Lo scorso 12 ottobre, all’alba, Davide Cavallo, giovane studente della Bocconi, di appena 22 anni veniva accoltellato e ferito gravemente, in pieno centro a Milano, dai colpi inferti da un gruppo di cinque ragazzi, tre minorenni, per una rapina di soli 50 euro.
A causa delle coltellate, il giovane ha subito una lesione permanente al midollo che lo ha paralizzato e costretto ad un’infinità di cure e riabilitazione per poter provare a riguadagnare un minimo di autonomia.
Sportivo, atletico, appassionato di danza, ginnastica artistica e pallacanestro, pieno di vita, ha rischiato di morire dissanguato sotto la pioggia di ferite fino a perdere l’uso delle gambe.
Qualche giorno fa è stata diffusa la sua lettera, depositata agli atti del processo, dove emerge un racconto duro e doloroso di ciò che è successo quella notte fino al risveglio in ospedale, dopo l’accoltellamento, attaccato a tubi, e imbottito di medicinali e calmanti, mentre era combattuto tra l’accettazione di quanto accaduto e il percorso in salita che lo aspettava per riconquistarsi una vita dignitosa.
La sua lettera diviene emblema del suo dolore fisico e psicologico, delle sue paure, soprattutto all’indomani del risveglio quando ha cominciato a realizzare che forse non avrebbe potuto più camminare, alla rabbia per quello che era successo e che era successo proprio a lui e all’atroce scoperta che si era trattata di una rapina di poche decine di euro a portargli via la sua forza, la sua vitalità, la sua indipendenza.
Proprio la questione del destino inevitabile viene affrontata da Davide che ha imparato ad accettare ciò che gli è successo in nome di un amore per la vita che non lo lascia mai, nemmeno nei momenti di maggior sconforto.
Le sue parole toccanti in certi passaggi della lettera: “Non ho mai smesso di ammirare il mondo. AMARE mi ha spinto dove sono…per quanto difficile sia la vita, non mi fa paura. Non esiste motivo di temerla. Ho paura della mia morte, non della mia vita… Mi chiamo Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui”.
In settimana, il processo si è chiuso con la condanna del colpevole, il 19enne Alessandro Chiani, considerato l’autore dell’accoltellamento, a 20 anni per tentato omicidio e dieci mesi per omissione di soccorso al suo coetaneo Ahmed Atia. Del gruppo fanno parte anche tre minori italiani che dovranno essere processati nelle sedi giudiziarie opportune.
La vera rivoluzione del processo non è stata la sentenza “esemplare” per chi ha provocato un danno permanente in un suo coetaneo per 50 euro, ma ciò che è avvenuto lontano dall’aula di tribunale e dalle telecamere.
Davide si è difatti avvicinato ai suoi aggressori, ha parlato con loro e li ha abbracciati, testimoniando quanto quello scritto nella sua lettera fosse reale, nonostante il male subito e le conseguenze irrimediabili per tutta la sua vita presente e futura, Davide ha ribadito di non odiare, anzi di provare compassione per i suoi aggressori, tanto che Atia, condannato per omissione di soccorso, ha ammesso che al suo posto non avrebbe avuto la sua stessa forza nel perdonare chi gli aveva fatto del male.
Ma Davide non si è fermato alla sua lettera e al suo abbraccio – lontano dalle telecamere, dopo la lettura della sentenza da parte dei giudici, si è lasciato andare ad una riflessione a voce alta quando ha ascoltato la condanna a 20 anni, restando colpito come testimoniano le sue parole: “Mi sento sollevato e al contempo un po’ dispiaciuto. E non poco, perché ho visto un coetaneo quasi, ascoltare una sentenza che gli ha portato via vent’anni di vita. È una cosa che mi ha turbato molto. Dal punto di vista giuridico invece sono molto soddisfatto…facendo riferimento alla situazione dell’aggressore abbracciato ha poi dichiarato : “Ha retto il mio sguardo. I suoi occhi chiedevano perdono”.
E così Davide, che avrebbe potuto ascoltare la sentenza, e gioire per se, per quella sensazione di giustizia che necessita alle vittime per poter elaborare al meglio ciò che ha subito, ha rivoluzionato tutto: ha incontrato gli aggressori, ha scritto loro una lettera commovente, ha guardato i loro occhi e nonostante la sua precaria condizione fisica e la perdita delle gambe, ha concesso loro il suo perdono perchè non odia i suoi aggressori.
Le parole di Davide, in un mondo di guerre e bulli, di crudeltà e indifferenza, odio e accanimento, sono la vera rivoluzione umana e sociale di cui avremmo bisogno tutti, laddove ha anteposto alla disperazione per la propria situazione, alla rabbia per aver perso le gambe e all’odio – sentimento immediato e comprensibile – per i suoi aggressori, al contrario, la necessità di non odiare e il bisogno di perdonare vis-à-vis.
“Il perdono – come ha dichiarato anche suo padre – non cancella il male subito, non restituisce la salute e non elimina le responsabilità, ma impedisce all’odio di distruggere altre vite“.
E’ la forza dirompente del gesto, il significato vero delle rivolte, la semplicità assoluta della rivoluzione, quella del perdono, una frontiera umana, troppo spesso dimenticata in questi tempi che se praticata più spesso, con quello spirito di pietas indispensabile per comprendere gli altri, può davvero generare una metaformosi senza sfumature nè ambiguità del legame con il carnefice che può essere una persona, un amico, un conoscente, uno sconosciuto, un avversario politico, un dissidente religioso, o addirittura, un altro Stato o continente.
Per tutti, Davide docet…

