C’era da aspettarselo. Ogni grande produzione hollywoodiana, oggi, sembra destinata a passare prima dal tribunale dei social che da quello della critica. The Odyssey di Christopher Nolan non ha fatto eccezione. Anzi, ancora prima dell’uscita in sala era già stato etichettato come “film woke”, trasformando il dibattito sul casting in un campo di battaglia ideologico.
Le polemiche si sono concentrate soprattutto su Lupita Nyong’o, scelta per interpretare Elena di Troia. Per alcuni commentatori conservatori, una donna nera non avrebbe potuto incarnare il mito della “donna più bella del mondo”. Un’obiezione che dimentica un dettaglio fondamentale: L’Odissea è un poema mitologico, non un documentario storico. La stessa attrice ha liquidato le critiche con eleganza: «Il nostro cast è rappresentativo del mondo». Un’affermazione semplice, che ricorda come il cinema contemporaneo possa rileggere i classici senza esserne prigioniero.
Nel mirino è finito anche Elliot Page, attore transgender, la cui presenza nel cast è stata usata come prova dell’ennesima “agenda woke”. Per giorni il web ha diffuso la falsa notizia che interpretasse Achille, alimentando indignazione e meme. In realtà Page veste i panni di Sinon, il soldato che rende possibile l’inganno del cavallo di Troia. Una polemica costruita, quindi, anche su informazioni sbagliate.

E poi c’è la questione del realismo storico. Alcuni utenti hanno contestato perfino la presenza di soldati asiatici nell’esercito acheo. Ma basta ricordare che la guerra di Troia, così come raccontata da Omero, appartiene al territorio del mito, popolato da dèi, mostri e magie. Nolan non cerca la ricostruzione archeologica assoluta: costruisce un universo cinematografico, dove il linguaggio del presente dialoga con il racconto antico.
Da giornalista queer, colpisce soprattutto un aspetto: la rapidità con cui l’etichetta “woke” è diventata una scorciatoia per evitare di discutere il film. Parlare della pelle di Lupita Nyong’o o dell’identità di Elliot Page è stato, per molti, più semplice che confrontarsi con le domande che Nolan pone sulla guerra, sul potere, sulla colpa e sull’umanità di Ulisse.
Perché, alla fine, The Odyssey è un grande film. Ambizioso, spettacolare, emotivamente potente. Può piacere o meno la sua reinterpretazione del mito, ma ridurlo a una disputa sul casting significa ignorarne il cuore. Nolan dimostra ancora una volta che i classici sopravvivono proprio perché vengono riscritti da ogni epoca.
Le polemiche passeranno, come spesso accade. Resterà il film. E, probabilmente, sarà questo il vero viaggio destinato a durare più a lungo.

