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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
News dal mondo

Inflazione, Noci: “Dato confortante ma la domanda preoccupa. Sulla manovra servono scelte radicali”

Redazione
Redazione 3 settimane fa
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8 Min Lettura
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(Adnkronos) – Inflazione sotto controllo in Italia a luglio ma con un’incognita sulla tenuta della domanda interna. E un’economia italiana che, per rafforzare la crescita, deve puntare sempre di più sull’export, diversificando i mercati di sbocco oltre i confini europei. È il quadro tracciato da Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, che, intervistato dall'Adnkronos, invita alla cautela sul rallentamento dei prezzi al 2,9% di luglio: un dato positivo, che potrebbe però riflettere anche una domanda debole.  
L’inflazione italiana a luglio rallenta leggermente, al 2,9% dal 3% di giugno. Possiamo davvero vedere il bicchiere mezzo pieno o dietro il dato si nasconde una domanda interna debole?
 "È certamente positivo il fatto che, nonostante l’aumento dei prezzi dell’energia e l’incertezza complessiva, l’inflazione non sia cresciuta. Da questo punto di vista possiamo in parte vedere il bicchiere mezzo pieno. Tuttavia, l’assenza di variazioni significative può essere anche il segnale di una domanda interna che non tira a sufficienza. In questo momento, quindi, esprimerei cautela. Il rischio che vedo è quello di un andamento non favorevole della domanda e che parte degli effetti innescati dalle guerre non sia ancora emersa pienamente, anche sul fronte delle ricadute occupazionali.La nota positiva, dunque, è che non abbiamo un ulteriore fattore di penalizzazione sul fronte dei prezzi. Resta però una certa preoccupazione per l’andamento atteso della domanda: in prospettiva, quella italiana potrebbe incontrare qualche difficoltà". 
Per l’intero 2026 l’inflazione è invece prevista al 2,7%. È un livello ancora compatibile con la stabilità dei prezzi o deve cominciare a preoccupare?
 "Se guardiamo soltanto al parametro inflattivo, è un dato che tutto sommato deve confortarci. Il 2% è il target delle banche centrali ed è un livello fisiologico di inflazione, utile anche a sostenere la domanda. Un’inflazione al 2,7%, considerando le enormi complessità che abbiamo registrato nel corso di questi mesi e che inevitabilmente, credo, continueremo a registrare nei prossimi, è un dato che, con grande franchezza, avrei sottoscritto a inizio anno.L’export resta uno dei motori dell’economia italiana".  
Ma quanto della sua tenuta è strutturale e quanto, invece, dipende dalla congiuntura eccezionale creata dalle guerre?
 "Credo che l’export sia un motore fondamentale del prodotto interno lordo italiano e che dobbiamo assolutamente orientare le nostre catene del valore in modo da aumentarne ulteriormente il peso. Quanto alle guerre, paradossalmente una delle componenti sulle quali stanno incidendo è quella dell’export inteso come spesa effettuata dagli stranieri per il turismo in Italia. Stiamo certamente beneficiando, dal punto di vista turistico, di una parte di quei flussi che si sarebbero diretti verso il Golfo e che invece hanno cambiato destinazione a causa del rischio percepito. Sul resto non credo che, al momento, ci siano effetti particolarmente significativi. La vera sfida prospettica per l’Italia sul fronte dell’export è però aumentare il livello di diversificazione dei Paesi target. Siamo, a mio avviso, troppo esposti verso i Paesi europei, mentre dobbiamo spingerci sempre di più verso l’Asia e, in prospettiva, verso l’Africa". 
La Cina reagisce alla debolezza della domanda interna riversando sempre più produzione sui mercati esteri. L’Europa in primis e l’Italia rischiano di diventare la valvola di sfogo della sovraccapacità cinese?
 "Per l’Europa è un grosso problema. L’eccesso di capacità produttiva cinese tende infatti a riversarsi in larga parte sul mercato europeo. Gli ultimi dati sull’export di luglio ci dicono che le esportazioni cinesi verso l’Unione europea sono cresciute ulteriormente del 16%. Il tema di fondo è che si sta creando una sorta di “monarchia industriale”, nella quale la Cina utilizza i mercati degli altri Paesi per compensare la debolezza della propria domanda interna. L’Europa dovrà necessariamente reagire. Ma non deve limitarsi a misure esclusivamente difensive: servono interventi strutturali capaci di aumentare la competitività dell’industria europea. Quindi non soltanto dazi e tariffe, ma vere politiche di sostegno. E le politiche sull’intelligenza artificiale sono certamente tra queste". 
Si è aperto il cantiere della manovra. A cosa darebbe maggiore priorità con margini di spesa limitati?
 "Le priorità devono necessariamente intervenire sui punti di debolezza che l’Italia presenta in questo momento. A mio avviso sono essenzialmente tre: la dipendenza energetica, l’ibridazione digitale del sistema manifatturiero e la riorganizzazione della macchina pubblica. Non possiamo pensare di continuare ad avere circa 8 mila enti locali e 8 mila centri di spesa in un mondo trasformato dalle tecnologie digitali. Queste sono alcune delle direzioni da seguire e richiedono non approcci incrementali, ma vere e proprie discontinuità, a partire dal cambiamento dell’architettura istituzionale del Paese. Così il sistema non regge più. Anche perché nei prossimi cinque anni andrà in pensione circa un milione di dipendenti pubblici, che difficilmente potranno essere tutti rimpiazzati. Mancheranno materialmente le persone". 
Il problema, però, resta sempre lo stesso: dove trovare i soldi? Tagliare agevolazioni e inefficienze può davvero liberare risorse sufficienti?
 "Il reperimento delle risorse passa innanzitutto attraverso una razionalizzazione di una serie di questioni che non si sono mai volute affrontare fino in fondo e che tutti conosciamo. Pensiamo, ad esempio, alla giungla fiscale, con tutte le agevolazioni esistenti, oppure alla duplicazione dei centri di spesa. Esistono sacche enormi di inefficienza che possono diventare una fonte di risorse finanziarie. C’è poi un secondo ambito: non vedo alternative alla creazione di debito comune a livello europeo. Mi spingerei verso una politica che faciliti la creazione di debito comune europeo, perché abbiamo bisogno di quelle risorse. Infine, credo si possa lavorare alla creazione di meccanismi capaci di innescare operazioni di finanza straordinaria a sostegno del cambiamento industriale. Lo Stato dispone di leve che possono produrre un effetto moltiplicatore, mobilitando fondi privati, private equity e venture capital. Queste sono, tra le tante, alcune delle possibilità che possono essere portate avanti". 
E veniamo alla difesa. Safe divide la politica, come può trasformarsi da spesa per la sicurezza a leva per industria, tecnologia e di crescita?
 "Safe è denaro che costa zero. Mi sembra che si sia creato un grande dibattito politico basato su alcuni principi che, francamente, faccio fatica a comprendere fino in fondo. Credo che Safe sia assolutamente un’opportunità che va considerata, anche perché stiamo comprendendo che senza una capacità di difesa non abbiamo voce. Il rischio, altrimenti, è quello di diventare colonia di qualcun altro. Finire nelle braccia dello zar di San Pietroburgo non mi farebbe piacere". 
—economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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