Trama: Un conturbante viaggio agli inferi, in una Roma surreale, alla ricerca di un padre scomparso.
Pintor è un medico che ha lavorato tutta la vita al Policlinico. È un uomo dedito alla ricerca, innamorato della scienza. Un giorno, nella maniera più discreta possibile – abbandonando i suoi occhiali sul comodino – toglie il disturbo scomparendo nel nulla e lasciando i figli senza un perché. Mentre il resto della famiglia lo dà per defunto, Fabio e Lara non credono alla morte del genitore e decidono di cercarlo. Alcuni diari del padre indirizzano i due figli verso l’ospedale, nel frattempo chiuso e abbandonato. E se Pintor fosse proprio in quel Policlinico tanto amato, in qualche ala dimenticata, a portare avanti i suoi esperimenti? Fabio e Lara decidono così di avventurarsi tra laboratori sotterranei e padiglioni decaduti, in una città dei miraggi popolata di voci e visioni, dove i confini fra realtà, ricordi e immaginazione si fanno via via più labili.
Piero Salabè firma un romanzo toccante e profondamente umano, popolato da personaggi straordinari. Una storia poetica e di debordante inventiva che è un corpo a corpo serrato con la memoria, con il desiderio di mantenere in vita, a ogni costo e con ogni mezzo, chi non c’è più.
La nave di Teseo
Recensione: Un romanzo difficile da racchiudere dentro una definizione precisa. Parte dalla scomparsa di un padre, Pintor, medico che ha dedicato gran parte della propria esistenza alla ricerca scientifica, ma ben presto abbandona i confini di una semplice storia familiare per trasformarsi in un viaggio attraverso la memoria, l’assenza e quel legame quasi impossibile da recidere con le proprie origini.
Fabio e Lara non si rassegnano alla scomparsa del padre e ne seguono le tracce fino al vecchio Policlinico, ormai abbandonato. Da qui il romanzo cambia progressivamente consistenza: i luoghi reali si confondono con quelli ricordati o immaginati, mentre Roma diventa molto più di uno sfondo. È una presenza viva, decadente e affascinante, capace di trattenere dentro di sé persone, ricordi e fantasmi.
È proprio questa atmosfera sospesa a costituire uno degli aspetti più riusciti del libro. Salabè non sembra interessato a fornire al lettore risposte nette, quanto piuttosto a condurlo dentro l’incertezza. La ricerca del padre diventa così anche ricerca di se stessi e tentativo, forse destinato al fallimento, di comprendere quanto della nostra identità appartenga davvero a noi e quanto sia invece un’eredità ricevuta dalla famiglia, dai luoghi dell’infanzia e dalle persone che abbiamo perduto.
La scrittura ha un carattere fortemente poetico e visionario. Non è una prosa che punta soprattutto sulla rapidità della narrazione: richiede attenzione e disponibilità a lasciarsi trasportare dalle immagini, dalle digressioni e dai continui passaggi tra presente e ricordo. Proprio per questo può risultare spiazzante, ma possiede una personalità letteraria evidente e difficilmente confondibile. Purtroppo non ha fatto breccia in me e l’ho trovato abbastanza pesante, a tratti piacevole, ma forse complice il gran caldo, a tratti difficile.
Dietro il titolo ironico e provocatorio si nasconde, in realtà, un libro profondamente malinconico. L’imprecazione sembra quasi rivolta contro l’impossibilità di liberarsi definitivamente da ciò che siamo stati: dalla propria famiglia, dalla propria città e soprattutto dai propri morti, che continuano a esistere finché qualcuno li ricorda.
Un romanzo originale, colto e insolito, che affronta il lutto senza trasformarlo in semplice sentimentalismo e racconta con grande efficacia quella strana forma di nostalgia per cui cerchiamo continuamente di allontanarci dalle nostre origini, salvo poi scoprire che continuiamo inevitabilmente a portarcele dentro.
Piero Salabè, nato a Roma nel 1970, dopo soggiorni a Venezia e Londra vive da trent’anni a Monaco di Baviera, dove ha insegnato all’università e lavora presso l’editore Hanser. Germanista e ispanista, autore di saggi sull’orientalismo nella letteratura tedesca, traduttore di vari poeti italiani in tedesco (Patrizia Cavalli, Milo De Angelis, Valerio Magrelli), scrive poesie, saggi e racconti e ha collaborato, fra gli altri, con “Lo Straniero”, “Die Zeit” e “Neue Zürcher Zeitung”. Presso La nave di Teseo ha pubblicato la raccolta di poesie Il bel niente (2019), tradotta in varie lingue.


