Gabriele Cavallini con “Cuoio” (Einaudi), Nikolaj Gory con “L’impagliatore di sedie” (Meltemi), Giulio Silvano con “Hanno vinto loro” (Frassinelli), Beatrice Pera con “Bagliori” (Einaudi) e Marina Zucchelli con “Latte” (Rizzoli): sono i cinque finalisti del Premio Letterario Giuseppe Berto 2026, dedicato alle opere prime di narrativa già edite.
Il vincitore sarà proclamato sabato 5 settembre, nel corso della cerimonia di premiazione condotta dal giornalista Giancarlo Loquenzi, nel giardino della tenuta di Giuseppe Berto, affacciata sulla Costa degli Dei, a Capo Vaticano, nel Comune di Ricadi (Vibo Valentia).
Dopo l’edizione ospitata lo scorso anno a Mogliano Veneto, il Premio torna così in Calabria, confermando il suo tradizionale alternarsi tra i due luoghi che più di ogni altro raccontano la biografia dello scrittore morto nel 1978: la terra in cui nacque e quella che scelse come buen retiro e casa per gran parte della sua vita.
Madrina della serata sarà, come da tradizione, Antonia Berto, figlia dello scrittore e custode della sua eredità letteraria.
“La cinquina di quest’anno restituisce un’immagine particolarmente viva della narrativa italiana d’esordio. Sono romanzi molto diversi tra loro, ma accomunati dalla capacità di raccontare le fratture del presente senza mai piegarsi alle semplificazioni. Attraverso storie di famiglie, di memoria, di maternità, di disagio, di lavoro e di identità, questi autori dimostrano come la letteratura possa ancora interrogare la realtà con profondità, affidandosi alla forza della scrittura più che all’attualità dei temi. È una narrativa che non cerca effetti facili, ma costruisce, libro dopo libro, uno spazio di autentica ricerca espressiva” commenta Emanuele Trevi.
Al vincitore sarà assegnato un premio in denaro di 5.000 euro, mentre ciascuno degli altri quattro finalisti riceverà un gettone di presenza di 500 euro.
Il Premio Letterario Giuseppe Berto è organizzato dall’Associazione Culturale Giuseppe Berto, in collaborazione con il Comune di Ricadi e il Comune di Mogliano Veneto, grazie al sostegno dei partner che da anni accompagnano la manifestazione.
Cuoio di Gabriele Cavallini
Cuoio è il romanzo di un impero che non c’è più, fondato e distrutto nel tempo di tre generazioni. È la storia delle violenze che colpiscono uomini e animali con la stessa intensità di comete brucianti. Ed è la parabola di due fratelli, la stessa che inizia con Caino e Abele e prosegue fino a noi, confondendo i contorni delle colpe. Perché certe vite nascono ferite, e tutto ciò che possono fare è tenersi vicine e cercare di preservare la luce.
«La pelle è ovunque. La pelle è il luogo in cui precipitano tutti i ricordi di gente come noi.»
«L’esordio di Gabriele Cavallini è un romanzo ambientato nella Toscana della lavorazione della pelle: una ditta di antica e gloriosa tradizione è in declino, ostaggio di difficoltà economiche, e… Quasi una caduta, fino al colpo di scena finale.» – Demetrio Paolin, La Lettura
A Santa Croce i conciaioli si tramandano il mestiere come una fede, imprigionati in capannoni che sembrano cattedrali, tra distese di pelle rese eterne dal cromo: «La pelle è ovunque, la pelle è il luogo in cui precipitano tutti i ricordi di gente come noi». È lì che Michelangelo si ostina a restare. «Cosa siamo diventati?» non fa che chiedersi, mentre cerca di difendere ciò che resta della sua famiglia e della vita di prima. Prima che suo padre facesse fallire la conceria del nonno, che sua madre scomparisse in un caldissimo giorno d’estate e che suo fratello smettesse di parlare per sempre. Non lo sa, Michelangelo, se la sua è una battaglia persa in partenza. Ma è quella a cui non può rinunciare, fatta della stessa materia del suo universo: un piccolo mondo marchiato a fuoco che assomiglia spaventosamente al mondo che abitiamo tutti. Santa Croce è il paradiso del pellame, se la guardi dall’alto può sembrare «una città futuristica e, nello stesso istante, il luogo più antico e immutabile di una civiltà furiosa». Una volta la Cavalcanti e Figli non aveva concorrenti tra le concerie della Toscana, con commesse da ogni parte del mondo e la forza granitica di un impero. Ora, invece, non rimane quasi più niente. Giusto le responsabilità dei padri e il dolore dei figli, giusto l’incapacità di parlarsi nonostante il bene, giusto le pelli. Le pelli che la chimica sa rendere eterne come eterne rimangono le omissioni di una famiglia che ha consumato la sua esistenza nel cromo. Nel mondo immobile di Michelangelo è l’opportunità di fare carriera nella conceria che li ha inglobati a risvegliarlo. Potrebbe diventare responsabile di processo, potrebbe diventarlo a venticinque anni, a patto che convinca il padre a vendere le mura della loro industria. Ma per quel padre sempre più inerme, sempre più simile alle piante che cura con amore ogni giorno, cedere sarebbe come ammettere di aver distrutto il tessuto che doveva tenerli tutti uniti, e una pelle conciata male non serve a niente. Così Michelangelo si mette a cercare la madre: basterebbe una sua firma, ma soprattutto basterebbe sapere dov’è, perché se n’è andata, per capire quando si sono rotti e cosa davvero sono diventati. Basterebbe questo, forse, almeno per salvare suo fratello: tutto è per salvare Emanuele. Tirarlo via dal buio, tornare indietro. Grazie al suo immaginario febbrile e a una lingua dove ogni parola è pesata con un’ossessione contagiosa, Gabriele Cavallini ci trasporta in un mondo di rara forza, raccontato da chi lo conosce dall’interno, con competenza tecnica e disperata vicinanza.
