Ho incontrato Paolo Valerio alla rassegna Napoli Park Pride lo scorso luglio, dove ho visitato una sua bellissima mostra.
Definire Valerio in un solo aggettivo o racchiudere in una sola categoria tutto ciò che fa è impossibile! E forse lui vuole esattamente questo: non essere etichettato. La mostra QUEER(ING) ART: Paolo Valerio, tra rifiuti, riciclo e inclusione sociale lo rappresenta in pieno. La gabbia sinonimo di costrizione, la gabbia invisibile degli stereotipi di genere maschio/femmina. Valerio è un tutt’uno con ciò che crea, e a mio parere l’unica parola che lo può definire è libertà.
Rispetto alla tua attività artistica si parla spesso di arte Queer. Ma per aiutare le persone che non sanno cosa sia l’arte queer, ci puoi dire qual è il significato di arte queer?
“L’arte queer è un’espressione artistica che si concentra sull’esplorazione e la rappresentazione delle identità queer e LGBTQ+. Il termine “queer” originariamente significava “strano” o “insolito”, ma nel tempo è diventato un simbolo di rivendicazione e lotta per i diritti delle persone LGBTQ+. L’arte queer sfida le norme tradizionali di genere e sessualità, esplora identità fluide e celebra la diversità.
Oggi l’arte queer continua a svolgere un ruolo importante nel promuovere il cambiamento sociale e culturale
Nel contesto attuale, l’arte queer assume un significato ricco e complesso come forma di espressione artistica e politica che sfida le norme tradizionali di genere e sessualità. È un campo di indagine critica e una pratica creativa che dona visibilità e voce a identità e storie LGBTQIA+, celebrando la diversità e l’intersezionalità.

Come si insegna a dei bambini ad essere inclusivi?
L’arte può essere uno strumento potente per parlare di inclusione. Permette ai bambini di scoprire la bellezza delle differenze, di esprimersi liberamente e di vedere come oggetti diversi e persino scartati possano trasformarsi in qualcosa di unico e prezioso, proprio come le persone. Nell’ambito delle attività svolte insieme a loro è necessario favorire il confronto e la curiosità verso ciò che è “diverso” senza giudizio, ponendo domande, leggendo libri, giocando e partecipando ad attività inclusive. Tutto questo va realizzato in ambienti sicuri, nei quali far sentire tutti accolti e ascoltati, così che i bambini imparino dal contesto intorno a loro che la diversità è ricchezza e non motivo di esclusione.
Fai spesso riferimento alle gabbie di genere .Ci vuoi dire che cosa rappresenta per te una gabbia di genere?”
La “gabbia di genere” è una metafora potente che descrive i limiti rigidi e imposti dalla società su cosa significa essere maschio o femmina. Sono le regole non scritte e gli stereotipi che ci dicono cosa possiamo o non possiamo fare, come dobbiamo comportarci, quali colori o giochi sono “giusti” per noi in base al genere a cui veniamo assegnati alla nascita. Spesso ci educano a stare dentro alle categorie binarie di maschile e femminile, come se fossero scatole chiuse dentro cui dobbiamo adattarci, anche se la realtà umana è invece molto più fluida, complessa e ricca di sfumature. Nel mio lavoro artistico, uso la parola “gabbia di genere” per raccontare questi confini, ma anche per mostrarne la possibilità di rottura e trasformazione. L’arte diventa uno strumento per aprire quelle gabbie, per liberare l’identità, per riconoscere e celebrare tutte le differenze di genere come un valore anziché una limitazione.

A che punto del lavoro comprendi che la tua creazione è finita e pronta per essere esposta per parlare al pubblico?
“Il momento in cui capisco che una creazione è finita e pronta per essere esposta non è mai un dato puramente tecnico o temporale, ma nasce da una sensazione profonda di completezza e dialogo con l’opera stessa. Quando sento che l’eco scultura ha raggiunto quel punto in cui racconta pienamente la storia che volevo esprimere- riguardo sia alla trasformazione dei materiali recuperati, sia al messaggio di inclusione, sostenibilità e identità queer che volevo trasmettere -so che è pronta per parlare al pubblico.

Dimmi il nome di un artista eco queer che ammiri?
Sono molti gli artisti esponenti dell’arte queer e dell’arte ecosostenibile sia del presente che del passato che ho imparato a conoscere e ad apprezzare, visitando musei e gallerie, condividendo pensieri e riflessioni con Alain Giami, un mio carissimo amico parigino che è stato vicepresidente della World Association for Transgender Health. Meno noto al pubblico napoletano c’è Kang Seung Lee, che è un artista coreano che lavora con tematiche queer e sostenibilità. Fabio Schiattarella: Fotografo napoletano, direttamente in dialogo con me nella mostra “Munnezza – iel, queer e love”. Fabio unisce messaggio sociale, attenzione al rifiuto e pratiche queer in sinergia con l’estetica ecosostenibile.

