Una madre di 46 anni ha scelto di porre fine alla sua vita e a quella dei suoi tre figli gettandosi dal balcone del suo terzo piano in un appartamento a Catanzaro dove viveva con il marito.
I bambini di 6, 4 anni e soli 4 mesi erano stati vestiti come se andassero incontro ad un destino felice mentre il marito presente in casa non si è accorto di nulla se non dopo aver sentito la confusione provenire dopo l’evento drammatico.
I bambini più piccoli e la madre sono morti sul colpo mentre la piccola di 6 anni dopo una serie di interventi delicati è ricoverata al Gaslini in condizioni ancora troppo critiche.
Molte cose si sono sentite su questa madre; si scopre che era una donna discreta con qualche piccolo disagio relazionale e che si rifugiava nella chiesa e nella religione per trovare una fuga da una realtà difficile, parlava con il proprio sacerdote di riferimento che la rincuorava ricordandole quanto fosse fortunata ad avere quello che aveva.
Sicuramente, nessuno poteva immaginare quanto fosse a rischio il suo equilibrio interiore…probabilmente, la sua depressione, probabilmente già sussistente, dopo il parto è divenuta ancora più forte, più grave.
Non è semplice parlare di depressione post partum, non è semplice affrontare i mostri che nascono nelle menti delle madri quando hanno partorito i loro figli.
La gravidanza e la nascita – che sono tra i momenti più belli e intensi della vita di una donna – sono anche i più complicati, perchè mettono in atto una serie di difficoltà gestionali, emotive, psicologiche, comportamentali e di identità non sempre risolvibili con le proprie uniche forze.
Parlare ancora oggi di depressione post partum è un tabu non riconosciuta in modo agevole nemmeno dal servizio sanitario nazionale che tende a considerare pretestuosa la richiesta di aiuto di molte madri, quasi come se fosse una esimente per sottrarsi al rientro al lavoro o un’incapacità di fronteggiare il proprio futuro: insomma una resa che le supermamme non possono permettersi di avere.
La domanda che andrebbe posta è relativa alla mancanza di luoghi di ascolto idonei a intercettare un disagio e un dolore interno così profondo da richiedere un supporto specifico…e forse così non solo sarebbero salvi i tre figli ma anche la madre…che per giungere ad un gesto estremo di questa portata quanto dolore ha macerato dentro di sè.
Volgendo lo sguardo verso la famiglia di oggi, restano aperti troppi interrogativi.
In un’epoca fatta di dialogo, inclusione, ascolto, controllo e tentativi di intesa coi propri figli, la famiglia vive una delle crisi più profonde mai viste.
E così si sta cercando di individuare il colpevole dell’omicidio con ricina, ispirato a Breaking Bad, dopo una cena di Natale in famiglia…gli inquirenti continuano a credere che si tratti di un evento criminoso di viciniorietà e i continui femminicidi per mano di mariti – fidanzati che di fronte alla fine di un amore scelgono ancora oggi la fine di una vita…
Insomma, forse in un mondo così distratto, una mamma stravolta dal suo dolore e probabilmente sola nella sua disperazione , malgrado il marito le sia stato sempre vicino – perchè una mamma, neomamma, può essere stanca ma non depressa, può essere esausta ma non depressa, può lamentarsi di non farcela ma non può mollare, perchè esistono oggi solo le supermamme…e allora, può crollare dentro di se piano piano, un pezzo alla volta, nel silenzio che si crea intorno e può arrivare a decidere di togliersi la vita coi suoi figli e diventa subito un’etichetta semplicistica, una spietata assassina, non c’è molto spazio per comprenderne il dolore, ma quanta disperazione ha preceduto quell’istante..inimmaginabile.
Quanta responsabilità da parte di tutti che per correre dietro ad una vita fatta di stress, appuntamenti continui, impegni incessanti, giorni esausti, si è sempre distratti, si dimentica, si rimuove così da rischiare di non esserci quando qualcuno ha davvero bisogno di aiuto…qualcuno non solo tra chi è lontano, bensì anche di chi è tanto vicino.