L’impagliatore di sedie. Vita selvaggia di un artista bipolare di Nikolaj Gory
L’impagliatore di sedie racconta la fragilità e la rinascita di un uomo segnato dalla malattia psichiatrica e dalla tossicodipendenza. Nikolaj – protagonista e voce narrante – intraprende un cammino di consapevolezza e recupero in una comunità di Varese, dove affronta la propria invalidità schizoaffettiva. Le sue esperienze si intrecciano con quelle di un lavoro umile ma salvifico come impagliatore di sedie in una cooperativa di Bergamo. In un continuo alternarsi di dolore e vitalità, di follia e razionalità, il racconto scava nel cuore delle contraddizioni umane, ripercorrendo un’esistenza fuori dalle righe e piena di struggente bellezza. Come le sedie che Nikolaj restaura, la trama si costruisce su frammenti di vita rotti ma capaci di rinascere, gettando uno sguardo lucido e profondo sulla tossicodipendenza, sulla salute mentale e sulla speranza. Così queste storie – tenere e tragiche, folli e realistiche, cupe e di rinascita allo stesso tempo, che sembrano uscite da Walk on the Wild Side di Nelson Algren – scorrono intrecciandosi come i fili di paglia intorno alla seduta e scandendo il tempo. Il racconto L’occhio ha ricevuto una nota di merito alla XXXIV edizione del Premio Italo Calvino.
Hanno vinto loro di Giulio Silvano
Giulio Silvano firma un romanzo di formazione rovesciato in cui crescere significa perdere le parole con cui si era imparato a stare al mondo. Un requiem laico per un uomo, un’epoca e un Paese che non ha mai fatto i conti con sé stesso.
«Non avevo mai trovato un personaggio tra fumetti e romanzi che si comportasse come lui, e nemmeno mi ci sarei imbattuto più avanti, nei testi formativi dell’età adulta. B.S. era, contro qualsiasi protocollo di fabula, scevro da un qualsiasi obiettivo, almeno nei miei confronti. Né favori sessuali né tantomeno di natura economica. E non avevamo nemmeno il sangue a unirci, una parentela che avrebbe giustificato quel match così improbabile di età anagrafiche.»
«Muovendosi tra fatti di cronaca e cultura di massa, Silvano si diverte a dissacrare con stile satiresco il mondo crepuscolare dell’Italia berlusconiana abbandonandoci sull’orlo del precipizio che è il presente.» – Alessandro Mantovani, Il Foglio
A Parigi, con gli ultimi cento euro in tasca, un trentenne compra un biglietto di sola andata per Roma. Ha letto una notizia in fondo a una pagina di giornale: B.S. è morto. È bastato questo per decidere di tornare. Quel nome lo riporta a un’estate lontana, in Liguria, nei primi Duemila. Un’estate di mare, attese e pomeriggi passati accanto a un uomo incontrato per caso che fuma sigarette e racconta a un ragazzino la sua vita eccezionale e disordinata. B.S. è tutto ciò che i genitori del protagonista non sono. Le grandi idee non lo interessano: gli interessa capire dove sta andando il mondo, e arrivarci prima. Ha avuto un ruolo di rilievo nella storia nazionale, pur essendo una figura sfuggente, ombrosa. Tra i grandi misteri d’Italia e la fine del comunismo, tra il G8 di Genova e la caduta delle Torri Gemelle, tra la fine del sogno americano e zio Paperone, B.S. diventa uno specchio della recente storia d’Italia. E un magnifico cattivo maestro.
