L’ UNICITA’ DI LYLE

10 febbraio 2020, mattina. Mentre sorseggio il mio unico caffè quotidiano getto uno sguardo sulla pagina fb Pat Metheny Group Fans a proposito della recensione di “From this place”, ultimo capolavoro solista di Pat appena uscito, e commento qualcosa del tipo: Si, bellissimo, sai con Lyle come sarebbe potuto essere ancora meglio. Uno, in risposta:  E’ bello che proprio oggi qualcuno menzioni Lyle Mays. Io: Perché, scusa? Lui: La nipote Aubrey Johnson comunica proprio oggi sulla sua pagina fb con grande tristezza la sua scomparsa per una malattia ricorrente.     Io: cooosa? Massimo Madonna, amico e sodale PMG, che seguiva: noooo! Da quel momento in poi è cambiato tutto.

Ora, occorre rendersi conto che nella vita di un musicista prima o poi compare sempre un “hero”,una guida, un riferimento, un punto fermo, chiamatelo come volete. Per Lyle Mays era successo con Bill Evans, per le comuni affinità e preferenze per la matrice classica europea miscelata con uno stile jazzistico più ricercato e sofisticato che sfociava poi in strepitosi virtuosismi, sempre però eseguiti con il cuore e non solo con la straordinaria tecnica.

Ma Lyle era di più: Lyle era un genio assoluto in ogni sua minima manifestazione, che si trattasse di musica o altro. Se per esempio foste stati cittadini americani di Wausaukee  o Lee’s Summit o Boston e suoi amici personali ma anche persone appena conosciute in difficoltà per un qualunque tipo di problema state certi che chiamando lui avrebbe messo tutto a posto in un batter d’occhio. Ancor meno poi se il problema in questione fosse stato di tipo musicale o informatico inerente indifferente-mente il software o l’hardware della tastiera o del pc. E vogliamo parlare dei tre secondi in cui riusciva a risolvere il cubo di Rubik o dei minuti interminabili in cui si esibiva in numeri da circo per intrattenere i colleghi musicisti durante i mai molto amati lunghissimi tour con il Pat Metheny Group?

Ve l’ho detto: UN GENIO. Ma questo fin dalla tenera età di cinque anni quando ben presto si stufò di eseguire al piano solo temi di hits americani e iniziò a improvvisare sull’organo di casa, senza assolutamente sapere cosa volesse dire improvvisare e cosa volesse dire jazz! UN PRODIGIO. Inutile dire che, nel prosieguo delle sue frequentazioni presso le Music Schools americane, ovunque venisse collocato nelle varie jazz band locali risultava sistematicamente fuori concorso rispetto agli altri allievi musicisti  per manifesta superiorità! Senza parole…

Ma ciò che di Lyle ha sempre lasciato me (e chi come me lo ha amato) senza parole è stato il suo tocco magico al pianoforte, il suo famoso Steinway German Grand Piano Midi, che lo ha accompagnato durante tutta la sua carriera concertistica. E’ stata spesso usata da critici e narratori di jazz per descrivere il suono di Miles e Shorter l’espressione “suono sospeso come su una nuvola”. Beh, io non sono ne critico ne narratore di jazz bensì un musicista, ma posso lo stesso assicurarvi con certezza che il suono di Lyle non era solo sospeso come su una nuvola ma proveniva da un qualcosa ancor più su delle nuvole: qualcosa di celestiale. E’ vero, è stato un virtuoso del pianoforte dalla tecnica strepitosa e sempre ogni volta sorprendente per chi aveva la fortuna di ascoltare: ma quelle quattro/cinque singole note suonate con la destra, assieme ai suoi inconfondibili cambi armonici con la sinistra che si poggiavano sul contrabbasso di Steve Rodby in alcuni momenti di un  brano, provenivano da un qualcosa di superiore che unite al grande cuore con cui venivano suonate ti toccavano ogni volta nel profondo dell’anima ,riconducendoti a Stravinskij e Ravel e regalandoti emozioni che difficilmente tenevi a bada. Ma c’è un altro aspetto nel suono di Lyle, per certi versi contrastante con quello celestiale del suo perfetto pianismo: l’aspetto esoterico. Tutti i fan del PMG e di Lyle avranno certamente notato che ad un certo punto mentre suonava il piano, come nell’introduzione live di “Episode d’azul” nel “We live here” tour, oppure nell’intro di “Are you going with me” si materializzavano come per incanto degli inquietanti ectoplasmi sonori che avvolgevano tutto e tutti, generati grazie all’interfaccia Midi del suo Steinway Grand Piano con tutte le altre tastiere e creati e program-mati  direttamente da lui. E come non ricordare, sempre con le stesse modalità di esecuzione live, l’effetto sonoro del “volo degli uccelli” durante la grandiosa parte finale di “First Circle”,capolavoro del PMG. E dulcis in fundo, il suo “Lyle’s wind”, famosissimo ocarina sound modificato che da subito ha caratterizzato tutti i progetti del Group. Ecco, per chi non l’avesse ancora capito Lyle Mays è stato il mio “hero”, la mia guida artistica, il mio punto di riferimento musicale  per quaranta anni e lo sarà per sempre.

Da quella mattina del 10 febbraio dell’anno scorso non sono più riuscito ad assistere ad un intero concerto del gruppo attraverso i numerosi dvd in mio possesso, se non solo di sfuggita e per poco tempo sullo smartphone.

Per molti mesi da allora, complice anche il lockdown dovuto al covid19 che ha azzerato (spero non per molto) ogni minima prospettiva futura di live music, ho vissuto una fase di depressione (mi sedevo al piano o alle tastiere ma dopo poco richiudevo subito tutto) che ho provato a combattere scrivendo parti, aggiungendo tracce e files su home recording o riallacciando contatti con colleghi, come me in astinenza di musica dal vivo, per rivederci in sala prove per una suonata come ai vecchi tempi. E adesso fortunatamente ne sono uscito.

Qualcuno forse sorriderà di tutto questo ma chi non è musicista e non ha mai suonato in vita sua non potrà mai capire il vuoto artisticamente devastante venutosi a creare con la scomparsa di Lyle, oltre che al dolore per la sua assenza. E’ un segno profondo nel cuore e nella mente di un musicista, un segno profondo che può lasciare solo la scomparsa di un irripetibile e inarrivabile GENIO della Musica come lui. UNICO.

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Biografia Sergio Forlani

Inizialmente autodidatta, ad inizio anni 80 intraprende gli studi di armonia e improvvisazione jazz col maestro Franco de Crescenzo, sempre però prestando la massima attenzione alle sonorità ECM, etichetta simbolo del jazz europeo. Nel 1990 fonda PATSIMILE, band ispirata al sound del Pat Metheny Group con cui si esibisce nei maggiori jazz club campani. Qui fa il suo esordio nel gruppo il chitarrista Paolo Palopoli con il quale realizza a tutt’oggi quattro cd inediti, due di matrice etno/jazz(“Armodia etnica” ed “Etnodie”) e due di connotazione jazz/fusion(“First out” e il recentissimo “Back on the ground”). Al suo attivo anche “Non solo etno” con il quale interrompe momentaneamente il filone etno/jazz per dare spazio ad una delle sue passioni, la forma “song” eseguita con piano, contrabbasso e batteria. L’altro suo progetto è invece “SING & SWING – Beatles and songs in jazz” con il quale assieme al cantante Marco Miglio ripropone dal vivo le canzoni dei Fab Four e altri artisti in chiave jazz.

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