Nel panorama delle commedie romantiche queer dei primi anni Duemila, la saga di Eating Out occupa uno spazio curioso, quasi clandestino: mai davvero mainstream, eppure capace di costruirsi un piccolo culto internazionale. Inedita in Italia per lungo tempo e spesso scoperta per vie traverse (quelle che, diciamolo, rendono tutto più interessante), questa serie di film rappresenta una sorta di risposta arcobaleno alla spensierata volgarità etero di American Pie -ma con una consapevolezza identitaria che la rende qualcosa di più di una semplice imitazione.
Tutto inizia con Eating Out, primo capitolo di un franchise che si svilupperà in cinque film, passando per Eating Out 2: Sloppy Seconds, Eating Out: All You Can Eat, Eating Out: Drama Camp e Eating Out: The Open Weekend. Più che una narrazione continua, è una costellazione di episodi legati da un tono comune: leggero, sfacciato, e dichiaratamente giocato sul filo del doppio senso. Un filo che non si spezza mai, anche quando rischia di tirare troppo.
La regia ricorrente di Q. Allan Brocka imprime alla saga un’identità precisa: quella di una commedia che non ha paura di essere frivola, né di sembrare eccessiva. E forse è proprio questo il suo gesto più politico. In un’epoca in cui la rappresentazione queer cercava ancora spesso legittimazione attraverso il dramma o la rispettabilità, Eating Out sceglieva invece il caos sentimentale, l’equivoco sessuale e il flirt come terreno narrativo. In altre parole: rivendicava il diritto di essere sciocca.
Eppure, sotto la superficie di battute ammiccanti e situazioni improbabili -dove l’“outing” è spesso più accidentale che consapevole e gli appuntamenti sembrano giochi di prestigio emotivo- si intravede una satira sottile. L’omofobia viene ribaltata, ridicolizzata, resa grottesca; le identità diventano maschere intercambiabili, e il desiderio non è mai lineare. Qui nessuno è davvero ciò che dice di essere… ma tutti, in fondo, stanno cercando la stessa cosa.
Certo, non tutto funziona. Alcuni passaggi risultano datati, e certe rappresentazioni oggi possono sembrare ingenue o stereotipate. Ma è proprio in questa imperfezione che la saga conserva un suo fascino: quello di un cinema queer che non chiede il permesso, che osa anche quando inciampa, e che trasforma il cliché in linguaggio condiviso.
Eating Out è, in definitiva, una commedia degli equivoci in cui l’amore passa spesso dalla porta sul retro- e non sempre in senso figurato- ma riesce comunque ad arrivare. Magari spettinato, magari frainteso, ma autentico. E se è vero che il titolo allude a più di un appetito, è altrettanto vero che questi film non parlano solo di desiderio: parlano del piacere, profondamente umano, di cercarsi anche quando non si sa bene chi si è.
Una saga imperfetta, irriverente e sorprendentemente onesta. Proprio come certe serate che iniziano con un appuntamento e finiscono… beh, non sempre dove ci si aspettava.
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