lunedì , 17 Febbraio 2020

Il Napoli è quasi morto, ci salvi chi puo’

Una squadra morta. Una società cieca. Un allenatore confuso. Una tifoseria inesistente.

La gara di ieri sera ha certificato definitivamente la fine di questo progetto, qualora ve ne fosse uno. Una squadra impresentabile, una difesa messa con tre giocatori su quattro fuori ruolo, una sconfitta senza attenuanti  con fantasmi dal lenzuolo azzurro che non fanno nemmeno finta di giocare. Fare una analisi tecnico-tattica della gara sarebbe inutile, non sapremmo cosa dire oltre al fatto che la vittoria della Fiorentina è nettissima e senza alcun rimpianto da parte del Napoli.

La squadra è morta. Burattini immobili in campo, la testa all’iban e al mancato stipendio di ottobre. I calciatori azzurri, da quando sono stati toccati nei loro valori piu’ profondi, ovvero il conto in banca, hanno di fatto smesso di giocare. Tutti, senza troppe esclusioni. A Napoli abbiamo l’abitudine a creare i re, i Masaniello di turno: qui si vedono solo mercenari, gente senza voglia, da Callejon (trombato dalla Cina) a Fabian (che sogna Real e Barca), passando per i grandi assenti come Koulibaly, disastroso quest’anno peggio di Prunier, o Ciro Mertens, chiamatosi fuori dalla contesa per un misterioso infortunio e goleador non esultante. Poi ci sono i malati immaginari come Ghoulam, Tonelli (che in panchina ci va sempre ma in campo mai, nemmeno in occasioni come quelle di ieri) o Maksimovic.

Un allenatore che fa il fenomeno in conferenza e disastri in campo: il suo 433 non si puo’ guardare: si affida a Insigne che invece andrebbe supportato e ai tagli di Callejon di sarriana memoria con risultati deprimenti. E’ come quando si partecipa ad una rimpatriata delle scuole elementari ma ti accorgi che la bona della classe è diventata una balena con enormi pacche. Sempre fuori Lozano e anche Younes, spariti dai radar azzurri come due appestati. Per non parlare di Elmas, da enfant prodige ad esubero. O di Meret, mortificato in panchina perchè Ospina gioca meglio coi piedi…in una squadra che non fa due passaggi in fila!!! Verrebbe quasi da ridere.

La società è cieca: due centrocampisti sono arrivati ma è poco e oltretutto tardi. Servono giocatori nuovi, che abbiano voglia di giocare: un terzino sinistro, un attaccante (i solo Milik, abbandonato al suo destino e l’inutile Llorente non bastano) e un difensore centrale vista l’inconsistenza di Luperto, l’inutilità di Tonelli e i frequenti infortuni degli altri. Ma è tardi. La barca sta affondando, e mentre scrivo benedico che il var abbia tolto un rigore al Lecce.

Otto punti nelle ultime dodici, solo la Spal ha fatto peggio. Con questi numeri nessuno si salva.

Il tifo poi è un altro molare doloroso. Autoreferenziali i tifosi azzurri, disertano il San Paolo perché si rifiutano di rispettare le regole. I tifosi ospiti (Fiorentina ieri, ma anche Perugia martedì) la fanno da padroni.

Questa squadra rischia di trovarsi invischiata in zona retrocessione e il giorno che ci arriverà, speriamo di no, nessuno potrà piu’ salvarla. Non sarebbe in grado. Non sa cosa sia la lotta. All’orizzonte, dal ritiro azzurro, deciso chissa’ da chi (i giocatori?? E chi ci crede) si vedono Lazio in Coppa e Juve in campionato. Una roba da incubi a pensare al Napoli di ieri. Due gare dall’esito che appare scontato e il terrore di qualche imbarcata clamorosa, specie contro i bianconeri.

Che De Laurentiis e il suo scudiero Giuntoli battano un colpo. Se il presidentissimo non è piu’ interessato, che faccia qualcosa, dei passi, una dichiarazione…qualunque cosa…, questo silenzio sa di de profundis per i nostri colori.

Amate la maglia. Lasciate stare i calciatori. Sono solo ragazzi viziati, attaccati ai soldi e ai loro social.

Neanche la foto di un bimbo che piange potrebbe scuoterli.

Evitate di retrocedere, se potete, e poi andate via, in silenzio, faremo finta di non conoscervi.

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Biografia Fabrizio Oliviero

Fabrizio Oliviero
Fabrizio Oliviero, commercialista e amante del calcio, malato patologico per i colori azzurri. Una malattia ereditaria trasmessa dal padre e che spera di trasmettere al primogenito; il suo stato d’animo dipende in larga parte dal risultato dell’ultima partita, ama i colori azzurri quasi come i figli e la moglie che, rassegnata, durante i novanta minuti sopporta le sue follie.

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