venerdì , 20 Settembre 2019

L’Ombra del Diavolo sull’antenato del Rock.

Sesso, droga e rock’n’roll. Quante volte l’avete sentito? Si, nell’immaginario collettivo è ancora vivissimo l’archetipo della rock star dannata, vittima (spesso in senso letterale) dei suoi eccessi e delle sue sregolatezze. Subito la mente corre al celeberrimo Club 27, una cerchia di icone rock accomunate dalla sorte infausta della morte all’età di 27 anni: Brian Jones, Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison e i più recenti Kurt Cobain e Amy Winehouse.

E quante volte, nei nostri viaggi, abbiamo toccato con mano l’origine negra del rock?

Se è vero che il frutto non casca mai lontano dall’albero, è proprio nella musica negra che dobbiamo andare a ricercare quella maledizione, quel rapporto morboso col peccato, quella consunzione dell’anima che sembra un tratto caratteristico della storia di questa musica.

Oggi ce ne andiamo nel Delta del Mississipi, che non è la foce vera e propria del fiume, ma un fazzoletto di terra creato dall’incrocio di due fiumi, lo Yazoo e il Mississipi.

A Robinsonville, una cinquantina di chilometri a sud di Memphis, la bolla di caldo riesce a liquefare la linea dell’orizzonte. Il cielo è cristallino e i batuffoli di cotone sono un tappeto bianco sulla pianura verde.

Nel Delta, tra la fine della guerra civile americana (1865) e gli anni ’20 del Novecento, si sono create condizioni economiche sociali e politiche particolari. Le spese le hanno fatte gli afroamericani, meglio chiamarli negri, che sono ancora oggi in condizioni di vita disastrose, al limite della sopportazione umana e della stessa sopravvivenza, anche se ormai siamo all’alba degli anni ’30.

Sembrerebbe non esserci nulla di tanto bello da venire a scoprire, eppure qui è maturato un sistema, un atteggiamento, una prassi esistenziale che permette ancora ai negri di sopravvivere: la traduzione musicale di questo atteggiamento si chiama Blues.

Il blues nasce bastardo da madre bastarda. I canti di lavoro dei neri su ritmi e melodie africane si erano già uniti agli inni religiosi degli immigrati europei durante il periodo della schiavitù, dando origine allo Spiritual, la prima forma musicale nera nata in America. A quei tempi, lo spiritual aveva avuto uno dei suoi catalizzatori nella dimensione collettiva. Una preghiera di una comunità intera, mossa dal bisogno di andare oltre la propria condizione terrena e cercare conforto in una dimensione, appunto, spirituale. Lo schema era quello di chiamata e risposta: ad una voce solista che improvvisa i versi risponde un coro su una struttura definita. Democrazia musicale dove ognuno poteva sentirsi parte della preghiera e di più, nella preghiera entravano le storie reali di chi le cantava.

Oggi il negro non è più schiavo, almeno sulla carta. Lo status sociale è diventato piuttosto quello del reietto: segregazione, povertà assoluta, feroci discriminazioni razziali e quasi totale assenza di scolarizzazione sono alcune tra le cose per cui, anche nei ’30 del Novecento, nascere negro non è conveniente, soprattutto qua al Sud. E non ho contato le simpatiche operazioni di pulizia etnica di quei simpaticoni incappucciati del Ku Klux Klan.

Per questo molti ex schiavi hanno deciso di tornare qui nel Delta a lavorare il cotone. Ora sono “mezzadri”, ma tutto l’interesse dei padroni bianchi sta nel limitare l’ascesa politica dei negri liberati. A tale scopo l’economia della piantagione si sta rivelando un sistema efficacissimo, una sorta di nuovo feudalesimo. Nulla, o molto poco, è cambiato.

Ecco che il Blues nasce e si configura non più come canto comunitario, ma come espressione dello smarrimento e della disperazione del singolo individuo, libero si, ma represso ed abbandonato da una società bianca che continua schiacciare qualsiasi pretesa di diritto. Il bluesman è solo, a rispondere al suo lamento nessun coro, solo un’armonica a bocca, un banjo o una chitarra a cui, nella migliore delle ipotesi, mancano solo un paio di corde.

