Li avevo completamente rimossi. Poi è bastata una vacanza a Tokyo per farmeli ritrovare ovunque.
Portachiavi, peluche, magliette, spille, gadget, stand dedicati nei negozi di anime: Makao e Joma sembrano vivere una seconda giovinezza. In un Giappone dove il merchandising è una forma d’arte, mi ha sorpreso vedere quanto questi due villain di Crayon Shin-chan siano ancora amatissimi. E la domanda è nata spontanea: ma perché proprio loro?
La risposta è semplice. Perché sono irresistibili.
O forse perché rappresentano uno degli esempi più interessanti di queer coding nella storia degli anime, pur senza essere mai dichiarati tali.
Ci sono coppie che si baciano. Coppie che si sposano. Coppie che crescono figli. E poi ci sono Makao e Joma.
Due uomini inseparabili che combattono insieme, litigano come una coppia sposata da vent’anni, condividono ogni piano, entrano in scena con outfit teatrali e una presenza scenica che ruba la scena a tutti. Ma no, guai a definirli una coppia.

Benvenuti nel mondo del queer coding, una tecnica narrativa con cui un personaggio viene costruito attraverso caratteristiche, comportamenti o dinamiche che possono essere letti come queer, senza che il testo lo dichiari esplicitamente. Non significa necessariamente che quel personaggio sia gay, bisessuale o appartenente alla comunità LGBTQ+: significa che utilizza un linguaggio fatto di simboli, allusioni e codici che molti spettatori riconoscono.
Negli anni Novanta gli anime giapponesi erano pieni di personaggi costruiti così. Non erano apertamente LGBTQ+, ma comunicavano attraverso teatralità, fluidità di genere, eleganza, ironia, gestualità sopra le righe e relazioni così intime da sfidare le convenzioni della mascolinità tradizionale. In un periodo in cui una rappresentazione esplicita era rara, questi codici permettevano agli autori di suggerire molto senza affermare nulla.
Makao e Joma sono uno degli esempi più riusciti.
La loro dinamica è quella di due persone che si sopportano, si provocano, si completano e, soprattutto, sembrano incapaci di stare lontane l’una dall’altra. Se uno cade, l’altro accorre. Se uno sbaglia, l’altro sbuffa. Se devono fare un ingresso, lo fanno rigorosamente insieme.
A renderli così memorabili, però, non è solo il loro rapporto. È anche il modo in cui vengono messi in scena: pose teatrali, costumi appariscenti, un’estetica volutamente esagerata e una complicità che richiama molti dei codici visivi tradizionalmente associati al queer coding. Sono elementi che non costituiscono una prova dell’orientamento sessuale dei personaggi, ma che contribuiscono a creare quella particolare ambiguità che li rende immediatamente riconoscibili.
Eppure il copione non pronuncia mai quella parola.

Perché?
Perché negli anni Novanta era molto più semplice suggerire che dichiarare. Il queer coding permetteva agli autori di creare personaggi leggibili da chi sapeva cogliere quei segnali, senza mai renderli esplicitamente LGBTQ+. Era una strategia narrativa, ma anche il riflesso di un’epoca e di un’industria dell’intrattenimento che spesso preferiva lasciare tutto nel sottotesto.
Vale anche la pena ricordare che il queer coding non nasce necessariamente con un intento di rappresentazione positiva. Per decenni, soprattutto nel cinema occidentale, molti villain venivano caratterizzati con tratti percepiti come effeminati o anticonformisti proprio per renderli “diversi” agli occhi del pubblico. Negli anime, però, questo linguaggio ha assunto spesso sfumature differenti: più giocose, teatrali e aperte all’interpretazione, tanto da trasformare alcuni personaggi in autentiche icone per il pubblico queer.
Guardandoli oggi viene quasi da sorridere.
Davvero dovremmo credere che siano soltanto due colleghi? Due coinquilini del male? Due amici molto affiatati? È il classico meme del “sono solo amici”, applicato all’animazione giapponese.
Naturalmente non esiste una conferma ufficiale che Makao e Joma siano una coppia. Ed è giusto dirlo. Ma è altrettanto vero che, per molti spettatori queer, sono diventati un’icona proprio grazie a quell’ambiguità. Ognuno ci legge quello che vuole, e forse è questo il segreto del loro successo.
Passeggiando tra i negozi di Akihabara e Nakano Broadway, vedere tanto merchandising dedicato a loro mi ha fatto capire una cosa: i personaggi più memorabili non sono sempre gli eroi. A volte sono due cattivi sopra le righe, vestiti come se dovessero salire su un palcoscenico, che continuano a conquistare generazioni di fan.
Forse non sapremo mai chi fossero davvero Makao e Joma. Ma una cosa è certa: a quasi trent’anni dal loro debutto, sono ancora tra i personaggi più riconoscibili e amati di Shin Chan. E questo, in fondo, vale più di qualsiasi etichetta.

