La storia della musica internazionale ha da sempre individuato in determinati palcoscenici naturali e storici una sorta di consacrazione definitiva, un tempio a cielo aperto in grado di trasformare una semplice esibizione dal vivo in un evento epocale, e quando l’annuncio ufficiale ha confermato che la leggendaria formazione svedese degli Opeth avrebbe calcato il prestigioso palco dell’Anfiteatro degli Scavi del Parco Archeologico di Pompei per la terza attesissima edizione del rinomato festival Beats of Pompei, l’intera comunità degli appassionati di sonorità progressive e heavy metal ha immediatamente percepito la portata storica di un simile connubio culturale.
L’organizzazione impeccabile, curata nei minimi dettagli da Blackstar Entertainment e Fast Forward Live, ha saputo strutturare una serata dal valore artistico assoluto, portando all’ombra del Vesuvio una delle realtà più innovative, profonde e influenti degli ultimi trent’anni di musica pesante, capace di coniugare la furia del death metal con le più raffinate partiture del rock progressivo classico.
Il fascino millenario delle pietre romane, intarsiate di memorie classiche e suggestioni senza tempo che storicamente rievocano nell’immaginario collettivo i fasti psichelici e immortali dei Pink Floyd, si è sposato magnificamente con l’estetica complessa, teatrale e strutturata della band guidata dall’eclettico e carismatico frontman Mikael Åkerfeldt, creando un cortocircuito emozionale che ha lasciato senza fiato i tantissimi spettatori accorsi da ogni parte d’Italia.
Ad accendere gli animi di una platea gremita e vibrante di trepidazione fin dalle prime ore del tardo pomeriggio sono stati gli statunitensi Blood Incantation, una formazione in costante e vertiginosa crescita di consensi all’interno del panorama internazionale del technical e progressive death metal, abilissimi nel riscaldare l’atmosfera con trame sonore articolate, virtuosismi e atmosfere cosmiche che hanno preparato alla perfezione il terreno per l’evento principale, introducendo il pubblico in un viaggio sensoriale culminato quando le luci del crepuscolo campano si sono abbassate per fare spazio alla maestosa performance degli svedesi, giunti in terra partenopea nel pieno del loro acclamato tour promozionale legato al nuovo, attesissimo capitolo discografico intitolato The Last Will and Testament.
Per raccontare l’essenza più autentica e viscerale di questa memorabile notte di grande musica, cediamo interamente la parola al nostro inviato speciale sul campo, Fulvio Donato, che ha vissuto, respirato e documentato ogni singolo istante di questo eccezionale trionfo musicale direttamente dalle gradinate storiche del monumento pompeiano, regalandoci una cronaca appassionata e dettagliata che si inserisce perfettamente nel cuore del nostro racconto.

“Gli Opeth A Pompei, un Onda sonora dalla Svezia. Oramai quando si parla degli Opeth in tema prog, non si accenna più ad una band di nicchia, che solo i più appassionati conoscono, ma si parla di un Gruppo che è riuscito a consacrarsi nella Storia del Rock.
Forse proprio il cambiamento avvenuto nel corso degli anni che nonostante abbia creato qualche dissenso tra i più fedelissimi, li ha portati ad estendere il loro successo passando da sonorità piu metalliche a quelle più classiche che si radificano nelle basi del Progressive.
Ieri sera per la prima volta a Pompei e al sud si è visto un vero spettacolo che ha regalato grandi emozioni riuscendo a proporre una scaletta che riepiloga perfettamente la loro storia partendo dai brani dell’ultimo disco “The last Will and testament” per poi passare a grandi classici come “The Grand Conjuration” e “The Drapery Falls” mostrando il loro impatto sonoro devastante, il tutto arricchito da momenti di grande simpatia e schiettezza del Leader e Frontman Mikael Aerfeldt e che spesso diverte i suoi fan con la sua ironia.
In Conclusione non poteva mancare il brano che più ha lasciato il segno nella storia degli Opeth ovvero “Deliverance” che con la sua trama finale regala dei titoli di coda che si imprimono nell’anima dello spettatore.
Personalmente credo che si sia atteso troppo per vedere una band come gli Opeth In terra partenopea e al sud e ritengo che palcoscenici di spessore culturale come quello dell’anfiteatro di Pompei debbano piu di frequente proporre concerti che fanno parte della sfera del rock e del haavy Metal. Ciò detto speriamo che in futuro riusciremo a vedere altre band della categoria ponendo fine ad estenuanti attese e di non dover essere obbligati a macinare chilometri per godere di questi spettacoli”.
Queste parole così sentite e cariche di genuino entusiasmo da parte del nostro Fulvio Donato mettono in luce non solo la straordinaria caratura tecnica ed esecutiva dimostrata dalla band sul palco, ma sollevano una riflessione culturale e geopolitica di fondamentale importanza per l’intera gestione dei grandi eventi e della musica dal vivo nel Mezzogiorno d’Italia.

L’epilogo trionfale affidato alle celeberrime note, ai riff monolitici e ai poliritmi ipnotici di un capolavoro assoluto come Deliverance ha dimostrato in modo inequivocabile come la complessità e la raffinatezza del progressive metal contemporaneo non siano affatto antitetiche alla sacralità archeologica e alla solennità dei luoghi storici, bensì ne rappresentino una naturale, potente e moderna estensione espressiva capace di unire generazioni diverse di ascoltatori.
La risposta straordinaria del pubblico, accorso in massa per riempire ogni singolo spazio disponibile dei gradoni dell’Anfiteatro di Pompei, testimonia una profonda fame di cultura rock e di eventi alternativi di spessore che troppo spesso viene ignorata dai grandi circuiti dei festival estivi tradizionali, i quali tendono a concentrare le principali tappe internazionali esclusivamente nelle grandi arene del Nord Italia.
Questa cronica carenza logistica ha costretto per anni gli appassionati meridionali a sobbarcarsi lunghe, estenuanti e dispendiose trasferte verso il settentrione o addirittura verso l’estero pur di assistere alle esibizioni dei propri idoli, un trend penalizzante che fortunatamente manifestazioni illuminate come questa stanno finalmente scardinando con forza e autorevolezza.
Eventi di una simile portata e dal respiro così internazionale, resi possibili solo grazie alla visione lungimirante, al coraggio imprenditoriale e alla sinergia di promoter come Blackstar Entertainment e Fast Forward, aprono una nuova ed entusiasmante strada nel panorama dell’intrattenimento culturale campano, dimostrando che il Sud Italia possiede sia le strutture storiche uniche al mondo sia un pubblico caloroso, competente e civile pronto a rispondere presente.
Ci si auspica dunque che questa memorabile notte pompeiana non rimanga un caso isolato o una felice eccezione, ma che venga recepita dalle istituzioni locali, dalle soprintendenze e dai produttori come un chiaro segnale di svolta per inserire in pianta stabile la sfera del rock e dell’heavy metal di qualità all’interno delle programmazioni estive dei nostri più prestigiosi siti archeologici.
Gli Opeth hanno lasciato Pompei tra gli applausi scroscianti e i cori di una platea estasiata, lasciando dietro di sé un’eco sonora di proporzioni gigantesche, un’autentica onda svedese che ha saputo scuotere con rispetto le millenarie mura romane infondendo loro una nuova, vibrante e indimenticabile linfa vitale che rimarrà impressa a lungo nella memoria storica di tutti i presenti.

