Regista, sceneggiatore e scrittore, Mariano Lamberti ha costruito nel corso degli anni un percorso artistico attento alle identità, alle relazioni e alle contraddizioni della società contemporanea. Dal cinema alla letteratura, il suo sguardo ha spesso incontrato personaggi ai margini, raccontandone desideri, fragilità e trasformazioni senza rinunciare a una forte dimensione personale.
Con Twink a Roma Est, Lamberti torna alla scrittura per raccontare una Roma notturna e periferica, popolata da giovani, incontri, solitudini e relazioni in cui il confine tra desiderio e bisogno d’affetto diventa spesso sottile. Un romanzo che guarda anche alla tradizione dei “ragazzi di vita” di Pasolini, ma attraverso una sensibilità profondamente contemporanea.
In questa intervista parliamo con Mariano Lamberti del suo nuovo libro, dei personaggi che lo abitano, del rapporto tra cinema e letteratura e di un percorso artistico che, attraverso linguaggi diversi, continua a interrogarsi sull’identità e sull’essere umano.
Mariano Lamberti Twink a Roma Est torna il tema dei “ragazzi di vita” che richiama Pasolini: cosa rappresenta oggi, secondo lei, la periferia romana e quanto è cambiato lo sguardo sui giovani rispetto all’epoca pasoliniana?
Non ti nascondo che l’ambizione di Twink a Roma Est era proprio quella di provare a fare una versione contemporanea di Ragazzi di vita.
Che cosa hanno in comune i Twink di oggi con i ragazzi di Pasolini? L’inconsapevolezza e una certa idea di sopravvivenza. Ma mentre i ragazzi di vita erano spinti da una necessità quasi primitiva di sopravvivere, oggi quella necessità si è trasformata in un bisogno di adeguamento sociale.
Molti Twink ricorrono alla prostituzione non per sopravvivere, ma per adeguarsi a standard consumistici spesso nevrotici. È una forma diversa di sopravvivenza, più sociale che materiale.
Sono cambiati i tempi, è cambiata la periferia, ma in fondo qualcosa è rimasto: la difficoltà di capire fino in fondo il mondo nel quale si è immersi.

Max, il protagonista di Twink a Roma Est, vive tra desiderio, solitudine e bisogno di essere visto. Quanto c’è di osservazione della realtà contemporanea e quanto, invece, di invenzione letteraria nel suo personaggio?
Direi fifty-fifty. Da una parte c’è l’osservazione della realtà: conosco e frequento questa generazione, e sono molto curioso nei suoi confronti.
Pasolini aveva nei ventenni delle periferie una sorta di termometro sociale per capire come stesse cambiando il corpo della società. Io oggi, attraverso le app, i social e i tanti strumenti di comunicazione, osservo molto questa generazione. Per me è una vera e propria cartina di tornasole del cambiamento sociale.
Quindi sì, sono profondamente immerso in questi temi. Ma Max è anche un personaggio letterario: a un certo punto entra necessariamente in gioco l’invenzione.
Nel libro emerge anche il rapporto tra generazioni diverse e i loro squilibri di potere. È un tema che voleva raccontare consapevolmente fin dall’inizio oppure è nato durante la scrittura?
Come tu ben sai, visto che scrivi anche tu, i temi non sono mai del tutto consapevoli quando si comincia a scrivere.
C’era sicuramente un bisogno, forse inconscio, di raccontare come la sessualità e i rapporti tra le persone siano anche forme di potere, spesso occultate o trasformate in bisogni emotivi. Su questo non ho molti dubbi: dietro i rapporti tra le persone esiste quasi sempre una dinamica di potere.
Ma non era un tema che mi ero proposto consapevolmente di affrontare. È emerso durante la scrittura.
Lei arriva al romanzo dopo una lunga esperienza nel cinema, tra regia e sceneggiatura. Scrivere Twink a Roma Est le ha permesso di raccontare qualcosa che attraverso le immagini non sarebbe riuscito a esprimere nello stesso modo?