Il Blues del Delta è sporco, sgraziato e molto lontano dalle orchestrine lanciate dalla discografia già da una decina di anni e che stanno dando un discreto successo alle prime interpreti di colore del genere come Ma Rainey e Bessie Smith.

È esattamente qui che il diavolo si è messo in attesa, tra queste campagne che pullulano di bettole cadenti dove si mangia, si beve del pessimo moonshine, si fuma, si balla, si sta con le donnine. Se gli incontri di preghiera erano il luogo degli spiritual, queste baracche a metà tra bar e bordelli (qua li chiamano Jukejoint) sono le chiese sconsacrate in cui muoveranno i loro passi Charley Patton, Son House, Skip James, Mississipi John Hurt e molti altri, fino al più grande di tutti, che è il motivo per cui mi sono spinto fin qui: Robert Johnson.

Non sono l’unico ad essere venuto ad ascoltare Robert. Tra le panche gira un bisbiglio. Il vecchio Tommy me lo conferma: “Rob è sempre stato una piccola schiappa, ricordo quando Son House tentava di fargli capire qualcosa della chitarra. Ma nulla, era davvero scarso. Non si è visto per un annetto qui. Sappiamo che sua moglie è morta partorendo. Ora torna e tutti dicono che canta e suona come nessuno. Dicono che abbia il blues. Non c’è altra spiegazione, s’è venduto l’anima al demonio per diventare cosi dannatamente bravo!”

Johnson in effetti è il prototipo del dannato di cui parlavamo all’inizio del racconto. Ama l’alcol e le donne, ha un carattere ombroso e non si impegna certo a far spegnere le voci sul suo conto. Un uomo che ha cambiato il suo modo di suonare l’ha incontrato davvero, è il bluesman Ike Zinnerman e sotto la sua guida ha studiato ferocemente, diventando un musicista professionista e superando in questo i suoi colleghi delle campagne del Delta. Robert ha viaggiato, studiato sui dischi, ascoltato le versioni cittadine del blues ed ha attinto al nascente jazz. Ascoltarlo è rendersi conto del passo in avanti che la cultura musicale nera sta facendo in questo periodo grazie ad un’ulteriore operazione di ibridazione.

Ne saranno dimostrazione i suoi dischi, che oggi sono considerati un passaggio fondamentale nel percorso di trasformazione del blues in rock.

Eppure l’ombra della disperazione, del peccato, e del demonio stesso striscia costante in tutta la sua produzione, non più di 29 incisioni, in cui spiccano grandi classici come Sweet Home Chicago e Cross Road Blues, ma anche titoli come Me and The Devil o If I Had Possession Over Judjment Day.

Il diavolo padre del blues, quindi nonno del rock. Solo stupide leggende.

Ah, dimenticavo. Robert Johnson morirà in circostanze misteriose tra pochi anni, nel 1938, forse avvelenato da un marito geloso. Indovinate a quanti anni?

Ventisette.

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Biografia Stefano Di Meglio

Stefano Di Meglio
Nato a Ischia nel 1982, si trasferisce all’età di diciotto anni a Napoli, dove svolge da allora l’attività di musicista. Ha studiato Filosofia ed è diplomato in Basso Elettrico Pop al Conservatorio di Frosinone Collabora con svariate formazioni e nomi del panorama musicale campano. Dal 2008 è il bassista dei “Queen of Bulsara”, affermata tribute band che porta in scena (con all’attivo più di 1200 live in Italia e all’estero) uno spettacolo dedicato alla storia dei Queen. E’ bassista presso lo studio di registrazione “la Casetta” di Torre del Greco. Insegna inoltre Basso elettrico, Teoria e Armonia e Musica d’Insieme presso i laboratori musicali del Teatro delle Rose a Piano di Sorrento.

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