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Reading: L’anatomopatologo tra crisi di vocazione e Ia: “Dietro un referto non c’è una macchina”
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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
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L’anatomopatologo tra crisi di vocazione e Ia: “Dietro un referto non c’è una macchina”

Redazione
Redazione 4 mesi fa
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(Adnkronos) –
Lavorano dietro le quinte di un ospedale, ma sono fondamentali per ogni tipo di diagnosi. Negli ultimi anni le vocazioni per questa specializzazione medica sono in calo – pur avendo conosciuto la ribalta per i personaggi di serie tv, da 'Rosewood' alla produzione italiana 'L'allieva' dove diventano veri e propri detective aggiunti – però gli anatomopatologi non si arrendono, anzi. Il loro apporto resta fondamentale in oncologia, per esempio, e in diversi altri settori. Eppure, questa professione risulta negli ultimi anni poco attrattiva. Forse insieme all'emergenza-urgenza è una delle specializzazioni che si sceglie di meno dopo la laurea in Medicina, negli ultimi anni si registra un calo del 25% degli iscritti. Della bellezza e delle difficoltà della specializzazione, tra l'Ia che incombe e il peso della "responsabilità decisionale altissima" che mette paura alle giovani leve, parla Arianna Di Napoli, professore associato di anatomia patologica all'Università Sapienza di Roma ed ematopatologa dell'Azienda ospedaliero-universitaria Sant'Andrea di Roma. Prima di tutto come si diventa anatomopatologo? "Il percorso inizia con la laurea magistrale in Medicina e Chirurgia (6 anni), seguita dal conseguimento del diploma di specializzazione in Anatomia Patologica. Attualmente il corso di specializzazione dura 4 anni, a differenza dei 5 previsti dal precedente ordinamento", risponde Di Napoli. Nello specifico, cosa si fa ogni giorno all'interno dell'Unità di Anatomia patologica morfologica e molecolare del Sant'Andrea? "Il patologo è il medico che analizza i campioni tessutali dei pazienti – prelevati chirurgicamente mediante la biopsia – per formulare una diagnosi precisa. Il nostro lavoro si svolge sia su biopsie ambulatoriali (chirurgiche, endoscopiche, ecoguidate o Tc-guidate), sia attraverso l'esame istologico intraoperatorio. Quest'ultimo è fondamentale: mentre il paziente è ancora sul tavolo operatorio, forniamo al chirurgo informazioni immediate per guidare l'intervento o verificarne la radicalità (ovvero accertarsi che i margini di resezione siano liberi da malattia) – prosegue la specialista – Oltre alla diagnosi morfologica di tumore, forniamo parametri cruciali per la stadiazione e la medicina di precisione. Oggi, la scelta di terapie oncologiche 'chemo-free' si basa proprio sulla nostra capacità di identificare bersagli molecolari specifici attraverso analisi genetiche avanzate". Quali sono i settori della medicina in cui il contributo dell'anatomopatologo è essenziale per definire la natura della patologia? "Siamo il fulcro dell'oncologia, sia per i tumori degli organi solidi (ad esempio polmone, mammella, apparato digerente) sia per quelli del sistema ematopoietico (linfomi e leucemie). Tuttavia – precisa Di Napoli – il nostro ruolo si estende ben oltre: diagnostichiamo patologie infettive (come la tubercolosi o le gastriti da Helicobacter pylori) e malattie infiammatorie o immunomediate, come ad esempio la celiachia e le nefropatie". Il ruolo di questi professionisti è cruciale nel fornire diagnosi precise attraverso l'esame microscopico dei tessuti. Ma perché si parla così poco del loro lavoro? "C'è un paradosso di fondo – ragiona l'esperta – mentre i pazienti spesso ignorano la nostra esistenza, la nostra figura è il perno invisibile su cui ruotano le decisioni di clinici e chirurghi. Questo accade perché il nostro referto viene comunicato al paziente dal medico curante che traduce i nostri tecnicismi in termini comprensibili. C'è una scena famosa nel film 'Caro Diario' di Nanni Moretti: lui dice 'il chirurgo disse: Linfoma di Hodgkin'. In realtà, quella diagnosi non l'ha fatta il chirurgo – che ha prelevato il linfonodo – ma un patologo specializzato in ematopatologia. Molti credono che dietro un referto ci sia una macchina, come per un comune esame del sangue; non sanno che dietro quel foglio c'è un medico che, con esperienza e studio, ha interpretato i segni della malattia per tracciare la rotta della cura". E perché esiste questa 'crisi di vocazione'? "Spesso i giovani percepiscono la nostra specializzazione come poco gratificante perché manca il ringraziamento diretto del paziente. C'è anche il mito, errato, di scarse prospettive economiche legate al solo ambito ospedaliero. In realtà, il patologo svolge un'importante attività professionale anche nel settore privato, analizzando campioni provenienti da cliniche e centri specialistici. È una professione intellettualmente stimolante che richiede una responsabilità decisionale altissima", risponde Di Napoli.  Anche la ricerca è importante in Anatomia patologica. "È il motore dell'innovazione medica – conferma l'esperta – Ogni nostra diagnosi nasce dall'osservazione, che genera domande a cui solo la ricerca scientifica può rispondere. Questo impegno si concretizza, circa ogni 5 anni, nelle nuove classificazioni dei tumori dell'Oms (World Health Organization), che diventano le 'bibbie' diagnostiche per i medici di tutto il mondo. Personalmente, sono orgogliosa di aver contribuito, con le mie ricerche, all'identificazione di un'entità tumorale che fino a pochi anni fa era del tutto sconosciuta (il linfoma a grandi cellule associato alle protesi mammarie)".  
L'intelligenza artificiale si sta rivelando sempre più di supporto alla medicina. La rivoluzione tocca anche l'anatomia patologica? "Assolutamente sì – assicura Di Napoli – Stiamo sviluppando algoritmi avanzati capaci di supportare la diagnosi; in ambiti come la patologia prostatica, l'Ia è già uno strumento prezioso per lo screening e l'identificazione delle aree sospette. Tuttavia, l'Ia non sostituisce il medico: il patologo deve sempre revisionare e validare il dato. Anche per una questione legale e deontologica, la firma su una diagnosi che cambia la vita di una persona deve essere quella di un essere umano". Pur essendo l'anatomopatologo un medico, nel suo lavoro quotidiano il contatto con il paziente è molto raro. Non manca questo aspetto? "Io ho scelto consapevolmente di lavorare 'dietro le quinte' – spiega la specialista – Sebbene ricevere un ringraziamento diretto sia raro e mi faccia immenso piacere quando accade, riconosco che il rapporto clinico quotidiano richiede un'empatia e una pazienza particolari. Il mio temperamento – conclude – si sposa meglio con la natura analitica della mia disciplina: formulare una diagnosi è come risolvere un intricato caso giudiziario. Bisogna raccogliere tutti gli indizi microscopici e molecolari per arrivare al 'colpevole'. Forse è per questo che, non a caso, sono una grande appassionata di film gialli". 
—salute/sanitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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