Sicuramente. Il cinema e la letteratura, sulla sessualità, hanno possibilità molto diverse. La letteratura può entrare nella fenomenologia del desiderio con una libertà che il cinema italiano, ancora oggi, fatica ad avere. Sullo schermo la sessualità passa inevitabilmente attraverso limiti, censure e convenzioni; sulla pagina posso invece mostrarla nella sua dimensione più cruda e nuda.
A me interessa una realtà trasfigurata dalla letteratura, ma mai perbenista. Raccontare la sessualità così com’è è una costante del mio lavoro: non per scandalizzare, ma per portare alla luce ciò che normalmente viene rimosso o nascosto.
In questo senso, la letteratura mi ha permesso di andare dove il cinema, almeno in Italia, spesso non riesce ad arrivare

Guardando alla tua filmografia, da Non con un bang a Good As You, quali temi sente di aver inseguito per tutta la sua carriera, anche quando cambiavano personaggi e linguaggi?
Credo che il filo rosso che attraversa tutta la mia filmografia, e a cui aggiungerei anche il mio ultimo film, Una storia vera, sia la ricerca di un’identità. A volte sociale, a volte emotiva, altre volte sessuale.
Ma, più in profondità, è la ricerca del proprio posto nel mondo, possibilmente senza condizionamenti.
È un tema che mi interessa a tutti i livelli e attraverso linguaggi diversi: nel cinema, nel teatro, nella letteratura e persino nella poesia. Cambiano i personaggi e cambiano le forme, ma alla fine torno sempre lì: alla necessità di capire chi siamo e quale spazio possiamo occupare nel mondo
Il titolo Twink a Roma Est mette insieme un termine legato alla cultura queer contemporanea e un luogo molto preciso della città. Quanto è importante per lei il linguaggio – e in particolare il linguaggio queer -nel raccontare l’identità dei suoi personaggi?
Credo che il linguaggio sia il perno centrale del mio lavoro, non solo di questo libro, ma della mia produzione letteraria, da L’amore ai tempi di Grindr fino a Twink a Roma Est.
Cerco sempre il linguaggio della realtà, quello che appartiene davvero al mondo e ai personaggi di cui sto parlando. Per me è quasi una cosa sacra: deve essere preciso, senza infingimenti.
Per questo, a volte, la mia letteratura può risultare urticante. Il linguaggio ha la funzione di rivelare ciò che normalmente rimane nascosto, anche ciò che appartiene alla profondità dell’inconscio.
E spesso è proprio l’inconscio la parte della realtà che la società, o semplicemente il senso comune, non vuole vedere. Il linguaggio queer, in questo senso, non è soltanto una scelta stilistica: è uno strumento per raccontare una realtà nella sua forma più autentica
Dopo aver attraversato cinema, scrittura e poesia, cosa sente di voler esplorare oggi che non ha ancora raccontato? E c’è un nuovo progetto che potrebbe rappresentare un ulteriore cambiamento nella sua ricerca artistica?
In questo momento vorrei tornare al cinema, soprattutto al documentario. Sto ultimando Pasolini a Budapest, un progetto molto complesso sul quale non vorrei dilungarmi troppo in questa sede.
Quello che vorrei fare nel prossimo futuro è riavvicinarmi al cinema con la stessa disinvoltura con cui mi sono avvicinato alla letteratura: fare un cinema vero, crudo, reale, senza infingimenti.
Devo trovare il coraggio e soprattutto le risorse per realizzare finalmente un film che mi rispecchi fino in fondo. Nella letteratura sono riuscito ad andare molto più lontano; nel cinema, per una questione evidente di finanziamenti e di produzione, non ho mai avuto la stessa libertà.
Questa volta però voglio riuscirci. Non per scandalizzare, ma per una forma di adesione totale alla realtà e al linguaggio con cui scelgo di raccontarla

