Recentemente sulle note piattaforme streaming sono arrivate due nuovissime serie a tema familiare e che paradossalmente mirano ad un percorso simile. Parlo in entrambi i casi di serie animate per adulti entrambe alla prima stagione.
Ha iniziato Prime che ha sformato #1HappyFamilyUSA (il titolo include l’asterisco come un hashtag) una commedia satirica composta di 8 episodi che parla di una famiglia di egiziani musulmani immigrata negli USA che dopo anni di sforzi per integrarsi e mantenere al contempo le proprie tradizioni si trova a vivere l’11 settembre 2001 e il conseguente cambiamento nel modo in cui vengono visti dagli altri.
E invece Netflix ha risposto con Long Story Short che ci narra di una famiglia di ebrei americani, gli Schwooper (parte dagli anni ’90), per mostrarcene la vita con tutti i suoi stravolgimenti. Loro rispondono ai nomi di Avi, Shira, Yoshi, Naomi ed Elliot. Sono una famiglia tipica dell’universo ebraico americano, una realtà confusa, casinista, piena di vita, di amore.
Ebrei e musulmani a confronto in queste due serie, diverse ma uguali.

La mia attenzione è caduta su due componenti delle rispettive famiglie, le figlie femmine dei capofamiglia, che si scopre subito essere entrambe gay.
Mona è la figlia di Hussein (la cui trama ci riporta a quanto fosse diversa l’America del 2001, mentre affronta le pressioni dell’omofobia e di una crescente ondata di islamofobia). Ha una relazione con una ragazza ma la tiene nascosta a tutti “sotto il velo” che, quando deve, indossa con fatica. Il punto su cui si focalizza la serie è la sua emancipazione resa difficile dal contesto “after” 11 settembre per gli arabi e dalla pressante ombra del Corano. Il nonno è un purista religioso, pretende di “ascoltare” il Corano a colazione e minaccia la figlia che “marcirà all’inferno” insieme alla madre (sua moglie), che rimprovera perché guarda troppa TV. Mona rappresenta il paradosso di chi cresce in un paese libero come l’America ma nel caso suo limitata dagli stereotipi culturali e religiosi di una famiglia che ha trasferito una piccola parte dell’Egitto in terra americana. Nella prima serie non riusciamo a capire molto, mi aspetto che il personaggio faccia passi avanti in nome della libertà tanto proclamata negli Stati Uniti (in questo periodo non tanto per via del Presidente Trump) e paradossalmente essere LGBT era meglio nel 2001 che oggi. Al di là della satira feroce ma gradevole Mona rappresenta tante ragazze gay musulmane intrappolate tra tradizioni e liberà di essere.
Discorso diverso per Shira, figlia del protagonista dell’altra serie. Ebrea americana, ha una relazione con una donna afroamericana ed hanno dei figli, il loro amore è aperto e condiviso dalla famiglia senza remore, senza nascondersi. Bravi gli autori a rendere il tutto familiare, purtroppo dovrei dire “normale” ed i fatto di essere di religione ebraica non ha alcun peso.
Shira vive negli anni 90, un decennio prima di Mona. Shira è schietta (a volte fino al limite).
“Siamo una coppia lesbica con figli ebrei birazziali. Siamo impressionanti”, come dice la sua compagna Kendra in uno degli episodi)
Mona e Shira rappresentano tante donne americane gay ed è bello che si esplori anche l’universo lesbico nelle serie animate dove prevale sempre il maschio gay. Non hanno molto in comune ma entrambe appartengono a due religioni ingombranti che spesso, se non tenute a bada, potrebbero prevaricare sulle loro vite avvolgendole fino a stritolarle.