Bagliori di Beatrice Pera
Quando Camelia e Dalila diventano amiche non si scelgono: si riconoscono. Due donne che molti definirebbero “senza famiglia” possono trovare un modo tutto loro per farne una.
«Due donne, diverse per età e storia personale – una trentenne e madre, l’altra diciottenne – si incontrano casualmente e condividono un’esperienza in una comunità d’accoglienza. L’esordio di Beatrice Pera restituisce una realtà sfaccettata.» – Ermanno Paccagnini, La Lettura
Accade sempre mentre pensi ad altro: incroci uno sguardo e capisci all’istante che tutto sta per cambiare. Camelia conosce Dalila un pomeriggio di settembre davanti a un consultorio. Per lei è la prima volta, l’altra invece è così a suo agio che sembra un’habitué. È l’inizio di un’amicizia intensissima, fatta di dipendenza reciproca e grandi slanci, di buio e allegria. Camelia e Dalila inciampano insieme, cercano di ridere il più possibile e di ritardare il momento in cui l’incendio divamperà di nuovo. Perché quando hai attraversato certi dolori devi convivere con la minaccia del loro ritorno di fiamma. Letteralmente. Camelia è cresciuta in una comunità dell’entroterra ligure gestita da una suora carismatica e silenziosa: non sa chi siano i suoi genitori, ma al Coccio è circondata da ragazzi come lei, che considera fratelli e sorelle. Dalila invece è rimasta sola con sua figlia e vive in una casa rifugio talmente lugubre da meritarsi il soprannome di «Overlook», l’hotel di “Shining”. La prima non sa bene che cosa fare della sua esistenza, forse perché non è abituata a pensarsi al singolare, la seconda è un vulcano, chiacchiera, spiega, inventa il passato e il futuro con la furia delle parole. La loro amicizia ha da subito la forza delle cose inevitabili. Le sigarette, le telefonate, le notti passate a parlare sdraiate in un campo: andare a vivere insieme sembra la sola decisione possibile. Per Camelia è il primo passo nel mondo. È il bancone del pub dove spillare le birre, l’affitto da pagare, la bellezza, finalmente, di non dover rendere conto a nessuno. È stare con Lucia, la figlia di Dalila, che diventa figlia di entrambe. È perdere i punti cardinali, godere nella propria dissipazione, scoprire che ciò che più la attrae, negli uomini e nel sesso, è sempre ciò che le fa più male. Il romanzo d’esordio di Beatrice Pera racconta la storia di un’amicizia molto vitale e molto storta: animata da un’energia irrequieta, ma carica di zone d’ombra. Mentre Dalila cerca di non ascoltare le voci che la invitano all’autodistruzione, Camelia impara che crescere significa mettere davanti a tutto la serenità di una bambina con la testa a forma di ciliegia. Proteggendo l’una le fragilità dell’altra, Camelia e Dalila camminano controcorrente, sbagliano, incespicano, esplorano. E provano a costruire un’idea di futuro – che forse, come tutte le cose che splendono troppo, rischia di bruciare in fretta. Ma due ragazze «difettose» come loro, senza radici e piene di vuoti, possono fondare una famiglia imprevista, sgangherata. Luminosa.
Latte di Marina Zucchelli
Con una prosa essenziale e di scavo, capace di dare materia ai silenzi, Marina Zucchelli illumina la storia delle balie nel Novecento, fenomeno fondativo e quasi dimenticato della nostra storia. Il risultato è un romanzo d’esordio potente, che ci interroga su cosa significhi, ieri e oggi, essere famiglia.
Bologna, 1959. Nella stessa casa vivono due donne che sono madri, in modi diversi, dello stesso bambino. Olimpia, borghese istruita e moderna, è docile a un’idea di civiltà che la vuole sposa con figli; eppure, dopo il parto, il suo corpo sembra tradirla, aprendo piccole crepe nella sua identità. Ada, invece, arriva dalla Ciociaria: è una ragazza del popolo che ha lasciato una vita domestica carica di miseria ma anche di piccole felicità per fare da balia al neonato di Olimpia. È stata scelta perché è forte e sana, come si sceglie un animale a una fiera. E lei, nella casa nuova, impara presto a farsi presenza invisibile, mentre il richiamo dei suoi affetti le pulsa dentro con forza. Diverse in tutto, Olimpia e Ada si incontrano sul terreno inatteso di una sorellanza di gesti e corpi: quello esposto e vitale di Ada e quello fragile di Olimpia, che cerca di riconoscersi nella ferita della maternità. A osservare i loro giorni è Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia e che registra, defilata, l’energia che scorre tra le due donne. In controcanto, l’enigma di Pietro, un bambino abbandonato al brefotrofio di Roma nel Ventennio, riporta in superficie la memoria di uno strappo antico, forse impossibile da ricucire.








