Ho incontrato Paolo Valerio alla rassegna Napoli Park Pride lo scorso luglio, dove ho visitato una sua bellissima mostra.
Definire Valerio in un solo aggettivo o racchiudere in una sola categoria tutto ciò che fa è impossibile! E forse lui vuole esattamente questo: non essere etichettato. La mostra QUEER(ING) ART: Paolo Valerio, tra rifiuti, riciclo e inclusione sociale lo rappresenta in pieno. La gabbia sinonimo di costrizione, la gabbia invisibile degli stereotipi di genere maschio/femmina. Valerio è un tutt’uno con ciò che crea, e a mio parere l’unica parola che lo può definire è libertà.
Dove recuperi gli oggetti utilizzati nelle tue creazioni?
Recupero gli oggetti utilizzati nelle mie creazioni principalmente dalle spiagge e dai luoghi naturali del litorale Flegreo, dove raccolgo oggetti abbandonati come plastica, legno, ferro, reti, cordami e altri rifiuti, modellati dal mare e dal tempo, che li hanno trasformati in racconti di vita. Quando vedo questi materiali non li vedo come semplici scarti, ma come oggetti già trasformati e scolpiti dalla natura, dotati di una bellezza misteriosa che attira il mio sguardo creativo.
Attraverso la mia attività artistica auspico di riuscire ad invitare il pubblico a riconoscere il potenziale nascosto negli oggetti abbandonati, a vedere con i suoi occhi la bellezza che può emergere dal rifiuto e interrogarsi sui temi della sostenibilità e dell’inclusione.
“… in natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Il “pezzo artistico” che crei nasce da ciò che trovi nel riciclo? Oppure hai già un’idea in testa e quindi ti dai da fare per trovare l’oggetto adatto per crearlo?
«Per me creare arte significa soprattutto ascoltare. Mi piace pensare che ogni oggetto riciclato abbia una storia, un’identità e persino una voce che aspetta di essere rivelata. A volte parto da un’idea, una sensazione legata alla mia esperienza personale o all’attivismo queer, e cerco pezzi che possano incarnarla.
Ogni mio pezzo nasce, quindi, da questa doppia tensione: esprimere un messaggio potente e, allo stesso tempo, rendere protagonista il materiale riciclato, onorando il suo percorso e la sua unicità.
La tua carriera è vasta e ti conoscono ovunque nel mondo, ma dove sei stato trattato meglio?
“Ho ricevuto riconoscimenti importanti e apprezzamenti significativi in vari contesti internazionali, ma ciò che più conta per me è il valore umano e culturale degli incontri e delle esperienze. Sono stato premiato per due volte (nel 2018 e nel 2020) nella Sezione Arte Ecosostenibile della Biennale di Arte Contemporanea di Salerno, dove ho ricevuto grande attenzione e rispetto per le mie eco sculture, e nel 2022 una mia opera intitolata “Naturaleza Muerta Calabresa “ ha ottenuto il primo premio alla Bienal Internacional de Arte de Armenia (Colombia).

E dove non sei stato compreso?
Fino ad ora non mi è mai capitato di incontrare critiche negative rispetto alle opere mostrate e ai messaggi ad esse sottese. Sono però consapevole che, sebbene negli ultimi anni si sia registrata una crescente apertura verso l’arte ecosostenibile e le tematiche queer, è inevitabile che alcuni contesti, soprattutto quelli più tradizionalisti o meno sensibili alle questioni ambientali e di inclusività, possano mostrare resistenza o difficoltà nell’accogliere pienamente il mio lavoro. Ad esempio, in ambienti dove prevalgono approcci artistici più convenzionali o commerciali, legati esclusivamente all’estetica classica o a trend di mercato consolidati, il valore della ricerca ecosostenibile e l’esplorazione di identità queer possono essere sottovalutati o fraintesi.

