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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
I Racconti Senzalinea

Luna Galiziana

Un incarico. Un viaggio. Una notte di luna piena si trasforma in un incubo.

Adelaide Ciancio
Adelaide Ciancio 1 anno fa
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7 Min Lettura
Luna Galiziana
Luna Galiziana
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Il ragazzo correva nella prateria. Faceva freddo ma era sudato, più per la paura che per la corsa. La luna piena illuminava i suoi passi scoordinati tra buche, sassi e “Mojones”.Certo di aver messo un po’ di distanza tra lui e il suo inseguitore, il giovane si fermò sotto un albero per riprendere fiato. Ma come era finito in quel pasticcio?

Ricordava di essere uscito a fumare una sigaretta nel cortile dell’albergue, come si chiamavano gli ostelli sul Cammino di Santiago. Il cancelletto era aperto per accogliere i pellegrini ad ogni ora ed era uscito fuori attirato da uno strano rumore oltre la siepe che circondava la proprietà… e tutto ad un tratto quella cosa enorme e animalesca era spuntata e lo aveva fissato minacciosa! Era fuggito via e ora non sapeva più da quanto tempo correva.

E dire che era partito per fare esperienza, dimostrare di essere un buon fotografo e portare a casa il compenso che gli era stato offerto: piuttosto alto per un semplice reportage e con l’ordine di seguire il percorso Galiziano ma, in fondo, perché no?

Era su un cammino spirituale… Cosa poteva mai accadere?

Il battito era rallentato un po’ quando vide il mulino abbandonato. Diede un’occhiata in giro e spiccò una corsa forsennata per raggiungerlo. Dentro, sbarrò la porta con tutto ciò che trovò, poi salì su una scaletta a pioli strappandosi i jeans con una scheggia e raggiunse una sorta di soppalchetto pieno di paglia puzzolente. Si sdraiò sulla schiena e guardò le stelle dal buco nel tetto. Toccò il punto in cui i jeans si erano rotti e sentì il sangue che colava dalla ferita alle assi di legno fino al pavimento di sotto. Tolse la pashmina sottile dal collo e la annodò stretta intorno al taglio lasciandosi sfuggire un gemito di dolore. In quell’istante sentì battere contro le porte del mulino: la cosa che lo inseguiva lo aveva trovato e si nascose sotto la paglia. Le porte cedettero e la creatura entrò ringhiando.

Il giovane restò immobile con le mani premute sulla bocca: il maledetto fieno a cui era sempre stato allergico gli pizzicava il naso e non aveva con sé l’antistaminico. Cercò di resistere e aspettò.

Per un tempo che gli parve infinito il suo inseguitore, probabilmente una specie di animale, annusò il punto sul pavimento dove era caduto il suo sangue e infine uscì con un ringhio carico di frustrazione.

Il fotografo uscì dal mucchio di fieno e rilanciò una serie di starnuti ma le assi erano marce e gli spasmi del suo corpo fecero cadere l’intero soppalchetto, lui e la paglia. Mentre cercava di alzarsi, gemendo per il dolore il giovane vide l’ombra minacciosa allungarsi sul pavimento. Sollevò lo sguardo e impallidì:  davanti a lui c’era l’essere che gli dava la caccia. Non riusciva a vederlo in viso ma dubitava che fosse normale: era allungato, con occhi gialli scintillanti, qualcosa gli colava dalla bocca. La figura alta, grottesca e pelosa, le mani gigantesche con le unghie più lunghe che avesse mai visto fecero galoppare la sua fantasia e disse che era impossibile ma era lì davanti a lui.

Dolorante e sfinito dalla corsa, sentì che era finita.

Chiuse gli occhi, le lacrime scesero sul viso barbuto. La creatura gli piombò addosso e lo morse sulla spalla e lui urlò di paura e dolore. Non vide la sua vita passargli davanti ma sua madre, fervida credente, che prima della sua partenza borbottava che tutti quei soldi erano una tentazione del Diavolo ma almeno Santiago di Compostela lo avrebbe protetto. “Grazie mamma!” pensò il giovane prima di perdere i sensi. Nella confusione mentale avvertì che qualcosa di grosso e pesante cadeva accanto a lui, poi più niente.

Luna Galiziana
Luna Galiziana

Si svegliò in una stanza semplice e accogliente, illuminata da una lampada.

Un sacerdote con barba e capelli rossi era seduto in poltrona con un libro in mano e gli sorrise amichevolmente. Gli raccontò che all’ostello si erano preoccupati nel non vederlo tornare per cena, così avevano avvisato la “policia” e organizzato una squadra di ricerche.

Lo avevano trovato ferito al vecchio mulino e portato in ospedale e qualcuno gli aveva riportato lo zaino e la borsa con l’attrezzatura che ora giacevano in un angolo della camera.

Bussarono alla porta e un altro prete, più alto e robusto con folti ricci scuri entrò insieme ad una donna coi capelli rossi come l’uomo in poltrona. Avevano informato la sua famiglia dell’incidente e il fotografo ringraziò ma quando fece per andarsene il prete più grosso lo fermò con una mano.

La donna gli spiegò gentilmente che, anche se stava bene, non poteva ancora tornare a casa per… motivi di sicurezza! Lui non lo accettò e corse via. Cercò l’uscita ma un odore delizioso di carne fresca lo distraeva che lo faceva sentire affamato come non mai. Seguì la scia fino al seminterrato e trovò una stanza con un tavolino dove troneggiava un’enorme fiorentina ancora cruda.

Ci si avventò divorandola e allora la pesante porta blindata si chiuse e lui la prese a pugni gridando di farlo uscire. La luna piena illuminò la stanza e all’improvviso la pelle iniziò a formicolare mentre dolori lancinanti si irradiavano in tutto il corpo, tanto forti da annebbiare la sua mente. Sentì la voce della donna gli diceva di non avere paura, che presto sarebbe tutto finito.

Ma l’incubo era appena cominciato.

 

 

 

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