenzialità.

Gattuso ha parlato sia prima che dopo il match del “rispetto” con cui andava affrontata la Juve: il confine tra rispetto e timore è però molto labile, e se poteva essere condivisibile dal punto di vista tattico un avvio attendista, con il pallino lasciato agli avversari, gli azzurri sono mancati nella seconda parte del piano tattico, ovvero le ripartenze, viste in parte solo nel primo tempo, e che hanno comunque consentito a Lozano di procurarsi la migliore occasione dell’incontro, con il colpo di testa miracolosamente respinto da Szczesny.

La ripresa è stata invece un monologo bianconero, con il Napoli inerme quasi ad attendere l’inevitabile, e incapace anche dopo il gol (complici le incomprensibili sostituzioni che hanno privato gli azzurri del centrocampo) di reagire con la veemenza necessaria: il penalty poi sbagliato è stato infatti frutto della furbizia di Mertens, e non di un arrembaggio pure auspicabile a quel punto.

Sono mancati all’appello quasi tutti i giocatori chiamati a condurre la squadra, con le sole parziali eccezioni di Lozano e Koulibaly, ed è per questo che addossare al solo Insigne la responsabilità della sconfitta sarebbe sbagliato oltre che ingeneroso.

Il fatto che Lorenzo abbia sbagliato il terzo rigore contro la Juventus, sui 4 totali falliti con la maglia del Napoli (a fronte di 22 realizzati), oltre alla ovvia considerazione sulla necessità di scegliere un altro tiratore contro i bianconeri in futuro, impone però inevitabilmente alcune riflessioni più ampie.

Va innanzitutto sgombrato il campo da qualsivoglia dubbio sul valore assoluto del n. 24 azzurro: Insigne è un ottimo giocatore, il talento più fulgido sfornato dal settore giovanile del Napoli negli ultimi 35 anni, e si appresta a superare il traguardo dei 100 gol con la maglia della squadra della sua città, molti dei quali siglati in sfide decisive (doppietta in finale di Coppa Italia contro la Fiorentina) o contro avversari prestigiosi, su tutti il Liverpool ed il Real Madrid al Bernabeu.

La maggior parte di queste prodezze, o comunque delle prestazioni più convincenti, Lorenzo le ha però fornite quando la leadership tecnica ed emotiva della squadra era affidata ad altri compagni, come Albiol, Reina, Hamsik, solo per citarne alcuni.

La decisione di affidare ad Insigne la fascia di capitano dopo l’addio di Marek, e farne uno dei pilastri dello spogliatoio, è inizialmente apparsa a tutti logica e condivisibile, anche in virtù della sua già lunga militanza in squadra.

Va purtroppo ammesso, però, che dopo due anni costellati di malumori per fischi e sostituzioni, di intemperanze con gli arbitri, e di prestazioni incolori nei momenti decisivi (alternate a prove scintillanti con la testa più libera), il dubbio di aver affidato a Lorenzo una responsabilità eccessiva è quanto mai legittimo, e corroborato dalle lacrime di fine partita, che inducono ognuno di noi ad abbracciare virtualmente il ragazzo per consolarlo, ma che appaiono anche come lo sfogo di una tensione insopportabile.

Avere dei limiti è umano, si può essere leader o gregari, e non c’è da vergognarsi di appartenere alla seconda categoria: forse sarebbe giusto liberare Lorenzo da questo peso, affidare ad altri la fascia, e non chiedergli più di essere quello che non è: citando stavolta il titolo di un celebre film, verrebbe da dire “salvate il soldato Insigne”, che appunto è probabilmente un (bravissimo) soldato, e non un capitano.

Visto che, probabilmente, nulla di tutto questo avverrà, non resta da fare altro che sostenere Insigne ed augurarsi che riesca a fugare tutti i dubbi sulla sua leadership: il Napoli ha certamente bisogno di lui, e deve ripartire in fretta, difendendo il terzo posto in campionato a partire già dalla sfida di domani (ore 15) del Bentegodi contro l’ostico Verona di Juric.

Tra l’altro Lorenzo è andato a segno già due volte in trasferta contro gli scaligeri, nel 3-0 del 12 Gennaio 2014 e nel 2-0 del 22 Novembre 2015, mostrando con orgoglio l’amore per la propria maglia ai tifosi avversari, ostili come sempre.

Gattuso recupera Di Lorenzo, squalificato domenica scorsa, e potrà contare su tutti gli effettivi ad esclusione di Fabian e soprattutto di Osimhen, il cui rientro appare dunque imminente vista la guarigione dal covid comunicata ieri dalla società.

Restando in tema di attaccanti, giovedì il Napoli ha definitivamente salutato Milik, finito al Marsiglia: un epilogo meno catastrofico di quanto ormai prevedibile, visto che gli azzurri hanno scongiurato la cessione a parametro zero, ma resta la sensazione di una vicenda gestita in modo maldestro, con un addio tardivo e troppo velenoso.

Meglio guardare avanti, comunque, in tutti i sensi: il Napoli, tra campionato, Coppa Italia ed Europa League, ha ancora più di una cartuccia da sparare, per fare in modo che di questa stagione non vengano ricordate soltanto le occasioni perse, come quella di mercoledì.

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Biografia Jacques Pardi

Jacques Pardi
La laurea in ingegneria gli ha fatto perdere i capelli ma non le tante (troppe?) passioni, dallo sport (soprattutto il Napoli, calcio e basket, ma più che di passione qui parliamo di...malattia), al cinema, dalla musica alle serie tv, fino (inevitabilmente) ai fumetti. La moglie e le due figlie queste passioni spesso le supportano, altrettanto spesso le...sopportano. Un autentico e fiero "nerd partenopeo" insomma, incurante dell'età che avanza, con un sogno nel cassetto: scrivere di quello che ama

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